Krzysztof Penderecki: devozione e tradizione

di:
memoria

Foto di Marek Sucheki

Il 29 marzo di questo anno si è spento a Cracovia Krzysztof Penderecki, classe 1933, incomparabile compositore e raffinato direttore d’orchestra polacco. Egli ha ricoperto un ruolo di straordinaria importanza nella musica contemporanea colta degli ultimi cinquant’anni.

Una delle principali caratteristiche del linguaggio di Penderecki sta nella sua unicità e nell’essere stato uno dei primi compositori a sviluppare un proprio linguaggio personale senza far parte, a differenza di tanti, delle correnti artistiche dell’epoca.

I suoi colleghi, tra i quali Karlheinz Stockhausen, Luigi Nono o Pierre Boulez, frequentavano i corsi estivi di Darmstadt per sviluppare un nuovo linguaggio aventi come punto di partenza il modello dodecafonico sviluppatosi poi nel serialismo integrale e in un grande sviluppo della musica elettronica.

Al contrario, Penderecki sentiva il bisogno di avere un linguaggio personale con il quale poter esprimere il suo pensiero musicale.

La musica sacra

Il compositore dedica un’attenzione particolare alla musica sacra. Diverse sono le motivazioni che lo hanno spinto a scrivere questo tipo di musica. Anzitutto, bisogna tener conto della difficile situazione politica ed economica polacca negli anni ’60. L’avvento del comunismo di stampo sovietico proibiva la musica che arrivasse in Polonia dall’ovest.

«Comporre musica sacra corrispondeva allora a un atto di protesta, soprattutto negli anni in cui il comunismo voleva avere il pieno controllo sulle manifestazioni dell’arte, reprimendo tutto ciò che veniva tacciato come scomodo e non funzionale alla pura propaganda politica. Il credo religioso veniva oltraggiato e la musica sacra bandita».

Come il compositore stesso dichiara, sono stati solamente due i compositori che, nel Novecento, hanno davvero sviluppato la musica sacra in un’epoca in cui essa non veniva apprezzata. In questi due compositori la musica a soggetto sacro ricopre un ruolo rilevante in tutta la loro produzione musicale. Uno è Olivier Messiaen e l’altro – afferma Penderecki – è lui stesso.

La chiara intenzione di entrambi è quella di conciliare la “nuova musica” con la musica sacra, in modo da non interrompere la tradizione millenaria dello stylus ecclesiasticus. Però, al contrario dei secoli precedenti, la destinazione di queste composizioni non è liturgica, bensì concertistica.

Lo stesso Penderecki designa solamente la sua Missa Brevis come brano da poter utilizzare nella liturgia, per via della durata eccessiva delle altre composizioni.

Olivier Messiaen scrisse solamente O sacrum convivium per coro a cappella, per essere cantato durante la celebrazione liturgica, ma il risultato finale non soddisfece i suoi desideri, di conseguenza preferì non dedicarsi più a questo tipo di composizioni.

Un rapporto di amicizia legava Krzysztof Penderecki a Karol Wojtyła, all’epoca arcivescovo di Cracovia, il quale gli chiese sovente di scrivere musica per la liturgia: «Spesso in quegli anni mi chiese di scrivere per la Chiesa. Mi lusingava dicendomi che tutti i grandi compositori della storia lo avevano fatto. Ma io gli facevo notare che non ero interessato alle chitarre. Non bisogna scrivere pensando alla gente semplice, una musica siffatta non ha futuro».

Questa affermazione descrive la triste realtà a cui si trovano di fronte i compositori dagli ultimi cinquant’anni fino ai giorni nostri: una Chiesa, a parte alcune eccezioni, che non si interessa più di donare ai fedeli musica di alto spessore artistico. Chierici e laici sono sempre meno interessati all’arte dei suoni, forse perché manchevoli di un’adeguata cultura musicale.

Trenodìa per le vittime di Hiroshima (1959/1961)

Trenodìa (dal greco θρηνῳδία) è un canto funebre generalmente cantato da più persone. L’importanza di questa composizione di Penderecki sta proprio nelle innovazioni tecniche utilizzate; il tempo non viene misurato in battute bensì in secondi, mentre, per quanto riguarda le tecniche particolari per gli strumenti ad arco, il compositore impiega, tra l’altro, il vibrato variabile e i colpi d’arco sulla cordiera oppure dietro al ponticello. Si tratta di tecniche di grande modernità per l’epoca in cui il brano è stato composto.

Grazie agli effetti sonori creati, la tensione musicale è protratta nel corso di tutto il brano producendo nell’ascoltatore un effetto di terrificante partecipazione.

Passio et mors Domini nostri Jesu Christi secundum Lucam (1966)

Penderecki deve a questa sua composizione la diffusione della propria musica ad un pubblico ben più ampio di quello a cui era abituato. Nonostante la sua apparizione al Festival di Donaueschingen nel 1960, con la prima esecuzione di Anaklasis, Passio secundum Lucam creò un vero e proprio scalpore, tanto che questo momento segna l’inizio della sua carriera mondiale.

Penderecki intende con questa nuova Passio dare una nuova luce a quello che, per secoli, è stato uno dei temi centrali nell’opera dei compositori del passato.

Mentre nell’opera di Bach si assiste ad una messa in scena di carattere ecclesiastico del testo sacro, in quella di Penderecki si tratta di una narrazione da parte dello stesso evangelista.

Sempre in maniera differente da Bach, il testo è rigorosamente in latino, ma un riferimento al grande compositore tedesco è presente. Se si guarda le due serie su cui questo brano è costruito, risulta chiaro che le ultime quattro note della seconda serie sono il tema B.A.C.H. che, riportate in musica secondo la tradizione tedesca, indicano le seguenti note: si bemolle (B), la (A), do (C), si naturale (H). Un caso?

Si tratta sicuramente di un omaggio al grande compositore.

Con la morte di Krzysztof Penderecki il mondo della musica sacra e profana perde uno dei suoi più abili paladini. Indiscutibilmente egli rimane un esempio per le generazioni future di compositori. La genialità del suo pensiero musicale non potrà estinguersi e continuerà ad illuminare il cammino a chi desidererà lodare il Signore per mezzo dell’arte dei suoni.

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