M.P. Gallagher: un diario che profuma d’infinito

di: Maria Teresa Pontara Pederiva

Diario nella fase finale del cancro

«Se spesso tendiamo a vedere la vita come un grande fallimento, la gratitudine può porre rimedio a tutto questo, se impariamo ad apprezzare la meraviglia del quotidiano». Dovrebbe far riflettere il fatto che, sempre più spesso, le espressioni di maggior gratitudine riguardo ai doni della vita sgorghino dal cuore di chi è più in difficoltà: pensiamo al Cantico delle creature, scritto da Francesco d’Assisi ormai debilitato in un corpo reso fragile da un’esistenza di povertà; pensiamo alle parole di quanti – Bonhöffer, Metzger, Jagerstätter, i ragazzi della Rosa Bianca per citare i più noti – hanno scritto dal carcere della follia nazista, ma anche a tanti genitori che si prendono cura di un figlio disabile o a quei migranti che sanno inginocchiarsi una volta raggiunta la terraferma e persino ringraziare per un materasso di fortuna…

Perché a fronte di tanti che (purtroppo) vivono perennemente nel rancore di ciò che non hanno, nella nostalgia di tutto ciò che non è stato, nell’invidia di chi ha di più, ci sono anche coloro che sanno «apprezzare la meraviglia del quotidiano» e di questo render grazie a Dio o, meglio, fare della propria esistenza un rendere grazie al Signore della vita. Talvolta accade anche quando la loro vita si sta accorciando oltre il regolare passar degli anni per un verdetto di cancro avanzato che significa morte certa, solo questione di tempo.

È stato il caso di Michael Paul Gallagher, gesuita e teologo irlandese morto a 76 anni nel 2015, che ci ha lasciato un diario straordinario che ora esce in traduzione italiana per i tipi delle edizioni del Messaggero di Padova. Un’opera pubblicata postuma a cura dei suoi amici e confratelli: prefazione del gesuita Nicholas Steeves e postfazione di Gabriele Palasciano.

Religioso, teologo e “padre”

Una grande figura di uomo e religioso, un’autentica guida, un “padre” per tanti che l’hanno conosciuto come docente di teologia fondamentale in Gregoriana o come rettore del Collegio Bellarmino a Roma. Non il professore per cui la cattedra diventa un piedestallo da cui elargire la propria scienza, spesso autocitandosi, bensì un vero “maestro” carico di paterna umanità in grado di accogliere e accompagnare il cammino delle persone, ciascuno nella propria specificità, nella ferma convinzione che l’uomo viene prima di qualunque studio.

Un gesuita sempre in attività che neppure la diagnosi di un cancro era riuscita a fermare: conferenze, ritiri spirituali, incontri, tra Europa, più spesso in Irlanda, e resto del mondo (Asia e America Latina), come quell’esperienza di due mesi di insegnamento volontario a Saigon nell’estate 2014, «il dono più grande». Poi, nel gennaio 2015, il verdetto di una fase ormai avanzata e tutto si deve giocoforza interrompere: «l’agenda era vuota e la mia vita piena di impegna era finita».

Tuttavia confessa: «Non provai nessun rimpianto per la perdita del ritmo di lavoro cui ero abituato». A fronte di chi, vuoi perché arrivato alla fine di una carriera di lavoro, vuoi perché al termine fisiologico di una carriera sportiva, non è capace di accettare lo stacco di un cambiamento o chi ad una diagnosi patologica se la prende con l’intero mondo dei sani, padre Gallagher, con disarmante serenità confessa che «l’assenza di ribellione era dovuta alla fiducia in Dio: non che pensassi che fosse stato Lui a mandarmi la malattia, ma avevo la certezza che mi avrebbe accompagnato in questa nuova fase della mia vita, probabilmente l’ultima».

Un diario che celebra la vita

Queste le premesse per riprendere in mano vecchie pagine di diario, dimenticate per anni fra la ridda di impegni, e continuare il lavoro per fissare sulla carta quanto veniva via via maturando in una fase del tutto inedita della vita nella lucida consapevolezza di venir letto dopo la sua morte: «se riuscirà ad offrire una luce spirituale a chi sta attraversando un periodo difficile, allora ne sarà valsa la pena». «Un regalo di addio e di gratitudine per quelli che ho conosciuto in tutti questi anni e suppongo che sarà anche un saluto alla scrittura che è stata una parte così importante della mia vita». L’espressione che meglio ne esprime il contenuto, per lui è quel sottotitolo chissà perché scomparso nell’edizione italiana: “Diario di un cammino”.

Il 30 ottobre 2015, dopo alcune settimane dalla «decisione più difficile» – la scelta delle cure palliative – al computer è affidata l’ultima frase: «Non so se avrò la forza di continuare a scrivere ancora a lungo e se sarò abbastanza lucido per farlo. Forse un amico vorrà aggiungere qualche parola. Spero che chi legge ne trarrà una luce di speranza e preghi per me. Grazie». Il 6 novembre la morte. «È come se il Signore bussasse alla porta per entrare e io ricevessi la benedizione di aprirgli» aveva scritto nelle settimane precedenti.

