Gli ottant’anni di Francesco Guccini

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80mo guccini

Giugno, che sei maturità dell’anno / di te ringrazio Dio / in un tuo giorno, sotto il sole caldo / ci sono nato io“. Per fare gli auguri al maestrone nel giorno del suo 80° compleanno (14 giugno) rispolvero un mio articolo uscito su Settimana nel lontano settembre 1997.

Sta facendo notizia la partecipazione di grossi personaggi del rock ai raduni dei giovani cattolici, con relative mobilitazioni televisive; è positivo che la chiesa scelga di confrontarsi con i giovani anche attraverso i loro linguaggi, non senza l’obbligo di qualche riserva per semplificazioni e strumentalizzazioni sempre in agguato. Ogni percorso umano e ogni seria ricerca culturale (inclusa quella “musica leggera” che poi tanto leggera non è) va accolta per la coerenza intrinseca, verificando se viene da lontano ed è capa-ce di andare al di là di mode e convenienze; non è molto felice, ad esempio, l’espressione cantautori di Dio messa in giro da qualcuno; soprattutto se la patente rischia di esser rilasciata senza valutare adeguatamente la consistenza musicale, la poetica dei testi, lo spessore culturale dei messaggi.

Per farsi un’idea delle scoperte che si possono fare in una ricerca senza pregiudizi o schemi rigidi, vale pena di approfondire la conoscenza di una figura come Francesco Guccini, da oltre trent’anni sulla breccia prima come autore e poi anche come interprete, a lungo enfatizzato riduttivamente (per sua stessa ammissione) come cantautore politico per via della canzone in cui racconta la storia di un ferroviere anarchico che fedele all’idea lancia la locomotiva contro “un treno pieno di signori” perché “trionfi la giustizia proletaria”.

Personaggio a tutto tondo, che ama definirsi uno degli ultimi cantastorie o “burattinaio di parole”, col passare degli anni ha mantenuto ed anzi affinato la capacità di comunicare l’inquieta ricerca del senso della vita, il ritorno alle radici, la poesia del quotidiano, la tenerezza verso gli emarginati e l’invettiva contro i vizi collettivi. C’è un episodio di oltre trent’anni fa che vale la pena di ricordare: nella musica leggera furoreggiavano i “complessi” e Francesco scrisse per i Nomadi guidati da Augusto Daolio (uno che se n’è andato troppo presto) Dio è morto.

Zelanti dirigenti RAI posero il veto radiofonico e televisivo alla canzone, probabilmente giudicandola dal solo titolo; Radio Vaticana ne colse il forte messaggio e la trasmise, i giovani ne decretarono il successo e divenne un inno popolare di protesta, d’impegno e, per i credenti, di fede: ancor oggi ai concerti di Guccini la cantano in coro con lui spettatori dai diciotto ai cinquant’anni come si continua a cantarla in parrocchie e campi-scuola, anche se quasi si è persa la memoria della “teologia della morte di Dio”. Guccini, in una canzone di qualche anno dopo, ricorda le domande sull’esistenza di Dio che si poneva insieme a un amico mettendo a confronto “il mio Leopardi, le tue teologie“.

Molte volte il tema religioso ritorna nelle sue canzoni, vero e proprio filo conduttore di una ricerca laica condotta attraverso una varietà di registri: l’invettiva contro chi concepisce una fede imposta (Libera nos, Domine) o bacchettona (Nostra Signora dell’ipocrisia), la patetica figura del frate che “dopo un bicchiere di vino … parlava di Dio e Schopenhauer”, i ricordi dell’educazione religiosa ricevuta nella sua piccola città che poi è Modena (“vecchie suore nere con che fede in quelle sere avete dato / a noi il senso di peccato e di espiazione”), il ringraziamento (“giugno che sei maturità dell’anno / di te ringrazio Dio / in un tuo giorno sotto il sole caldo / ci sono nato io”) e anche la citazione biblica, forzata (“Dicembre… nei tuoi giorni da profeti detti / nasce Cristo la Tigre”) o quasi filologica, per chiedersi in ebraico: Shomer ma mi-llailah – “sentinella, quanto resta della notte?” (Is. 21,11-12).

Su tutto la domanda, quasi sempre senza risposta, su che cosa c’è oltre il buio, in fondo alla notte, oltre la morte; da una vita Francesco attacca i suoi concerti con la Canzone per un’amica morta in un incidente d’auto chiedendosi: “vorrei sapere a che cosa è servito / vivere amare soffrire…” e conclude: “voglio pensare che ancora mi ascolti / e come allora sorridi”.

