Giampiero Forcesi: un modo di fare storia

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«[…] l’approdo cui Lercaro è giunto nel dopoconcilio: l’inizio di un cammino nuovo che sarebbe stato tutto da compiere. Questo nuovo punto di partenza stava proprio nell’aver liberato l’essenza del cristianesimo da quelle che gli erano apparse come delle incrostazioni storiche contingenti e nell’aver riproposto nella sua purezza il nesso tra Vangelo e storia perché il Vangelo potesse riacquistare in pieno la sua forza dinamica per il cammino del popolo di Dio e di tutto il genere umano. E questo in una fase della storia che segna un cambio d’epoca e che esige dalla Chiesa una disponibilità profonda a capire il suo tempo, a riconoscere le nuove risorse e le nuove miserie, e a cooperare con tutte le forze che si muovono verso un autentico progresso umano. E ha individuato anche il criterio con cui il nuovo cammino deve essere intrapreso, sottolineando l’assoluta necessità di ridare spazio alla riflessione di fede del popolo di Dio. Nel diffondersi di una rete capillare di comunità locali inserite nella vita quotidiana ha individuato l’alveo in cui il popolo di Dio può tornare a vivere un’autentica vita di fede, ponendo concretamente le proprie esperienze esistenziali e storiche a contatto con la parola di Dio e ricercando a partire di qui i modi per servire la comunità umana in relazione al piano di salvezza di Dio» (G. Forcesi, Il Vaticano II a Bologna, 541)[1].

Giampiero Forcesi[2], un molto caro amico da poco mancato, è stato giustamente ricordato per gli aspetti poliedrici della sua vita e per lo stile del tutto particolare – e autentico – di interpretare il proprio percorso di vita come uomo e come cristiano. Vorrei aggiungere una breve notazione in merito al tipo di ricerca storica da lui portata avanti.

Nicola Apano[3] – membro di una delle comunità dossettiane bolognesi – ha scritto che Giampiero «ha alimentato per più di 40 anni l’amicizia con un ambiente bolognese che gli è sempre stato grato per l’impegno formidabile della sua ricerca sul Concilio e il post concilio bolognese e la figura del cardinale Lercaro nella sua collaborazione con Giuseppe Dossetti». Infatti, «agli inizi degli anni Ottanta si trasferì per un periodo a Bologna per dedicarsi, nel contesto, al lavoro della sua tesi di laurea facendosi apprezzare per la precisione e l’intelligenza del suo metodo, acquisendo, anche attraverso decine di interviste, una conoscenza di quegli anni decisivi e delicati che poi confluì in un testo insuperato per documentazione e tratto interpretativo, e così regalando anche a tutti noi la possibilità di una conoscenza adeguata di un momento ricchissimo della storia della nostra Chiesa».

Apano, poi, specifica che «la gratitudine per un lavoro storico di grande utilità per la conoscenza delle pietre miliari del nostro momento conciliare ci portò trent’anni dopo (2011) a ricercarlo per chiedergli di preparare quel testo per una pubblicazione che si realizzò attraverso un bel volume dell’editore Il Mulino col titolo: Il Vaticano II a Bologna. La riforma conciliare nella città di Lercaro e Dossetti. Rispetto alla gamma dei suoi molteplici interessi di carattere sociale e politico ed ecclesiale questo lavoro storico rappresenta un aspetto forse secondario ma certamente riveste il carattere di una passione giovanile mai del tutto sopita. E lo possiamo dire con certezza perché ancora negli ultimi anni fino a questi giorni egli ha continuato a rispondere con generosità a ogni richiesta di nuovi approfondimenti storici su quegli anni[4] e sulle figure che aveva conosciuto e documentato nelle sue interviste».

