Le “Memorie” di un cardinale

di: Cormac Murphy O’Connor

Nel 2015 il card. Murphy O’Connor, arcivescovo emerito di Westminster, recentemente scomparso, pubblicava le sue Memorie: An english Spring, un racconto molto interessante e assai gustoso della sua vita. O’Connor è ritenuto dalla stampa inglese (e non solo) uno dei più amati leader della Chiesa negli ultimi cinquant’anni. Il libro riflette l’umiltà, il calore, il coraggio di un uomo che, nella scia del grande e mitico cardinale Hume, suo predecessore a Westminster, ha continuato a far soffiare i venti del cambiamento, come dice l’ultimo capitolo delle Memorie, che presentiamo ai lettori di Settimananews.it (Francesco Strazzari)

Papa Francesco incomincia con le persone, parte dalle persone dove esse si trovano. Al cuore della sequela cristiana c’è la fede che Gesù Cristo, nella sua vita, morte e risurrezione, è presente in mezzo a coloro che lo seguono. Francesco è molto acuto nel dialogo con i pentecostali e altri cristiani evangelical, che per lungo tempo in alcune parti del molto sono stati trattati come una specie di nemici della Chiesa cattolica. Francesco è visibilmente rilassato e si trova a suo agio con i cristiani evangelical. Sono, egli dice, «nostri fratelli e sorelle e discepoli che seguono Gesù».

La sera dell’inizio solenne del ministero di Francesco, feci ritorno in Inghilterra per partecipare all’intronizzazione, il 21 marzo, del nuovo arcivescovo di Canterbury, Justin Welby, che era stato pure lui presente a Roma alla santa messa che papa Francesco aveva celebrato all’inaugurazione del suo pontificato.

Era bene che fossi a Canterbury per la solenne occasione, ricordando i miei forti legami e la mia  amicizia con i predecessori di Justin: Robert Runcie, George Carey e Rowan Williams. Ora egli ha tutto il nostro appoggio e le nostre preghiere che il suo importante ruolo richiede. Sono certo che, se Francesco invitasse i leader di tutte le Chiese e comunità cristiane insieme, non a Roma, ma in qualche posto neutrale, e non con l’idea di produrre un documento, ma solo per stare insieme, per pregare e per un servizio comune, potrebbe succedere qualcosa di interessante.

Francesco attira le persone sia che siano cristiane sia che non lo siano. Si accosta ai poveri e a tutti coloro che sono alla periferia della società perché è là dove si incontra Gesù. Come cardinale arcivescovo di Buenos Aires viveva semplicemente, cucinando il cibo e viaggiando con i mezzi pubblici. Come papa, anziché vivere negli appartamenti papali in Vaticano, ha occupato una modesta suite a Santa Marta, la casa per ospiti, dove era stato durante il conclave del 2005.

Ci incoraggia non solo ad essere Chiesa per i poveri, ma ad essere Chiesa di poveri. Quelli ai margini della Chiesa, e anche quelli fuori, capiscono che egli ha una parola anche per loro, una parola di conversione, una parola per cercare ciò che è buono e ciò che è vero nelle loro vite, benché spezzate o lontane da Dio come potrebbero immaginare di essere.

La Chiesa di papa Francesco, io penso, inizierà a cambiare un poco quando si rifletteranno il suo personale carisma e il suo stile. Il Vaticano II parlò del collegio dei vescovi in comunione con il papa, che esercita autorità nella Chiesa. In altre parole, un vescovo, in virtù del fatto di essere successore degli apostoli di Gesù, condivide le decisioni da prendere nella Chiesa con Pietro. Questo è ciò che vuol dire “collegialità”. Questo insegnamento è una delle più grandi eredità del concilio. Sarebbe difficile argomentare che sia stata messa in atto. Ma Francesco, penso, metterà tale questione non risolta in cima alla sua agenda.

Costituendo alcune settimane dopo la sua elezione un piccolo gruppo di otto, più tardi di nove cardinali, per aiutarlo nel governo della Chiesa e a pianificare la riforma della curia è stato un primo segno della determinazione di Francesco di esercitare il papato in una maniera veramente diversa dai suoi predecessori. Poi abbiamo visto il sinodo straordinario dei vescovi sulla famiglia nell’ottobre 2013 con Francesco che incoraggia un aperto e schietto dibattito tra i partecipanti. Abbiamo visto la collegialità farsi viva. Non eravamo abituati. È forse un piccolo colpo di scena.

