Le due frontiere di Achille Grandi

di: Domenico Rosati

Cade il 28 settembre il settantesimo anniversario della scomparsa, a 63 anni, di Achille Grandi, il maggiore esponente del sindacalismo cristiano del XX secolo, al cui nome sono legate le prime esperienze organizzative dei lavoratori “bianchi”, le dure sofferenze sotto la repressione fascista e poi, dopo la caduta del regime, la creazione dell’unità sindacale con i comunisti e i socialisti; e, insieme con essa, l’ “invenzione” delle ACLI, le Associazioni cristiane dei lavoratori italiani, di cui Grandi fu il primo presidente.

La sua memoria ha subìto i contraccolpi negativi dei contrasti politici del dopoguerra, al punto da risultarne alterata o scolorita per via delle trazioni esercitate dai protagonisti in contesa. Nessuno però ha potuto mettere in discussione il valore e l’integrità della sua testimonianza.

Una zona franca

Gli amici lo hanno onorato anche quando i loro comportamenti sono entrati in contrasto con il suo messaggio. È il caso delle ACLI che con lui fecero l’unità sindacale e poi la ruppero nel 1948 creando le premesse per la nascita della CISL. Ma è anche il caso della CGIL, che non ha mai consentito che la figura di Grandi venisse per così dire … annessa alla scissione e l’ha sempre collocata accanto a Di Vittorio nell’iconografia dell’unità.

Così è accaduto che attorno al ricordo di Grandi s’è creata una sorta di zona franca, dominata dal rispetto per la sua personalità, ma anche condizionata da convenienze reciproche. Tant’è che quando il vento della politica è cambiato, riportando alla ribalta il tema dell’unità dei lavoratori, da ogni parte c’è stato il richiamo alla sua vita e alla sua opera.

La matrice cattolica

Ma non si comprende Achille Grandi se non si considera la sua matrice cattolica, collaudata fin dalla giovinezza nelle prime prove di superamento o aggiramento del divieto (il non expedit) posto dalla Chiesa alla partecipazione elettorale dei credenti. Fu un contrasto col suo vescovo, a Como, a fargli perdere il posto in diocesi e lo spinse a cercare e trovare asilo in quella di Monza, dove poté dispiegare le sue doti di leadership.

Ancor più severo, poi, fu il test che dovette affrontare quando il fascismo, dopo il delitto Matteotti e l’Aventino (1925), strinse le maglie della dittatura sopprimendo diritti fondamentali e lasciando spazio, nel mondo del lavoro, soltanto ai propri sindacati. Grandi chiese all’Azione Cattolica che consentisse alle organizzazioni sindacali bianche di sopravvivere nella forma (consentita) di associazioni di fatto. Ed ebbe a soffrire quando l’aiuto gli fu negato.

Con la CGIL e le ACLI

A quell’episodio, che lo turbò profondamente anche nella sua coscienza di credente, bisogna rifarsi per comprendere le ragioni che lo portarono nel 1944, a fascismo defenestrato, a firmare il “Patto di Roma” per l’unità sindacale nella CGIL, con il comunista Di Vittorio e il socialista Canevari (che sostituiva Buozzi, poi ucciso dai tedeschi) e, simultaneamente, a lavorare con Vittorino Veronese (Azione cattolica) e mons. Montini (Segreteria di Stato) per dar vita alle ACLI.

Non voleva che un atteggiamento di indifferenza o di distacco da parte cattolica nei confronti di quell’inedito e rischioso esperimento unitario in campo sindacale lasciasse scoperte le masse cattoliche, come era accaduto negli anni Venti. A dire il vero, così raccontava il primo assistente ecclesiastico delle ACLI, mons. Luigi Civardi, Grandi chiedeva alla Chiesa di dare alle ACLI soltanto un consulente ecclesiastico, ma il papa Pio XII, appreso che le ACLI avrebbero curato anche la formazione religiosa e morale dei soci, volle nominare un assistente.

Era un modo di vincolare le nascenti organizzazioni all’imperio della gerarchia? La domanda non dovette essere estranea alle riflessioni di allora se è vero che una circolare dell’autorità che sovraintendeva all’Azione cattolica giunse a chiarire che le ACLI godevano di una propria autonomia per quanto attinente alle funzioni proprie dell’azione sindacale. Non era però un caso che, successivamente, nelle ACLI, ogni volta che sorgevano problemi di relazioni ecclesiastiche, c’èra sempre chi ricordava che “Lui (Grandi) voleva il Consulente”, cioè un rapporto ecclesiale più flessibile.

