Luigi Meneghello: il senso della storia

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Cento anni fa, il 16 febbraio 1922, nasceva a Malo, in provincia di Vicenza, Luigi Meneghello, uno degli scrittori più interessanti e meno canonici del nostro Novecento.

Memoriale autobiografico, romanzo neorealista, saggio filosofico, riflessione metaletteraria, indagine filologica, divertissement linguistico: Meneghello sguscia fra le definizioni, lesto ed elegante come una sioramàndola, rendendo impossibile qualsiasi tentativo di classificazione. La sua scrittura sfugge alle costrizioni dei generi e alle strettoie delle correnti letterarie per offrirsi al lettore nel segno di una ironica, disarmante onestà, sospesa tra il tocco leggero della memoria e uno sguardo lucido e disincantato sul reale.

La materia autobiografica

La materia autobiografica è elemento generativo in tutti i libri di Meneghello.

All’epopea dell’infanzia è dedicata la sua opera prima, Libera nos a malo, del 1963, che vede lampeggiare l’ironia già nel titolo, giocato sul filo dell’ambiguità tra il toponimo Malo e l’ablativo latino che chiude la preghiera del Pater noster.

Nel 1964 pubblica I piccoli maestri, romanzo che narra l’esperienza giovanile della guerra partigiana con commozione, ma senza derive agiografiche.

Con Pomo pero. Paralipomeni d’un libro di famiglia, a distanza di dieci anni Meneghello torna a parlare di ricordi legati a Malo e al mondo dell’infanzia; due anni dopo, nel 1976, a partire dalla domanda d’apertura di Fiori italiani – “Che cos’è una educazione?” –, lo scrittore vicentino riflette sull’educazione-diseducazione scolastica della sua generazione, nata sotto il segno della marcia su Roma e della progressiva fascistizzazione della società.

Negli anni successivi Meneghello continuerà a percorrere il sentiero della memoria, lavorando ricordi e parole. Fondamentale, a sorreggere tanta limpidezza di sguardo e di sentire, l’esperienza del dispatrio.

Il dispatrio

Nel 1947, venticinquenne, il giovane Meneghello si trasferì in Inghilterra, a Reading, «la città rossa in riva al Tamigi», grazie a una borsa di studio. Doveva essere, nelle sue intenzioni, un’esperienza breve, di pochi mesi, forse un anno, forse due. Vi resterà cinquant’anni.

La sua collaborazione prevedeva inizialmente solo lo svolgimento di alcuni corsi di letteratura italiana per il Dipartimento di Inglese dell’Università; ma l’entusiasmo suscitato dal suo lavoro di insegnante portò nel 1955 alla creazione di una Sezione separata di Studi di Italianistica e poi, nel 1961, alla fondazione di un Dipartimento di Italiano del tutto autonomo, riconosciuto ben presto a livello internazionale per la ricchezza e la vivacità delle sue proposte culturali: «una comunità di amici che lavoravano in tutta serietà, ma con l’impressione che il loro lavoro fosse al meglio quando era quasi come suonare».[1]

Libera nos a malo nasce da foglietti vergati in modo discontinuo durante le vacanze che vedevano il professor Meneghello tornare ogni anno in Italia insieme alla moglie Katia Bleier, un’ebrea ungherese sopravvissuta al lager di Auschwitz, sposata nel 1948, sua inseparabile compagna di vita e di lavoro.[2]

Materia autobiografica e scrittura, tempo dell’esperienza e tempo della sua rielaborazione sono, dunque, separati da uno spazio che delimita e marca una distanza non soltanto temporale: di mezzo c’è l’esperienza decisiva del vivere in Inghilterra e del “praticare” la lingua inglese.

Meneghello definirà dispatrio questo dirompente esercizio di dislocazione: «C’è un polo italiano e c’è un polo inglese in tutto ciò che sento e che penso, anzi, pare che per me sentire e pensare consistano in pratica nel far passare sbuffi di corrente tra questi due poli».

È da questa doppia polarità, da questo sentimento del dispatrio, che prende forma la sua scrittura: Meneghello mette in atto un vero e proprio percorso di liberazione dalle sovrastrutture dell’accademismo e della retorica, dalle vuote, solenni ampollosità che in tanta letteratura italiana vengono fatte coincidere con il “bello scrivere”, per andare alla ricerca della parola fatta di cose, capace di dire le storie, capace di pragmatismo e di autoironia – tratto così tipico della cultura inglese.

Dispatriarsi. Prendere le distanze. Dislocarsi per potersi guardare, per poter guardare con onestà alle proprie radici, al mondo, alla storia. Nelle note conclusive di Pomo pero scrive: «Mi scuso di parlare dell’autore in terza persona, ma per pubblicare questo libro ho dovuto staccarmi in qualche modo da lui».

L’esercizio di dislocazione si fa esercizio di introspezione anche sul piano linguistico: riflettendo su di sé, Meneghello riflette sulla lingua, e proprio da dispatriato arriva a riconoscere tutta la forza del dialetto, l’unica lingua che sente davvero di conoscere nella sua profondità, la vera, l’unica lingua Madre. La parola del dialetto è sempre incavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un’altra lingua. Nascono da questa consapevolezza le mirabili catene fonico-semantiche di Ur-Malo:

cao schèo cόa rua
bao déo pria pua
ua
spéo mua crèa scrόa
pie brόa stua pao
iόa
brao bua scόa stria
fia

Partire da sé

Manzoni scriveva che la poesia e la letteratura devono «proporsi l’utile per iscopo, il vero per soggetto e l’interessante per mezzo».