«Ci sono vari modi di guardare ai tanto desiderati tempi supplementari: con rabbia, con frenesia, con paura, con avidità, o ancora con calma, con pace, con amore da ricevere e da dare. Con preoccupazione e con speranza. Come una sfida. Con fede e fiducia. Come una partita già persa o come un tempo che in ogni caso ci può soltanto guadagnare, a prescindere dal risultato finale. Ma si può scegliere di adottare l’uno o l’altro di questi sguardi?» è l’interrogativo del suo confratello Nicholas Steeves nella prefazione, sottolineando l’affinità fra il cammino interiore di padre Michael Paul e il fondatore sant’Ignazio che, convalescente a Loyola, aveva tenuto un giornale spirituale.

La fiducia in Dio e la passione per l’annuncio

È una decisione, quella di scrivere, cui dobbiamo essere grati a Gallagher perché si rivela un dono prezioso: sono riflessioni profonde che parlano soprattutto di vita e di gioia, parole capaci di elevarsi oltre il quotidiano per sospingere in alto il lettore, verso l’infinito.

Perché, nonostante tutto, le sensazioni che rivelano un’umanità comprensibilmente scossa dal proprio stato – sintetizzate con quell’espressione «ondate di nebbia» –, lasciano ben presto il passo alla fede del salmo “Il Signore è il mio pastore” che diventa il suo fedele compagno, anche nei giorni più duri della chemioterapia, e sono «sprazzi di luce». «Non chiedo mai a Dio di salvarmi dalla morte».

«Ai tempi supplementari» è allora un testo che «parla di vita quanto di morte, parla dell’abbandono, dell’incontro con Dio, del valore e delle gioie dell’amicizia e della fede» come dichiara nel finale l’amico Donal Neary.

Le confessioni, che prendono il via dall’ingresso a 22 anni nella Compagnia di Gesù dopo gli studi universitari a Dublino e Parigi, riflettono una profondità d’animo non comune, unita ad una straordinaria capacità di autoironia e ad una singolare empatia con le persone, anche quelle incontrate casualmente e per breve tempo.

Da quella più intensa percezione dell’Incarnazione come «accoglienza della natura umana da parte di Dio» – intuizione che, per la sua generazione, veniva confermata dal libro di Teilhard de Chardin L’ambiente divino – rivela la scoperta di aver derivato, proprio negli anni del Concilio, «una visione molto più positiva della vita e dell’attività di tutti i giorni, ma anche dell’intera esistenza umana, non solo a livello personale, ma anche universale». Una positività di fondo su fatti e soprattutto persone che l’ha accompagnato lungo gli anni, una serenità che gli fa dire che «i problemi avevano a che fare con tensioni personali, insicurezze, ferite, solitudine, momenti di fallimento… invece le benedizioni erano quasi sempre connesse a incontri con persone, con attimi di gioia nella preghiera, al piacere di insegnare e alla disponibilità del mio cuore di farsi trasformare da altri mondi, come l’India o l’America Latina». Nella convinzione che «il movimento che conduce al paradiso è già in atto».

«Qualcosa è cambiato in me nel corso degli anni: meno preoccupazioni e più gratitudine e delicatezza, meno giudizi negativi e un cuore più disponibile». Nonostante tutto, ama ricordare le parole di Amleto rivolte ad Orazio: «Ci sono più cose in cielo e in terra di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia».

«Nella mia vita ho sempre avuto la passione di rendere reale la fede, soprattutto per le persone lontane dal linguaggio della Chiesa o quello che un tempo conoscevano come religione. Tutta la mia vita è stata benedetta dall’incontro con cari amici disponibili e non incattiviti dalla mancanza di fede» scrive poi confessando il suo interesse per i non credenti e la consapevolezza della differenza tra evangelizzazione e proselitismo. E aggiunge umilmente: «posso dire che la mia preoccupazione per chi non crede sia collegata alla fragilità della mia stessa fede».

Nella sezione “Frammenti” una collezione di perle soprattutto sul tema della preghiera (che lui chiama «la rivoluzione quotidiana»), ma anche sull’esistenza di Dio, sul senso della vita e dell’esistenza del mondo; in quella “Spunti” parte invece da una citazione – Grahan Green, J.H. Newman, Dorothee Sölle, Romano Guardini e tanti altri – per affidare al diario alcuni pensieri a commento.

«Dio non è mai stato così reale per me come nelle ultime settimane» scrive avvertendo la fine sempre più vicina, ma il suo spirito è ancora forte da fargli comporre un’altra poesia (nel libro ne ha aggiunta anche una all’amica dei suoi anni giovanili Monique) dal titolo “La chemio in corpo”: «…con gli occhi chiusi un’altra presenza mi fa toccare una promessa più forte…».

Il 30 ottobre chiude il file e affida il tutto all’amico Donal: «Finito, il libro è concluso! Sono pronto ad andare!». E nel lettore resta il profumo d’infinito.

Michael Paul Gallagher, Ai tempi supplementari. Diario nella fase finale del cancro, Edizioni Messaggero, Padova 2018, pp. 206, € 15,00.

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