“Per salvare le ACLI”

Sulle vicende dell’unità sindacale e sul ruolo della corrente cristiana (presa in mezzo tra le istanze della DC, quelle delle ACLI e quelle degli operatori sul campo) non è il caso di intrattenersi in queste note. Si può dire soltanto che ben presto Grandi si rese conto di dover pagare un prezzo per mantenere la propria caratura di autonomia nella responsabilità di guida della CGIL. Fu quando decise di dimettersi da presidente delle ACLI per non coinvolgerle – scrisse all’inizio del 1945 – nelle vicende proprie del suo incarico sindacale. Non aveva sopportato gli strilli di indignazione di parte del mondo cattolico per un messaggio di saluto a una delegazione di sindacalisti sovietici che egli aveva firmato in veste di Segretario della CGIL.

Ma la formula delle dimissioni non nascondeva la sua preoccupazione: mi dimetto – aveva scritto – «purché si salvino queste necessarie istituzioni (le ACLI, ndr) che già tanta cordiale adesione e consenso incontrano tra il clero ed i lavoratori italiani». Quel «purché si salvino» non lascia dubbi sulla percezione di una seria minaccia. Se ne saprà di più quando si consulteranno gli archivi segreti della Santa Sede.

All’inizio del ‘45 Grandi era malato, tant’è che in occasione del primo convegno delle ACLI per le province liberate, ai primi di marzo, una delegazione dei partecipanti andò a trovarlo in ospedale. Ma la malattia non gli impedì di proseguire nel suo impegno che, dopo l’elezione dell’Assemblea costituente, si estese a Montecitorio, dove tra l’altro pronunciò un importante discorso sui problemi del lavoro da affrontare per la Costituzione.

Nella casa comune

Nel frattempo il quadro politico si andava inasprendo, anche sulla scia delle tensioni tra gli alleati vittoriosi. Di qui l’altra preoccupazione di Grandi, quella per le sorti dell’unità sindacale. In una lettera di fine 1945, indirizzata dall’ospedale ai due colleghi Di Vittorio e Lizzadri, così condensava il suo pensiero: «Bisogna aprire, sia di diritto che di fatto, le porte della confederazione a tutti i lavoratori, quali che siano le loro prestazioni professionali o il loro credo religioso o il pensiero politico o una posizione agnostica, bisogna dire che nella famiglia sindacale tutti si sentano a casa propria non sopraffatti mai da sospetti o diffidenze né da maggioranze violente o settarie».

Quanto alle ACLI, la loro espansione e il loro rafforzamento si realizzavano contemporaneamente alla  più esplicita collocazione nello schieramento a guida democristiana. Le figure di altri raggruppamenti (Sinistra cristiana e Cristiano sociali), che inizialmente davano una coloratura pluralistica agli organi dirigenti, erano state estromesse. E già il rafforzamento della corrente cristiana nel sindacato unitario era da alcuni vissuto nel dilemma tra una problematica egemonia e un’inevitabile rottura.

Eredità in frammenti

Sia l’unità sindacale per un breve periodo, che le ACLI a tempo indeterminato sopravvivranno ad Achille Grandi. I singoli contraenti del Patto di Roma ne ricorderanno gli insegnamenti in modo frammentario e spesso opportunistico. In modo più organico negli anni Sessanta del Novecento le ACLI, sotto la guida di Livio Labor, porranno con forza il tema del recupero dell’unità sindacale nell’autonomia dai partiti, fino a imporre nel dibattito e poi nelle scelte la misura dell’incompatibilità tra carica politica e mandato parlamentare, da un lato, e ruoli di dirigente nel sindacato dall’altro.

Ma l’unità non s’è fatta nel momento dell’alta marea, quando il sindacato sulla scia dell’autunno caldo (1969) svolse un ruolo di traino della politica e della società. Poi la marea è scesa e ogni barca ha cercato un proprio ormeggio per non rimanere in secca. Oggi il sindacato, tutto, è sulla difensiva e non sa o non può trovare una linea di contenimento delle tendenze disgregative che lo attraversano e lo frantumano. Né riesce a fare un uso propulsivo della propria autonomia e neppure a trovare un modo univoco per ottenere un sostegno della legge secondo la Costituzione.

Pensieri per l’oggi

Senza abusive traslazioni del pensiero di Grandi, almeno due spunti si possono suggerire per l’oggi. Il primo riguarda l’agilità del suo modo di considerare l’intervento legislativo come utile ed opportuno soprattutto nei momenti di debolezza del sindacato al fine di rafforzarne l’autonomia e potenziarne l’influenza.

Il secondo riguarda il legame tra l’impronta educativa del sindacato e la sua capacità di guida delle masse. Questo il concetto: la leadership sindacale deve essere tanto credibile da saper dire ai lavoratori quando è il momento di avanzare, quando è il momento di sostare, quando è il momento di ripiegare…

Un terzo spunto si potrebbe aggiungere a proposito dell’unità: l’evoluzione dei tempi e soprattutto il tracollo delle ideologie ostinate hanno abbattuto molti degli ostacoli che hanno impedito l’unità dei lavoratori. Perché non rendersene conto?

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