Il mestiere dello storico

Credo sia una bella sintesi di alcuni aspetti del lavoro di Giampiero come “storico” che lui stesso riprende in una breve – ed estremamente interessante – descrizione autobiografica presente in uno dei suoi ultimi articoli sul Pd che vorrei[5]: «nei primi anni ’80 riuscii, dopo tredici anni di fuori-corso, a laurearmi: in filosofia, ma con una tesi in storia del cristianesimo, storia recente, l’episcopato di Giacomo Lercaro a Bologna (1952-1968). Passai a Bologna alcuni mesi, mi immersi nella lettura dei discorsi di Lercaro e quelli di Dossetti, che lo aveva affiancato fin dal 1953 fino a esserne il consulente durante il concilio e poi il pro-vicario nel 1967. Per me fu come fare dei lunghi e profondi esercizi spirituali. Il radicalismo di Dossetti mi colpì, mi affascinò, anche se qualche riserva dentro di me l’avevo, la sentivo. Del resto, in prima battuta, la mia intenzione era di fare la tesi sull’esperienza torinese del cardinale Michele Pellegrino, con il quale mi sembrava di sentire una certa sintonia (anche per la sua apertura all’esperienza dei preti operai); poi la scelta era caduta su Bologna, ma non me ne sono certo pentito».

A partire da queste brevi descrizioni, credo valga la pena segnalare il modo con cui Giampiero interpretava il mestiere di storico[6]. Riprendiamo (troppo) schematicamente alcune delle direttrici di questo suo modo di procedere.

In primo luogo, bisogna evidenziare il suo lavoro di immersione nelle fonti e nello spoglio bibliografico. Ancora oggi nel rileggere i contributi di Giampiero con i molti riferimenti e citazioni pertinenti di fonti d’archivio si è indotti a pensare ad un approfondimento complesso e prolungato dei testi. Si tratta di una conoscenza non superficiale e non di seconda mano dei temi e dei testi con una sensibilità tutta particolare per la connessione tra i testi e il mondo della vita extra-testuale.

Questo porta a individuare – ed è un secondo punto – una pratica, per così dire, “immersiva” del suo modo di fare ricerca storica contemporanea. Questo desiderio di contatto con le persone e i luoghi gli veniva – probabilmente – dal suo prolungato impegno in contesti marginali che, per essere compresi, richiedono per loro stessa natura una conoscenza di prima mano, una visione e un ascolto diretto, una comprensione precisa degli ambienti e delle loro trame umane, una disponibilità al ripensamento e alla revisione delle proprie idee.

In questo quadro emerge – come terzo punto – un suo apprezzamento e valorizzazione della storia orale, dei racconti delle vicende da parte dei testimoni diretti, della ricostruzione di strati della realtà non depositati nelle fonti scritte[7]. Si tratta di un lavoro delicato, a cavallo tra ricerca storica e attenzione sociale e umana, nella storia orale il quadro storico indagato si intreccia, infatti, in maniera molteplice con le biografie delle persone e con le attese, le delusioni, le rappresentazioni dei gruppi umani. Va aggiunto che tale massiccia raccolta di testimonianze e di interviste in profondità – fatta in larga parte nel periodo di redazione della tesi – è stata anche la base feconda di studi ulteriori e di molto recenti interventi, si pensi solo ai recentissimi testi su Luciano Gherardi e Giulio Salmi[8].

Un quarto elemento può essere descritto attraverso una citazione di Mario Lavagetto quando invita – in M. Lavagetto, Oltre le usate leggi. Una lettura del Decameron (2019) – i suoi studenti di critica letteraria a praticare «una ragionevole e controllata eterodossia». Cosa intende? «Quello che vi chiedo è di avere l’audacia di rendere conto solo a quello che stiamo leggendo, solo a quanto è scritto, senza arretrare davanti alle ingiunzioni, agli sbarramenti e agli imperativi, senza mettere a tacere – per difendere le vostre, le nostre conclusioni – alcun segmento del testo»[9].

È una descrizione molto pertinente di un atteggiamento interpretativo che desidera essere onesto, che cerca riscontro nei vari tipi di fonti e che non vuole mettere a tacere – per confermare ad ogni costo le proprie tesi – alcun “segmento” dei testi. Mi sembra che tale tratto interpretativo, molto capace di sfumature e attenzione ai dettagli, facesse parte del modo di procedere onesto del Giampiero storico e giornalista.

