Loris Capovilla: lasciti spirituali

di: Michele Giulio Masciarelli

1. Il primo lascito
è la sapienza di vivere la “prolixitas mortis”

Ricordo vividamente il giorno dell’ingresso in diocesi di mons. Capovilla, nella solennissima e lunga funzione celebrata sul sagrato della cattedrale dinanzi a una folla immensa. I seminaristi del Regionale erano allocati sulla scale della cripta. Ricordo che, poiché si prevedeva una lunga funzione, mi fu chiesto di scrivere un buon numero di strofe del canto d’offertorio in aggiunta alle poche disponibili dell’autore (Guarda questa offerta): controllavo con curiosità che le mie parole s’accordassero bene con la musica.

Di botto il mio ascolto fu attratto dalla voce alta e sonante del novello arcivescovo: la figura non la si vedeva, ma quel discorso di presa di possesso della diocesi, ricco di toni di voce che s’alternavano con maestria, mi colpiva, soprattutto quando toccò un punto, sul quale ho pensato per quasi cinquant’anni: era un pensiero sulla morte.

Mons. Capovilla così si esprimeva nel suo discorso: «Temo il volto del Signore, che al termine della vita giudicherà i miei pensieri, le mie parole, i miei atti; e anche voi allora mi giudicherete. Per parte mia, ho il dovere di pensare con trepidazione al momento – che si approssima – in cui ripiegherò la mia tenda. […] Il giorno della mia deposizione non mi presenterò a voi eretto nella persona, nell’atto di celebrare la divina liturgia; ma sarò disteso per terra, umiliato, spogliato di ogni onore, silenzioso ormai e immobile; e voi sarete incoraggiati al suffragio, ma anche incoraggiati al giudizio: – è stato davvero sacerdote leale e pacifico? amico sicuro e sincero? Vi chiedo, in carità, di aiutarmi a meritare un giudizio di misericordia da parte di Dio, un giudizio benevolo da parte vostra, a edificazione dei vostri figli» (Discorso di saluto e di presentazione al clero e al popolo delle due diocesi dopo la messa concelebrata con sei sacerdoti in Piazza Duomo – Chieti 17 settembre, Tipografia Abete, Roma 1957, pp. 15-16).

Caro arcivescovo Capovilla, grazie della lezione umana e cristiana di vivere al cospetto della morte, di capire che morte e vita viaggiano insieme, che la stessa morte è un atto di vita e che c’è una prolixitas mortis, di cui parlavano i Padri, che è la lunghezza, l’estensione, la len­tezza della morte, che raggiunge la nostra prima ora di vita. Quanto al giudizio di Dio, già lo conoscete; il nostro è positivo e affettuoso sulla vostra vita di vero uomo di Dio e di sincero uomo di Chiesa.

2. Il suo secondo lascito è la consegna del rispetto

Iniziando questa pagina di memoria dell’arcivescovo veneziano, ho deciso di chiamarlo “monsignor Capovilla”, come lo si nominava quand’era con noi; anche perché questo ricordo riguarda il brano di tempo dai lui vissuto in terra d’Abruzzo. Se un grano di confidenza in più si può avere, dirò che perfino il pudore m’impedisce di chiamare lui “don Loris”, come mai mi son permesso di dare del “tu” a mons. Menichelli benché un giorno me l’avesse chiesto esplicitamente, né mai chiamerei mons. Forte “padre Bruno”. L’intonazione dei rapporti va fatta con le parole che meglio ne interpretano la sincerità. Da diversi anni sono in sinusia di gusto con un mio amico nel ritenere che serve ridarsi “lei” anche dentro la Chiesa per tanti e tanti motivi. Per me, una delle forme di brutto è la perdita della distanza.