Nelle pagine di Meneghello la lezione manzoniana acquista spessore vitale: l’interessante è la forma sincera, autoironica, libera dall’accademismo, le parole che dischiudono mondi; il vero è la vita nella verità della sua stessa materia autobiografica; l’utile è il gesto sapiente, e per nulla scontato, dello scrivere partendo da sé. Se partire da sé «consiste nel trovare le parole per dire il reale e per portarlo alla sua verità»,[3] in Meneghello scrivere si presenta come il tentativo, continuamente perseguito, di restituzione del reale nell’interezza della sua forma: «La forma dei rumori e di questi pensieri (ma erano poi la stessa cosa) mi è parsa per un momento più vera del vero, però non si può più rifare con le parole».

Raccontare. Scrivere. Cercare le parole per poter dire il reale, perché il reale possa darsi in verità. Ritornare al (proprio) vissuto e ri-partire da lì, per trovare la via per orientarsi nel mondo; ricusare ogni lettura che muova da formule, da definizioni pre-giudicanti, da schematismi aprioristici, assumendo il partire da sé nel suo senso primo e profondamente politico: non un vischioso, narcisistico ripiegamento nella soggettività, ma un separare sé da sé (“partire” non ha forse il senso primo del “dividere in parti”, del “separare” e del “separar-si”?), per recuperare onestà di sguardo – su di sé e sulla (propria) storia. Ed è questa onestà che diventa esemplare, utile in senso manzoniano: perché non si dà onestà della prosa, se non dove c’è onestà della vita.

La forma prima del reale è quella dei nostri legami con il mondo; è questa la radice sapiente di ogni auto-bio-grafia. Il nostro essere nel mondo viene da un essere stati messi al mondo dentro legami che sono i vincoli ma anche la felicità e la bellezza della nostra esistenza. La scrittura di Meneghello si addentra nei sentieri della memoria per recuperare nella (propria) storia tutta la forza di quei legami. Perché sono i legami che danno sostanza al nostro vivere. Mostrare i legami e aprire il mondo. Questo è quello che fa Meneghello in ogni suo libro.

«Questo sentirsi insieme, e contenti, è supremamente importante. Si profilava tra gli amici abituali uno schema di rapporti stabili; gli amici diventavano una Compagnia. Pareva di essere non solo al centro del mondo, ma investiti di un privilegio speciale. Per i ragazzi di un paese la Compagnia è l’istituto-madre. È un’associazione libera, un club senza sede e senza regolamento, ma i suoi legami sembrano in quegli anni più forti di ogni altra associazione naturale o tradizionale».

Il senso della storia

Lo sguardo di Meneghello non trasforma mai il lavoro della memoria in diaristica autocompiaciuta; l’autobiografia non cade mai nell’autobiografismo; il passato è recuperato con precisione di dettagli che precludono ogni cedimento all’idillio.

Pagine memorabili sono dedicate all’educazione religiosa: «Le verità della Fede s’imparavano a memoria: la definizione di Dio, la Trinità, la Redenzione; gli elenchi dei misteri, comandamenti, precetti, sacramenti, virtù, vizi e peccati; e infine gli elementi della Storia Sacra dell’umanità dalla Creazione al Concordato». Folgoranti alcune osservazioni che portano al cuore dell’impianto di trasmissione della fede: «In definitiva l’essenziale non era capire, ma sapere. I dubbi erano scoraggiati, e se necessario proibiti».

Altrettanto lucida la lettura del sistema-scuola, con notazioni di dolorosa attualità: «La scuola non era, in senso serio, cattolica né fascista. Ciò che vi era dentro di insoddisfacente non aveva bisogno di appoggiarsi al cattolicesimo o al fascismo, se non come ci si appoggia ai vicini sul tram, poco e irregolarmente. Si soffriva semmai per la mancanza di idee e di convinzioni, non già per il tentativo di indottrinarci. I pochi che si provavano facevano ridere, mentre la mancanza di idee non era ridicola, era tragica».

Nella descrizione della società – l’adeguamento conformista alle direttive di regime, le divise, i canti, i cortei settimanali – si sente trascorrere, leggero e vitale, il soffio dell’ironia: «Il fascismo in paese, pur avendo generato Capi e Cape come usa fare la vita, non pareva però una casta separata di gente, ma appunto un aspetto della vita locale, un nostro vibrante modo di essere. Eravamo noi stessi, considerati sotto la specie del corteo».

Per Meneghello è chiaro che il senso della storia non è un dato, ma un processo, un processo di cui noi stessi facciamo parte: «Libri e insegnanti di storia non facevano mai sentire che tutto ciò che c’è stato è stato un processo, e che siamo parte di un processo anche noi».

E dopo aver tanto studiato, ricordato, pensato, meditato, scritto?

«Facciamo tutto come se fosse per sempre, ma niente di ciò che facciamo è per sempre – fare la parte che ci tocca alla fine resta l’unico senso».


[1] A community of friends who worked – to quote Meneghello himself – «in all seriousness, yet with the impression that their work was at its best when it was most like playing». Cf. qui.

[2] Da un ricordo di Katia, condiviso con lo scrittore Mario Rigoni Stern e messo in musica da Bepi De Marzi, nasce Nokinà – Ninna nanna nel vento, canto delle mamme ebree in cammino verso i forni crematori con i loro bambini. Cf. qui.

[3] Diotima, La sapienza di partire da sé, Liguori 1996, Introduzione di Chiara Zamboni, pag. 1-3.

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