Il tempo lungo

Un quinto elemento da sottolineare consiste nella sua capacità di distensione temporale della ricerca, della riflessione e della scrittura della storia. Cosa intendiamo? La lettura dei testi di Forcesi – e anche i dialoghi con lui, sempre ricchi di sfumature – mostrano un ricercatore che prende tempo per capire, per leggere, per ascoltare, per scrivere. Le sue riflessioni non appaiono mai affrettate e sloganistiche, ma danno sempre l’impressione di testi lungamente riflettuti e decantati. Non essendo direttamente coinvolto nella produzione a matrice accademica che talora è forzata a ritmi che non lasciano respiro e capacità di decantazione e prolungata ricerca, il lavoro storico di Giampiero risulta originale, non ripetitivo, penetrante, personale.

Un sesto elemento si trova proprio in questa sua attitudine a una assimilazione personale che si esprime spesso in una duplice polarità.

Da un lato, la consapevolezza della complessità degli eventi e delle motivazioni personali degli attori della storia lo portava a proporre un’interpretazione con un senso della misura tutto suo, caratteristico. Non c’è mai nei suoi scritti la postura di voler dare l’interpretazione definitiva e insuperabile che supera o squalifica quelle degli altri, ma nei suoi scritti si trova la moderazione di chi sa che la riflessione storica e umana sono sempre incomplete per qualche tratto o aspetto.

Dall’altro lato, egli – credo, consapevole del lavoro di approfondimento serio e prolungato sulle varie fonti – mostra, nei suoi testi, un tratto di sicurezza e di giudizio che, seppure in modo controllato e delicato, propone, con una certa sicurezza, interpretazioni e chiavi di lettura. Una polarità, in sintesi, tra senso del limite e consapevolezza della plausibilità del proprio lavoro.

Un settimo elemento consiste nella sua passione per le sorti politiche, nazionali e internazionali (si pensi agli interventi sull’Africa e sulle questioni migratorie[10]), per la vicenda ecclesiale, nelle sue istituzioni[11] e nelle sue dimensioni più di base, per la sua attenzione per le politiche sociali e per le vicende di quanti si trovano ai margini estremi della vita sociale.

La sua capacità immersiva nei contesti e nelle fonti, il suo lavorio di scrittura attenta – ed estremamente leggibile – delle ricostruzioni storiche compiute, avevano come orizzonte l’assunzione responsabile di una serie di questioni umane, sociali ed ecclesiali di cui sentiva l’urgenza e l’importanza. Il suo fare ricerca storica non era certo disinteressato e asettico, ma si trovava profondamente ingaggiato – pur in un grande rigore metodologico, senza scorciatoie interpretative e anacronismi[12] – con i problemi del proprio tempo, con la ricerca di possibili e realistiche vie di risposta e in un dialogo serrato con un tentativo di interpretazione cristiana dell’esistenza personale e collettiva, della storia.

Credo, in proposito, che potrebbe essere in qualche modo applicata al lavoro di storico e di giornalista di Giampiero l’espressione della Laudato si’ in merito allo sforzo conoscitivo: «l’obiettivo non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare».[13]

Una memoria biografica

Riconoscendo il valore impressionante – anche se spesso nascosto – dell’intreccio tra ricerca, studio, scrittura e testimonianza personale mi pare utile concludere queste righe con una pagina antologica presente nel testo Il Vaticano II a Bologna in cui nella premessa[14] – del settembre 2011 – egli ricostruisce in prima persona la ricerca in ambito bolognese collegandola al suo percorso complessivo di vita (fino a quel punto) e ad alcune radicate persuasioni di fondo. La riportiamo integralmente:

«Ho lavorato a questa ricerca per due anni. Molto fitti, molto intensi. Ero nel pieno della maturità. Avevo 34 anni. Venivo da studi di filosofia, presto però interrotti (anche se mai del tutto). Ma soprattutto venivo da una duplice esperienza, quella del lavoro operaio e quella dei gruppi spontanei e delle comunità di base, negli anni del post-concilio.

Il lavoro operaio era iniziato nel 1971, a 22 anni, dopo l’impatto con la povertà di una baraccopoli romana che mi aveva spinto a condividere almeno in parte la quotidianità di vita di quelle persone, ed era andato avanti, con l’interruzione del servizio militare, fino al 1980, in alcuni cantieri edili della periferia romana. Erano anni molto fervidi. Ricordo che la mattina che ebbi notizia del rapimento Moro, ero in cantiere; decisi di far suonare la sirena usando della piccola autorità che avevo come delegato sindacale e radunai l’ottantina di operai presenti. Più d’uno disse che non gliene importava niente di Moro, perché era un democristiano amico dei padroni. Io, che democristiano non ero, ci litigai di brutto.