Io ai vescovi (anche a mons. Capovilla) ho dato sempre il “voi”, come a mia madre, perché mi pare componga dentro di sé due sentimenti essenziali: confidenza e rispetto. Questo binomio ha dato equilibrio al colloquio telefonico più che quarantennale avuto con mons. Capovilla dopo la sua partenza da Chieti. Era la sua persona, anzitutto, a chiedere la sintesi di quei due sentimenti: la confidenza che nasce dall’affetto e il rispetto che è imposto dall’autorevolezza della persona e dal suo ufficio, oltre che verso tutte le creature per quelle che sono e servono.

Il rispetto, che mons. Capovilla meritava per la dignità del suo pensare, del suo parlare, del suo essere uomo di Dio e uomo di Chiesa, è uno dei lasciti della sua lunga vita. Il rispetto che oggi fa difetto, anche dentro la Chiesa, va recuperato ad ogni costo come il fil rouge che lega le varie attenzioni che debbono regolare signorilmente i rapporti in tutti gli spazi umani, anche in quelli ecclesiali: il rispetto è il solo valore in grado di restituire una dignità accettabile (cf. R. Sennet, Rispetto. La dignità umana in un mondo di diseguali, il Mulino, Bologna 2004).

3. Il suo terzo lascito è la pratica della gentilezza

La lezione di questo “Grande Anziano”, che ha scritto a penna fino alla fine e usava il comunicare come un incontro affettuoso e saggio, ci chiede di ripensare al vuoto di gentilezza che rende pesanti i nostri odierni rapporti, quando siamo in un periodo di “raffreddamento globale” dei sentimenti.

Grazie, mons. Capovilla, della vostra gentilezza veneziana; grazie soprattutto per averci testimoniato il valore sommesso e discreto di una gentilezza condita di sapienza evangelica che, quando c’è, s’irradia benevolmente come balsamo ma anche come medicina forte sulla trama spesso ferita della vita, con diversi colori, assumendo perciò molti nomi: capacità di ascoltare, disponibilità ad accogliere le fragilità altrui, generosità, altruismo, solidarietà, amorevolezza, pratica costante del rispetto, attenzione, sollecitudine per tutti (cf. P. Ferrucci, La forza della gentilezza, Mondadori, Milano 2006).

4. Il suo quarto lascito è lo sguardo della mitezza

L’alta sapienza ecclesiale mostrata in questi oltre quarant’anni di contatti con mons. Capovilla mi ha fatto conoscere un felice apparentamento tra gentilezza e mitezza, quest’ultima soprattutto nei confronti dei lontani, dei differenti rispetto al pensiero cristiano: una mitezza di giudizio che – negli anni seguenti all’episcopato teatino-vastese – s’è fortificato ed esteso ancora di più. Egli ci ha mostrato che la gentilezza gode nientemeno che della forza della mitezza, anch’essa notoriamente accusata d’ingenuità e di debolezza.

Mons. Capovilla è stato sempre dentro il cerchio di luce di questa intuizione formidabile: la gentilezza e la mitezza, senza imporre i loro ritmi e i loro modi di essere, ispirano tolleranza, delicatezza, lungimiranza e la convinzione che non si debba mai cedere all’arroganza, alla supponenza, al prepotere.

Ricordo, nelle conversazioni degli ultimi anni, quante volte esprimeva il desiderio e la previsione che papa Francesco facesse passi di contatto verso la Cina… Con stesso paradigma interpretava i gesti del papato bergogliano, che leggeva sempre come segni di mitezza pastorale.

In modo particolare egli coltivava questa gentilezza e mitezza nella conversazione con lui che, alla fine, lasciava sempre una forte carica spirituale. Che grande scuola nel conversare! Non aveva mai fretta e questo era già di per sé insegnamento importante perché – non finiamo mai di dirlo e di pensarlo – chi ha fretta non ti ama.

5. Il suo quinto lascito è la profezia conciliare

Mons. Capovilla è stato, in un modo assai particolare, un vescovo conciliare. Veniva nella nostra Chiesa diocesana nel 1967, a Concilio conchiuso da soli due anni; veniva da noi essendo stato il segretario particolare di Giovanni XXIII, il papa che ha ideato, indetto, impostato, aperto e avviato il Concilio del Novecento, raccogliendone la sua prima confidenza da parte del papa e assistendo Roncalli in ogni passo verso il Concilio e nel Concilio.

