Gonzalo López Marañón: da Sucumbios all’Angola

di: Francesco Strazzari
Gonzalo López Marañón

Gonzalo López Marañón, primo vicario apostolico di San Miguel de Sucumbios (Ecuador), morto in Angola il 7 maggio.

È andato a morire in Africa questo coraggioso vescovo, dopo essersi curato ad Avila, la terra dei carmelitani. Lì ho raccolto questa toccante “avventura”. «Nel 2008, al compimento dei 75 anni, rassegno le dimissioni. Rimango nel vicariato apostolico altri due anni, passati i quali, mi chiama il nunzio, mons. Giacomo Guido Ottonello, in Ecuador dal 2005. Mi parla per la prima volta. Mi consegna due comunicazioni. Nella prima, firmata dal card. Ivan Dias, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, si dice che la visione pastorale che portavo avanti non era del tutto in sintonia con l’indirizzo generale della Chiesa. A partire dalla nomina del nuovo amministratore apostolico dovevo lasciare il vicariato e trasferirmi in un altro luogo, possibilmente fare ritorno in Spagna. Mi si concedeva una settimana di tempo. Con la seconda comunicazione venivo informato che il vicariato veniva affidato alla Società clericale di vita apostolica Virgo flos Carmeli. A succedermi veniva chiamato il p. Rafael Ibarguren, che prendeva possesso del vicariato nell’ottobre 2010 insieme con un gruppo di sacerdoti – tredici – della sua Associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio: gli Araldi del vangelo. Rimango allibito. Bene: me ne vado, dopo quarant’anni in mezzo alla gente di Sucumbios, ma non come un delinquente. I fedeli insorgono. Chiedo ai carmelitani di Quito di accogliermi nella loro comunità. Mi accolgono a braccia aperte. Ero arrivato in Ecuador dalla Spagna nel 1968. Erano gli anni del dopo Concilio. Era il tempo della storica Conferenza dei vescovi latinoamericani di Medellin. Era il tempo della teologia della liberazione. Occupavano la scena personaggi del calibro di Pironio, Samuel Ruiz, Lorscheider, Casaldaliga. Erano tempi fantastici. Sentivo di dover mettermi dentro, di lavorare intensamente per mettere in piedi un nuovo tipo di Chiesa, ma eravamo accusati di essere traditori, di non essere Chiesa cattolica».

Il vescovo Gonzalo rimane nel convento dei carmelitani di Quito fino al luglio 2011. Poi si ritira ad Avila. A Sucumbios succede di tutto. Gli Araldi ne fanno di tutti i colori. Licenziano il personale e cambiano le strutture diocesane. Sono un’associazione di estrema destra. Vi dominano nel vicariato fondamentalisti senza scrupoli, tanto che il Ministero degli esteri chiede alla Santa Sede di ritirarli. La richiesta viene accolta ed è nominato vicario apostolico mons. Angel Polibio Sanchez a rappresentare giuridicamente il vicariato. Gli Araldi lasciano Sucumbios il 19 maggio 2011. La Santa Sede incredibilmente ingiunge a sei carmelitani di lasciare la provincia con l’accusa di provocare tensioni. Il 10 febbraio papa Benedetto XVI nomina Paolo Mietto dei giuseppini del Murialdo vicario apostolico di Sucumbios. Aveva 78 anni. Il 21 novembre 2013 il vicariato è affidato a mons. Celmo Lazzari, nato in Brasile.

Mi diceva mons. Gonzalo nell’ospedale di Avila: «Alla Santa Sede non andava una Chiesa dal basso, una Chiesa che realizzasse gli orientamenti del Concilio e delle conferenze di Medellin, Puebla, Santo Domingo e Aparecida; una Chiesa a partire dalla marginalità dei popoli indigeni e amazzonici; una Chiesa ministeriale che metteva al centro la parola di Dio. Ora questa Chiesa è stata colpita, ma non affondata». Con papa Francesco tira un’altra aria, che ha accarezzato il battagliero vescovo, andato a lavorare e a morire in Angola, il 7 maggio, vigilia dell’Ascensione.

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