Non ero democristiano. Ma cattolico, invece, lo ero; anche se avevo finito per sentirne più forte l’identità solo quando, due anni prima, avevo incontrato le famiglie della baraccopoli di Prato Rotondo, dove un prete belga salesiano, don Gerardo Lutte, vi diceva la messa e vi aveva aperto un doposcuola. Lì prese avvio un cammino che fu, insieme, di profonda vicinanza a quelle famiglie e, un po’ per conseguenza, di una qualche contestazione nei riguardi della Chiesa di Roma, la quale mi appariva disinteressata verso quella realtà di emarginazione e diffidente nei riguardi delle proteste che la animavano.

Una certa insofferenza per quello che mi appariva come un perbenismo del mondo della Chiesa verso gli operai e le loro istanze, in realtà, l’avevo manifestata già prima, nel 1968, a conclusione del liceo classico presso un istituto dei Fratelli delle scuole cristiane, quando mi toccò tenere il discorso di commiato dei maturandi. Dissi che mi dispiaceva ma proprio non sentivo che mi avessero dato un’educazione evangelica. Forse un po’ esageravo, ma non molto. L’anno successivo, insieme ad altri, ciclostilammo un testo del teologo olandese Schillebeeckx, uno degli autori dell’allora famoso Catechismo olandese, e lo diffondemmo davanti alla scuola.

Nella baraccopoli di Prato Rotondo e poi, nel corso degli anni ’70, nel quartiere popolare della Magliana, dove i baraccati avevano ottenuto la casa popolare, cercammo di dar vita ad una comunità di base, in cui poter condividere vangelo, vita quotidiana e lotte popolari; ma fu un’esperienza fragile che non mise radici. Così, mentre alla Magliana l’impegno sociale continuò per molti anni, con il doposcuola, la scuola serale di alfabetizzazione, i gruppi di sensibilizzazione, le vacanze estive in montagna con i ragazzi più emarginati, e molte altre cose, fu nella comunità cristiana di San Paolo fuori le Mura che, insieme ad un gruppo di credenti della Magliana, trovai modo di proseguire, per qualche tempo, il cammino di fede.

Il commento alle letture domenicali lo preparavano vari gruppi, a turno. Ogni cinque o sei settimane toccava al mio gruppo: leggevamo la parola di Dio e la incrociavamo con le speranze e i problemi della gente del quartiere. Intanto, chiusa l’esperienza del cantiere edile, mi ero cercato un altro lavoro. Approdai alla redazione di Com Nuovi Tempi, un settimanale fatto da un gruppo di cattolici e di protestanti. Lavorando in quel giornale, di cui fui un redattore talvolta criticato perché apparivo un po’ troppo moderato, conobbi, su un versante alquanto diverso, l’Azione cattolica, la sua struttura nazionale. L’associazione era allora guidata da Alberto Monticone, che ne fu il presidente dal 1980 al 1986. Rimasi molto colpito da quell’ambiente, che vedevo capace di unire un forte senso ecclesiale e un’altrettanto forte attenzione alla storia.

Un ambiente ricco di giovani in gamba, di bravi educatori, di persone fedeli alla Chiesa ma anche libere e critiche. Così cominciai una collaborazione con il settimanale dell’associazione, Segno nel mondo, che proprio allora si era un po’ affrancato dall’essere strettamente la voce ufficiale dell’associazione e si muoveva con una certa autonomia.

In quello stesso periodo decisi di riprendere gli studi interrotti e di laurearmi. Scelsi, per la tesi, l’ambito della storia del cristianesimo perché, nel corso di laurea in filosofia, era quello più vicino ai miei interessi; e cercai un argomento per il quale sentissi di avere maturato una qualche sensibilità e una qualche esperienza. Il tema della laicità e della libertà di coscienza e, insieme, quello della radicalità evangelica e di una Chiesa spoglia, umile, partecipata, erano i temi su cui mi ero andato interrogando da parecchi anni nel percorso di lavoro e di impegno sociale ed ecclesiale. Inizialmente, avevo optato per una ricerca sull’esperienza della Chiesa di Torino, l’episcopato di Michele Pellegrino.