Di Giovanni XXIII, di cui conosceva a fondo tutti gli scritti – avendo curato la pubblicazione di molti di essi –, più ancora aveva assimilato il sentire religioso, lo stile comunicativo, l’approccio benedicente e fiducioso al mondo, nonostante i suoi colossali problemi e il negativo presente nel brano di storia ecclesiale degli anni 60 e 70.

Degli anni di Capovilla (quattro anni e tre mesi) restano molti scritti e le tre Lettere pastorali: Prima lettera pastorale al clero e al popolo delle due diocesi, Chieti 1967; Teologia della croce. Riflessioni per la quaresima 1970, Chieti 1970; Ultima lettera pastorale al popolo di Dio che è a Chieti e Vasto, Chieti 1971 (Queste Lettere, in occasione del 90° anniversario di mons. Capovilla, sono radunate, debitamente introdotte, nel volume: Loris Francesco Capovilla, Diaconia creatrice, a cura di Michele Giulio Masciarelli, Japadre, L’Aquila-Roma 2006, pp. 191).

Si tratta di scritti in cui la componente meditativa e d’apertura profetica ai grandi orizzonti conciliari è dominante rispetto ai temi propriamente pastorali e operativi.

Negli scritti di mons. Capovilla forte è la componente autobiografica e meditativa. In essi vibrano la componente autobiografica, colloquiale, e lo sforzo di aderire costantemente alle “croci dell’ora”, per dirla con don Primo Mazzolari. Come pure vi si trovano originali forme interpretative degli eventi della Chiesa e del mondo di quegli anni, intonati – come s’è appena detto – alla tolleranza, al rispetto dell’altro, alla ricerca inesausta dell’incontro con l’uomo contemporaneo, che non è un uomo astratto, ma quello che incontriamo ogni giorno. Il suo era un approccio a temi e problemi che rifuggiva dal sospetto, dalla contrapposizione, in ossequio esplicito allo “stile conciliare”, subito accolto, compreso e attuato.

Conclusione breve

Loris Capovilla cardinale

Sotto il Monte (BG) – Imposizione della berretta cardinalizia al nuovo cardinale mons. Loris Capovilla (ANSA/Paolo Magni)

Il contributo di Capovilla nell’aiutare la nostra Chiesa diocesana a ricevere l’eredità conciliare, per la brevità del suo episcopato, va cercato anzitutto nello spirito e nello stile del Concilio che possedeva in modo evidente. La Chiesa di Chieti-Vasto ha potuto confrontarsi continuamente con la sua mentalità aperta, positiva, non risentita, promuovente nei confronti del nostro tempo. Il suo sguardo sulla Chiesa e sul mondo è stato fiducioso, incoraggiante, rispettoso, ubbidiente al “principio speranza.

Nello stile pastorale di Capovilla c’era il piglio profetico, specie nell’analizzare le cose di Chiesa in rapporto al mondo. La prima preoccupazione dei pastori del post-Concilio non poté essere sempre l’attuazione delle direttive conciliari, ma recepirne piuttosto lo spirito e lo stile.

Giovanneo in modo viscerale, mons. Capovilla era convintamente montiniano. «Giovanni e Paolo – scrive –, coi loro insegnamenti e con l’oblazione della loro vita, ci hanno introdotti nel territorio dove splende la luce della vita e i cuori ricevono nuovo impulso ad apprezzare debitamente la dimensione contemplativa dell’esistenza […] e l’azione caritativa dilatata oltre misura» («Quarant’anni dalla conclusione del Concilio ecumenico Vaticano II. 1965 – 7/8 Dicembre – 2005», Bergamo 2005, p. 12).

È bello come mons. Capovilla congiunga, in splendida sinusia, la profezia cristiana di papa Roncalli e la genialità ecclesiale di papa Montini, due grazie che hanno fatto un gran bene alla Chiesa di Dio.

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