Una ricerca non teorica né retorica, collocata ben dentro la voglia di assaggiare “dov’è il sugo del sale“, la polpa della vita, il senso delle cose da scoprire attraverso situazioni e accadimenti, emozioni e memorie, “il ritmo dell’uomo e delle stagioni”, facendo anche ricorso all’ironia ma con un costante fondo di nostalgia e inquietudine, talvolta elencando realtà quotidiane che il verso musicale riscatta dalla banalità e quasi riveste di un valore metafisico: “chi mi dà indietro quelle stagioni / di vetro e sabbia, chi mi riprende / la rabbia e il gesto, donne e canzoni / gli amici persi, i libri mangiati / la gioia sana degli appetiti / l’arsura sana degli assetati / la fede cieca in poveri miti?”.

Tessitore di citazioni colte, metafore ardite, rime folgoranti e metrica ineccepibile, di-stilla i suoi prodotti senza concessioni a esigenze di mercato: una raccolta di nuove canzoni più o meno ogni tre anni, quando da idee buone si sviluppano testi costruiti con la cura di un artigiano e attorno alle frasi musicali si è creato l’amalgama del solito gruppo di musicisti eccellenti; alcuni concerti ogni tanto, quando cantare è anche aver voglia di stare con la gente a raccontare tra una canzone e l’altra storie e facezie, digressioni pungenti sull’attualità e qualche battutaccia sopra le righe.

Anche perché Guccini, oltre a occuparsi di canzoni, deve trovare il tempo per scrivere libri (i romanzi Croniche epafaniche e Vacca d’un cane su tempi e luoghi rispettivamente dell’infanzia e dell’adolescenza, il giallo Macaronì in collaborazione con Loriano Macchiavelli, che è anche un affresco sulla vita di paese dei tempi andati e gli stenti dei nostri connazionali emigranti), coltivare amicizie in lunghe sere di partite a carte e di bevute, lavorare alla compilazione del vocabolario italiano-pavanese, cioè di Pàvana sull’Appennino tra Bologna e Pistoia dove i Guccini conducevano un mulino e Francesco crebbe negli anni della guerra per poi tornare a trascorrervi ogni estate.

Un’attenzione che non manca mai, ad ogni nuova uscita di canzoni, è per il mondo degli emarginati, dei piccoli, degli “sfigati”. Storie raccontate con pietà asciutta come quella di Céncio, l’adolescente nano che non riesce a inserirsi nel gruppi dei coetanei perché ha “le stesse voglie, gli stessi eroi ma ali più piccole per lo stesso volo” e finisce per sognare “il Circo, realtà capovolta / mondo di uguali perché tutti strani”; di Keaton, pianista alcoolizzato che “ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato”, finito “in una provincia lontana come una palude / dai nostri discorsi di suonare tra la gente”; del pensionato suo vicino di casa del quale, alla fine di “un’esistenza andata in tanti giorni uguali e duri”, afferma “non posso o non so dir per niente se peggiore sia / a conti fatti la sua solitudine o la mia”; di Amerigo, il vecchio zio che finisce la giovinezza a fare il minatore in un’America diversa da quella dei film: “l’inglese un suono strano che lo feriva al cuore come un coltello / e fu lavoro e sangue, e fu fatica uguale mattina e sera / per anni da prigione…”.

C’è una canzone dell’ultima raccolta che si presenta quasi come una piccola summa delle tematiche gucciniane: Cyrano. Il celebre cadetto di Guascogna, condannato a non essere amato per la lunghezza del naso, che scrive su commissione canzoni d’amore per la bella Rossana e finisce per innamorarsene; la lama tagliente dello spadaccino diventa arma poetica contro “signori imbellettati…, poeti sgangherati…, primi della classe, … gente che non sogna, … nuovi protagonisti, politici rampanti, … portaborse, ruffiani e mezze calze / feroci conduttori di trasmissioni false / che avete spesso fatto del qualunquismo un’arte”, “liberisti” per i quali “tanto ci sarà sempre chi pagherà le spese / in questo benedetto assurdo belpaese”; non mancano – come in altre canzoni – i preti (“se c’è come voi dite un Dio nell’infinito / guardatevi nel cuore, l’avete già tradito”) ma stavolta ancor più “voi materialisti, col vostro chiodo fisso / che Dio è morto e l’uomo è solo in questo abisso, / le verità cercate per terra, da maiali, / tenetevi le ghiande, lasciatemi le ali”. Ciò che salva è l’amore, perché “dev’esserci, lo sento, in terra o in cielo un posto / dove non soffriremo e tutto sarà giusto”.

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Un commento

  1. carla 16 giugno 2020

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