Joseph Moingt: “Credere lo stesso”

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Il teologo gesuita, Joseph Moingt, è morto la mattina del 28 luglio a Parigi. Era nato 105 anni fa nel piccolo comune di Salbris nel dipartimento centrale della Valle della Loira.

A 23 anni, nel 1938, fu accolto nella Compagnia di Gesù. Allo scoppio della seconda guerra mondiale fu obbligato ad arruolarsi nell’esercito. Conobbe la prigionia sotto i tedeschi, che sperimentò sia in Svezia sia in Polonia.

Terminata la guerra, completò il noviziato e, nel 1949, ricevette l’ordinazione sacerdotale. Studiò filosofia a Villefranche-sur-Saône e si laureò in teologia nella Facoltà dei gesuiti di Fourvière, al tempo della Nouvelle théologie, osteggiata dal Sant’Uffizio.

Nel 1955 si laureò all’Istituto cattolico di Parigi con una monumentale tesi su Théologie trinitaire de Tertullian, seguito dal teologo Jean Daniélou, che fu pubblicata più tardi.

Era anche il tempo di Henri De Lubac, tenuto sotto osservazione da Roma, docente all’Istituto cattolico di Lione, che lo indirizzò allo studio di san Cirillo di Alessandria.

Nel 1956 divenne docente di teologia alla Facoltà dei gesuiti di Fourvière, a Lione. Due anni dopo, fu nominato responsabile del programma di corsi serali di cristologia per laici, sotto l’egida dell’Istituto Cattolico di Parigi.

Gli fu poi affidata la direzione della rivista dei gesuiti Recherches de science religieuse che, fondata nel 1910 da Léonce de Grandmaison, si occupava della storia delle religioni.

Insegnò pure a Chantilly nel cosiddetto “Scolasticato della Compagnia di Gesù”.

Nel 1974 divenne professore al Centro Sèvres di Parigi, che godeva di grande prestigio. Minuto di statura, dotato di humour, sterminata conoscenza dei primi secoli del cristianesimo, invidiabile acume introspettivo, rigore scientifico, creatività innovatrice.

Fu autore di opere che spaziano da Dio all’uomo, dalla storia dei dogmi alla trasmissione della fede. Partiva dal Vangelo per “sognare” un nuovo volto di Chiesa. Confessò: «Vedo l’avvenire della Chiesa nelle piccole comunità, dove vi sarebbero cristiani e non cristiani, che insieme rifletterebbero sui loro problemi leggendo il Vangelo e imparerebbero così a vivere insieme seguendo Gesù: sarebbe già una vita nella Chiesa».

Nell’epilogo al libro-intervista Croire quand même (1910), Moingt sintetizzò il suo percorso di uomo e di teologo, riflettendo sul “bisogno religioso” in una società secolarizzata: «Si vedrà alla fine se l’idea religiosa si mantiene e si fortifica diversamente, o se essa è abbandonata. Che cosa resterà del cristianesimo alla fine di questo secolo, non lo so, e non posso dirlo. Non mi dimentico che parlare della crisi della Chiesa è un’astrazione, bisogna veramente parlare di una crisi generale della civiltà. E che cosa ne verrà fuori? Che cosa si conserva della nostra civiltà umanista, non lo so proprio. Allora, io, come dire, cerco di conservare la mia fede in Dio, nel Dio rivelato in Gesù Cristo, la conservo facendo – o piuttosto – lasciando evolversi le rappresentazioni religiose il più lontano possibile, cioè in maniera che possa sempre pensare la fede cristiana con uno spirito di uomo del XXI secolo, conservare una fede capace di abbracciare le sfide di tutta l’umanità. Ecco come cerco di pensare la mia fede (…).

Per il momento, direi che ho un criterio di verità: è che la mia fede mi aiuta a vivere, a pensare. Non mi sradica – evidentemente perché non la lascio evolversi – dalla società con la quale vivo; resto solidale con l’umanità, anche in crisi. Per il momento, la mia fede mi dà la convinzione che la conserverò e che potrò anche riprenderla, almeno sotto la forma di umanesimo evangelico; è là dove sono più utilmente solidale con la società e dove aiuto l’umanità a evolversi verso un destino veramente umanista e non verso un destino di barbarie che si vede spuntare e che è anche talvolta apertamente denunciato nei giornali che non sono per niente giornali cristiani! Vorrei poter dire che la causa di Dio è la causa dell’uomo».

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