Lettere islamiche a un martire cristiano

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A un anno dall’uccisione di p. Jacques Hamel, sgozzato durante la celebrazione eucaristica a Saint-Etienne du Rouvray (Rouen-Francia) il 26 luglio 2016, a 86 anni, un musulmano franco-algerino, sotto pseudonimo di Mohammed Nadim, pubblica alcune intense lettere a lui indirizzate: Requiem pour le pére Jacques Hamel. Lettres d’un musulman, uscito in libreria il 14 giugno.

Gli uccisori sono due fondamentalisti islamici, A. Kermiche e A. M. Petitjean, appartenenti a Daesh, che lo finiscono al grido di Allahu akbar. «La comunità musulmana, davanti a questa grande prova, in un momento così difficile, è profondamente rattristata. Si può facilmente leggere sul viso dei fedeli un grande sconforto e una collera a stento trattenuta. Nel loro spirito, del tutto impermeabile a tale inqualificabile comportamento, c’è una vera tempesta che rimbomba e si scatena».

A un anno dal martirio di p. Hamel

A poche settimane dall’avvenimento, il 2 ottobre 2016, il vescovo di Rouen, Dominique Labrun, nel momento della riconsacrazione della chiesa, dà il via libera al processo canonico del martire che apre ufficialmente i lavori il 13 aprile 2017. Saranno raccolte una sessantina di testimonianze e repertoriati tutti gli scritti di p. Hamel.

La convinzione ecclesiale è bene espressa dall’omelia di papa Francesco durante la messa di suffragio (14 settembre 2016). Dopo aver ricordato la lunga storia del martirio cristiano e la sua realtà presente («oggi nella Chiesa ci sono più martiri cristiani che non ai primi tempi»), lega la crudeltà dell’uccisione di p. Hamel alla domanda di apostasia. Alle parole dei suoi uccisori («I cristiani sono nemici dei musulmani, un ostacolo all’islamizzazione del mondo») la vittima ha risposto riconoscendo il vero attore del delitto: «Satana vattene! Vattene Satana!».

Il papa commenta: «C’è una cosa in quest’uomo che ha accettato il suo martirio, con il martirio di Cristo, all’altare, c’è una cosa che mi fa pensare tanto: in mezzo al momento difficile che viveva, in mezzo a questa tragedia che lui vedeva venire, un uomo mite… non ha perso la lucidità di accusare e dire chiaramente il nome dell’assassino, e ha detto chiaramente “Vattene, Satana!». «E quanto sarebbe bene che tutte le confessioni religiose dicessero: “uccidere in nome di Dio è satanico”».

Qualcosa si è mosso nel profondo della coscienza dell’islam europeo. Per la prima volta i responsabili musulmani hanno invitato i propri fedeli a partecipare alle preghiere cristiane per la vittima. È successo in Francia, ma anche in Italia e altrove. Hanno mostrato il loro limite sia la reazione che invocava l’opposizione dura all’islam, sia chi si limitava a paventare reazione islamofobiche.

Sono sempre più i giovani islamici, spesso i meglio formati, a uscire dal torpore. Come ha notato p. Vincent Feroldi, responsabile della Conferenza episcopale francese per il dialogo con i musulmani, «mentre in passato le proposte venivano spesso da noi, ora sono i musulmani a promuoverle».

Così commenta un teologo islamico: «C’è stato un momento in cui noi musulmani eravamo in una sorta di negazione della realtà. La condanna degli atti si accompagnava alla difficoltà di accettare che tale barbarie fosse commessa in nome di una certa visione dell’islam. Oggi le lingue si sono slegate e le cose affrontate con maggiore libertà» (La Croix, 13 giugno).

I dialoganti delle due sponde sanno che questi drammi non toccano il cuore delle fedi, ma sanno anche che il legame tra fede e violenza va teologicamente de-costruito.