Ma poi mi decisi per Bologna, per la vicenda ecclesiale di Giacomo Lercaro. Debbo ringraziare Francesco Pitocco, titolare di Storia del cristianesimo nella facoltà di Filosofia, che fu fiducioso relatore della tesi pur avendomi incontrato soltanto un paio di volte, e Alberto Monticone, docente di Storia contemporanea a Scienze politiche e mio correlatore, con il quale inizialmente discussi il da farsi, ma dal quale, poi, vistolo impegnato in quegli anni così difficili per la sua contestata presidenza dell’Azione cattolica, non mi feci più vedere fino alla vigilia della discussione della tesi. Ebbero fiducia entrambi, e io potei condurre in solitudine la mia ricerca, durata due intensi e appassionanti anni.

Mi è capitato di pensare più volte, negli anni successivi, che lo svolgimento della ricerca sull’episcopato di Lercaro è stato per me come un prolungato percorso di esercizi spirituali. Quell’immersione nei testi di Lercaro, e parallelamente di Dossetti, è stata una straordinaria fonte di apprendimento e di nutrimento spirituale. Da un lato, ero colpito dall’intensa meditazione liturgica di Lercaro, che mi appariva particolarmente vivida e sincera: percepivo come lì egli attingesse la sua grande passione per la Chiesa e per gli uomini. Dall’altro lato, ero colpito dal rigore di Giuseppe Dossetti, dal suo ricercare continuamente l’essenziale, dal suo spingere gli uomini di Chiesa a spogliarsi degli strumenti del potere terreno, dal suo condurre un’inesausta ricerca di purificazione, e in questo correggendo ripetutamente il suo stesso vescovo Giacomo.

Ma anche molti altri volti e aspetti della Chiesa di Bologna mi sono stati di arricchimento spirituale e umano. Ed è così che mi sono davvero appassionato a quello studio che stavo conducendo, ben oltre le aspettative iniziali. Ho consultato con scrupolo gli archivi; ho cercato tutte le fonti possibili; e ho anche incontrato numerose persone che avevano vissuto gli anni di Lercaro vescovo. Se, all’inizio, la mia intenzione era di esaminare l’esperienza ecclesiale bolognese solo su due punti, per quanto centrali – la laicità della Chiesa e la partecipazione dei laici alla vita della Chiesa -, ben presto ho cominciato ad inseguire tutte le tracce che potevano condurmi a capire meglio il cammino del vescovo Lercaro e della sua comunità diocesana; un cammino che, mano mano che andavo avanti nella ricerca, mi appariva sempre più in grado di riflettere in pieno i nodi problematici che si erano rivelati decisivi negli anni a cavallo del concilio, e in grado anche di anticipare quelli che avrebbero attraversato i decenni successivi. Sono restato affascinato nel seguire l’evoluzione di quel cammino, il lavorio che ha portato la passione pastorale di quel vescovo ad esprimersi con una radicalità non più venata di intransigenza ma forte, invece, della sua mitezza.

Ora che si è arrivati, in modo del tutto inaspettato, ma non meno gradito, alla pubblicazione di quel mio lavoro, voglio rivolgere un grazie a tutte le persone che ho avvicinato in quel periodo (sei mesi di lavoro li ho trascorsi a Bologna). In particolare debbo un grazie al compianto mons. Arnaldo Fraccaroli, fedele segretario del cardinale e primo presidente della Fondazione Lercaro, che, forse con qualche approssimazione ma certo con un’amicizia che mi appariva devota, curava l’archivio di Villa San Giacomo e che me ne ha lasciato esaminare porzioni consistenti.

Ma un grazie, soprattutto, debbo oggi a chi ha creduto all’intatto valore storico del percorso della mia ricerca e ha predisposto la sua pubblicazione rileggendo il testo, suggerendomi qualche correzione, aggiornandone la bibliografia, curandone un’introduzione, cioè a Enrico Galavotti e a Giovanni Turbanti e ai molti che in diversi modi hanno aiutato a rendere effettivamente possibile la pubblicazione sotto il coordinamento premuroso di Nicola Apano. G. F.»


[1] Testo messo in rilievo in una – molto ben fatta – recensione del libro di Forcesi da parte di L. Pedrazzi su Il Regno-Attualità n.2 (2012), 43-46.