Il secondo sinodo dei vescovi sulla famiglia nell’ottobre 2015 (il libro delle Memorie è stato pubblicato prima del sinodo, ndr) sarà un importante evento nella vita della Chiesa. Incominciamo a vedere vescovi che si preparano consultando i loro preti e ascoltando le voci dei laici delle loro diocesi. La Chiesa era diventata supercentralizzata nel corso dei secoli. Vediamo dalla storia della Chiesa che i concili diocesani e i sinodi dei vescovi locali, che si incontravano per discutere e decidere sulle questioni, erano la maniera usuale per la Chiesa di governare se stessa. Penso che vi sia un reale bisogno di decentrare l’autorità nella Chiesa portando la periferia al centro. Dobbiamo essere devoti e attenti allo Spirito di Dio e allo Spirito di Gesù presente in tutti i fedeli e dobbiamo lasciarci guidare e istruire in modo determinato dai vescovi con il papa.

Non sarà né facile né semplice. Richiederà pazienza e tenacia, ma vedo che la miglior speranza per noi è di affrontare le sfide che ci stanno davanti nel campo della dogmatica e della morale in maniera “collegiale” e “sinodale e –  vorrei aggiungere – nella “sussidiarietà”, perché molte questioni che riguardano la vita della Chiesa potrebbero essere lasciate alla decisione dei vescovi locali.

Il papa ha un ruolo cruciale da giocare nel mantenere l’unità e la verità nella comunione universale. Ha da assicurare che gli insegnamenti essenziali della Chiesa siano sostenuti dai vescovi che lo seguono e che siano mantenuti in unità con gli uni e gli altri insieme con il papa.

Mi sembra che il futuro della Chiesa a Roma non stia più nel fatto che vescovi, preti, laici lavorino nella curia, ma piuttosto che sia loro richiesto di mettere il papa in grado di svolgere il suo ruolo. Il compito degli uffici e dei dipartimenti della curia – importanti e preziosi – è di assistere e di sostenere i vescovi, sempre in comunione con il papa, nel governo e nell’orientare la vita della Chiesa.

Ricordo una volta, in una riunione di cardinali, di aver suggerito che potrebbe essere meglio avere poche persone che lavorano in curia: pochi cardinali e vescovi, un sufficiente numero di esperti e di bravi preti, di laici – uomini e donne – a servizio del papa nel suo ministero. Le mie osservazioni non furono accolte con grande entusiasmo. Un cardinale mi disse quando uscimmo dalla stanza: «Così, lei cerca di sbarazzarsi di me?».

I venti del rinnovamento stanno soffiando su Roma. La grande maggioranza dei cardinali e dei vescovi del mondo prova un senso di sollievo e di soddisfazione; alcuni, particolarmente a Roma, sono meno contenti. Vi è sempre resistenza ai cambiamenti.

Mi ricordo l’impressione che provai quando,  giovane prete, lessi le Lettere dal Vaticano di Xavier Rynners e non vedevo l’ora di accostarmi avidamente agli ultimi documenti del concilio Vaticano II. Quando sento papa Francesco parlare di andare alle periferie, quando sento che bisogna incontrare le persone dove sono, penso ai libri di Yves Congar che mi hanno ispirato da giovane prete, e penso ai primi piccoli gruppi che iniziammo a Portsmouth e Fareham. Si è spesso detto che ai concili della Chiesa occorrono molti anni per svilupparsi e portare frutto. Penso che è solo ora che il concilio Vaticano II sta dando pienamente i suoi frutti contenuti nel suo insegnamento.

Devo arrivare alla fine di questa memoria. Sono veramente consapevole delle mie molte inadeguatezze e omissioni. Mi si rimprovererà giustamente per la mia mancanza di affrontare molte questioni con una profondità più marcata. Gli storici della Chiesa avranno qualcosa da rimproverarmi per i dettagli dei fatti e i teologi per la mancanza di profondità nelle analisi.

Ho ricordato nel racconto come sia stato colpito dall’ultimo intervento di Benedetto come papa. Quando parlò della sensazione di Pietro e degli altri apostoli nella barca nel mare di Galilea, godendo dei giorni quando la pesca era stata abbondante e soffrendo dei giorni quando «il Signore sembrava dormire», mi toccò le corde dentro. Tuttavia, come Benedetto, «ho sempre saputo che il Signore è nella barca, e che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma sua – e che egli non la lascerà affondare».