Semplicemente antiumano

Mohammed Nadim scrive: «La sua morte, così tragica, così incomprensibile, attraverso un atto insano e nauseabondo, con metodi così barbari, in circostanze crudeli, ci lascia senza voce e in una pena indicibile, a stento trattenuta». Ai due omicidi è stato inculcato «come vendicarsi non so di che cosa e non so di chi, e come rafforzare la loro causa. Come passare da un quotidiano mediocre alla fama, a una supposta impresa. È stato loro detto che un prete è cosa di poco conto, senza importanza, o piuttosto come cosa grandiosa, prova di un coraggio senza eguali che li renderà amabili da Dio, galvanizzando i combattenti per una giusta causa. Sono venuti con un grande vuoto nel loro cuore e l’hanno riempito come potevano riproducendo l’atto lungamente fermentato nel loro spirito, proclamando chiaro e forte di amare Dio e il suo profeta. È stato loro inculcato questo odio spacciato come amore. È stato loro inculcato come vendicare un’idea, una visione dell’islam. È stato loro inculcato come rafforzare una causa perduta».

«Non sono uno studioso di religioni e non voglio avventurarmi su un terreno dove la prolissità degli ignoranti fa la delizia dei dilettanti, ma vorrei semplicemente dire, e so che lei, almeno lei mi crederà, che quelli che hanno commesso l’assassinio, che hanno violato un luogo sacro, che hanno impugnato un coltello per un atto infame, che hanno teso una mano di ghiaccio per cancellare la sua vita, non sono musulmani, perché non lo sono e non lo possono essere, e vorrei che i miei fragili propositi possano convincere che niente nel santo Corano ci induce a prendere un coltello per sgozzare un prete, niente che nella moschea o nel libro sacro che spinga a distruggere una vita, ad abbracciare la morte».

Romero e Tibhirine

La citazione di numerosi passi coranici (sura 10,23; 49,13; 5,2; 31,18 ecc.) conferma il percorso compiuto. «Il Corano è una cosa e ciò che gli uomini vogliono farsene è un’altra, perché so bene che subito alcuni oppongono alle parole feconde dei testi sacri altri versetti che possono dire o suggerire il contrario (fra questi, sura 9,123; 48,29; 6,152; 9,5; 69,30; 8,12; 5,33 ecc. ndr.), che interpretano i testi secondo la loro convenienza, ma non possiamo smettere di cercare ciò che ci irrita, che ci umilia, che ci perverte, che ci divide e consolidare e fare fruttificare quello che ci unisce per accompagnare il soffio della storia e per dire che, quando avremo bevuto l’ultima goccia di vita, possiamo dire di essere stati all’altezza dell’umano, siamo stati degli uomini».

L’apertura alla storia e alla coscienza personale non giunge a mettere in questione le possibili malattie della fede, ma si concentra sulla disumanità dei falsi credenti. «Ho voglia di domandarvi perdono, caro padre, poi mi trattengo e mi chiudo nel rifiuto. E lei mi perdoni, ma non si tratta di una negazione e ancor meno di indifferenza, lei lo sa bene, ma non posso e non voglio per nessuna ragione scusarmi per l’atto di un essere immondo che si proclama appartenente alla mia fede. Scusarmi dell’innominabile, caro padre, significherebbe riconoscere che abbiamo la stessa religione, lo stesso pensiero, la stessa definizione dell’islam». «Sono musulmano credente e rifiuto di scusarmi in nome di criminali che si nascondono sotto le ali della mia religione per commettere l’irreparabile, sperando con il loro atto odioso di avvicinarsi a Dio; ma Dio è innocente del loro fallimento, dei loro crimini e dei loro assassinii». «Caro padre, vi chiedo perdono in nome degli uomini e non della religione. Perdono per tanta barbarie e aggressività. Perdono per quanto l’uomo è capace di fare all’uomo».

La preghiera dei musulmani si è unita a quella dei cattolici e dei cristiani, è stata sostenuta dalla preghiera di intercessione della stessa vittima e si distende nel volume in una decina di invocazioni a Dio a «difesa» di padre Hamel: «Accordagli il riposo eterno e la tua luce così bella e dolce e ricevilo accanto a Te, nella pienezza del tuo amore».

Risuonano alcune figure martiriali simili. Alcune espresse (J. Popieluszko, Rutilio Grande), altre implicite (T. Becket, Stanislao). Ma quelle più prossime sono A. Romero, ucciso anche lui nell’atto di celebrare l’eucaristia, e i sette monaci di Tibhirine (Algeria), sgozzati dallo scontro coi fondamentalisti locali.

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