[2] Giampiero Forcesi, nato a Roma nel 1949, ha lavorato come operaio edile negli anni Settanta e ha fatto a lungo l’educatore popolare nella periferia romana. Ha preso parte alla comunità cristiana di base di S. Paolo fuori le Mura. Si è poi laureato in storia del cristianesimo e ha lavorato come redattore dapprima nel settimanale Com Nuovi Tempi, poi nel trimestrale Volontari e Terzo mondo della Focsiv e, infine, nel settimanale Segno Sette dell’Azione cattolica italiana. Negli anni ’90 è stato consulente di politiche sociali al Comune di Roma, lavoro che ha continuato nel decennio seguente in altre istituzioni pubbliche e di terzo settore. Di recente ha lavorato per Adista all’ideazione del supplemento Segni Nuovi, scrivendo in particolare sulle chiese in Africa. Negli ultimi anni, oltre a proseguire l’attività di scrittura – come storico e come giornalista – e di attenzione sociale, è stato coordinatore del sito c3dem.

[3] https://www.c3dem.it/un-appassionato-ricercatore/

[4] Si vedano come esempi recenti G. Forcesi, Giacomo Lercaro: un vescovo del Vaticano II, in Chiesa e Storia, XI (2021), 137-165 e Id., Il cardinale Giacomo Lercaro: «Se condividiamo i bene celesti, come non condivideremo i beni eterni?», in P. Foschi (ed.), La carità del vescovo nella Chiesa di Bologna. Istituzioni, iniziative e figure dal medioevo al Concilio Vaticano II, Edizioni storia e letteratura, Roma 2022, 183-197.

[5] https://www.c3dem.it/il-pd-che-vorrei/

[6] Per considerazioni, in qualche modo, omogenee sul tema si vedano https://storicamente.org/prodi e http://www.settimananews.it/profili/paolo-prodi-la-storia-luogo-teologico/ e anche G. Zarri, Paolo Prodi (1932-2016). La vocazione di uno storico, in Rivista di storia della Chiesa in Italia, 71(2017) 361-378.

[7] Come esempio si possono ricordare due articoli: Quella semina del vangelo voluta da Dossetti, in Segno Sette del 1-8 gennaio 1985 sulla comunità di Dossetti a Monteveglio e Una regola da monaci per gente “qualunque”, in Jesus del settembre 1986 sulla comunità di Sammartini.

[8] G. Forcesi, Amici del Cardinale, un foglio mensile (non clericale) per avvicinare il santo popolo di Dio di Bologna al suo vescovo, Giacomo Lercaro (1955-67), in S. Marchesani (ed.), Luciano Gherardi. Un presbitero della Chiesa bolognesi negli snodi civili ed ecclesiali del novecento, Zikkaron, Marzabotto 2020, 165-184 e G. Forcesi, Giulio Salmi e il “centro di azione per la pace”, in un volume – ancora in pubblicazione – dedicato alla figura di don Giulio Salmi a cura di Simone Marchesani e di Giovanni Turbanti.

[9] Ringrazio della citazione Simone Carati.

[10] Si veda come esempio https://www.c3dem.it/cosa-pensare-cosa-fare-di-fronte-alle-migrazioni-dai-paesi-africani/

[11] Davvero interessante la sua ampia e penetrante ricostruzione dello studio della teologia da parte dei laici in Italia in G. Forcesi- F. Mandreoli, I laici e lo studio della Teologia in Italia, in D. La Cerra – S. Tanzarella, Tra autonomia e clericalismo, Il pozzo di Giacobbe, Trapani 2017, 13-66 e recentemente G. Forcesi, Francesco, i vescovi italiani ed il Sinodo, in Il Tetto settembre 2021.

[12] Di questi giorni si veda https://storicamente.org/coulmas_hiroshima_historical_consciousness_nuclear_war_g7_2023

[13] LS n.19 ringrazio della valorizzazione di tale espressione Matteo Prodi.

[14] G. Forcesi, Il Vaticano II a Bologna. La riforma conciliare nella città di Lercaro e Dossetti, E. Galavotti – G. Turbanti (ed.), Il Mulino, Bologna 2011, 15-18.

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