Confido in Dio perché so che egli vive nella sua Chiesa che è sempre viva, che la parola di verità del Vangelo è la forza della Chiesa. Si è spesso detto che la Chiesa è sempre in stato di riforma di se stessa, perché lo Spirito di Dio è nella comunità dei credenti, che accolgono la grazia di Dio in verità e vivono nella carità. Mi piace quando diciamo nel tempo pasquale: «Questa è la nostra fede, questa è la fede della Chiesa e noi ci gloriamo di professarla in Cristo Gesù nostro Signore». Mi piace sempre la messa crismale nella settimana santa. Il vescovo celebra il mistero di Cristo con i suoi preti, religiosi e fedeli. Abbiamo il pieno mistero e dono della Chiesa che la liturgia ci presenta, nella parola di Dio che viene proclamata; negli oli per i sacramenti che sono benedetti; nel ridire l’impegno dei preti nel loro ministero fino alla comunione che è evidente in mezzo ai fedeli. È sempre un evento che commuove e santo.

Mio fratello più vecchio, Jim, è morto l’anno scorso. Era dottore, come George, nostro papà. C’è qualcosa del prete in un dottore. Sono presenti nei grandi momenti: nascita, malattia, morte. Ne sono coinvolti, ma devono mantenere un certo distacco. Come prete, tu sei vicino alle persone della tua parrocchia, tu vivi con loro, ne condividi gli interessi e le vicende, ma non puoi anche essere coinvolto in tutte le tristezze o in tutte le gioie. Ogni settimana, vi è un’altra tragedia, un’altra morte. Ogni anno devi ancora muoverti. È la natura del mestiere. È la maniera di amare e di avere compassione che ti fanno stare ad una certa distanza. Jim era cortese e gentile, un buon uomo. Sono stato felice di essere stato alla sua sepoltura. Ora sono l’ultimo dei fratelli e questo è un po’ diverso.

Alcuni giorni prima di andare in seminario, all’età di 18 anni, andai a salutare il mio parroco a Reading, un vecchio prete della diocesi. Gli dissi: «Canonico, sto partendo alla volta di Roma per studiare per diventare sacerdote. Ha qualche consiglio da darmi?». Aspettavo che mi dicesse qualcosa al riguardo, tipo: «La messe è molta e tu farai un grande lavoro per la Chiesa e la tua missione sarà importante e vitale». Pensavo che il giovane Murphy O’Connor potesse essere lodato per il grande sacrificio che si accingeva a fare. Invece, tutto ciò che il canonico voleva dire era: «Giovanotto, prega per essere perseverante». Ricordo di essere rimasto un po’ sgonfiato. Mi aspettavo qualcosa di più stimolante. Ho sempre ricordato le parole del canonico ed ora che arrivo agli ultimi giorni della mia vita trovo che è proprio la perseveranza che invoco. Sono molto consapevole delle mie mancanze e debolezze, dei miei errori e di molti insuccessi nella mia vita di prete e di vescovo. Ogni giorno domando il perdono di Dio e dei miei fratelli e sorelle.

Ogni volta che vado a un funerale, sono incline a pensare che il prossimo sarà il mio. Vi è già una piccola commissione per regolare l’evento. Non so bene che cosa abbiano in mente. I preti amano discutere sui funerali. Ho un posto nella cattedrale assegnato per la mia tomba. Basil Hume e John Carmel Heenan, come Arthur Hinsley, sono sepolti nella cattedrale e non nella cripta accanto a Manning,Wiseman, Griffin e Godfrey. Si è detto di mettere a posto la cappella di San Patrizio e dei santi irlandesi e di collocarmi là, ma non sono certo che la gente entri molto nella cappella. Mi piacerebbe piuttosto la navata dove la gente passerà e, grazie a Dio, dirà una preghiera per me.

Mi è capitato recentemente di leggere alcune preghiere e meditazioni di John Henry Newman. Mi sono imbattuto nella sua bella preghiera per una morte felice. Mi piacerebbe farla mia.

«O mio Signore e Salvatore,
sostienimi in quell’ora
tra le forti braccia dei tuoi sacramenti
e nella fresca fragranza delle tue consolazioni.
Assolvi le parole dette su di me,
e l’olio santo mi unga e mi sigilli,
e il tuo Corpo sia mio cibo e il tuo Sangue mia aspersione;
e fa’ che io senta su di me il respiro di Maria, la mia dolce Madre,
e il mio angelo mi sussurri pace,
e i miei gloriosi santi sorridano su di me;
fa’ che in loro e per loro
possa ricevere il dono della perseveranza, e morire,
come desidero vivere,
nella tua fede, nella Chiesa, al tuo servizio, e nel tuo amore.
Amen»

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