Primo Mazzolari: la cultura è spiritualità

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Il 12 aprile ricorre l’anniversario della morte di don Primo Mazzolari (1890-1959). In questo saggio Bruno Bignami ripercorre alcuni tratti singolari di questa figura centrale della Chiesa del XX secolo: prete di campagna e fine intellettuale, impegnato nella cura d’anime e attento conoscitore dei fermenti culturali umanisti dell’Europa. Dialettiche che trovano la loro sintesi nella dimensione spirituale del vivere e credere.

Quando, nel dicembre 1937, don Primo Mazzolari viene invitato a predicare un corso di esercizi spirituali ai seminaristi di Cremona, affrontando il tema dello studio nel percorso vocazionale, esclama: «C’è una grande soddisfazione nel sapere. L’ignoranza è una brutta cosa: è una disgrazia».

Per lui, lo studio è un dovere del sacerdote, se vuole illuminare le coscienze e aprire il proprio tempo al futuro. Amava definire i libri come il «breviario» del ministero sacerdotale, incoraggiando i seminaristi: «Voi siete il prete “che fa il vangelo” studiando matematica!». La lettura è questione di ascesi e di spiritualità. Questa convinzione lo accompagna per tutta la vita.

anniversario morte mazzolari

Cura d’anime e coltivazione dello spirito

Nelle sue giornate trova il tempo per molte cose: visitare famiglie e ammalati, leggere volumi e giornali, scrivere lettere, ascoltare le persone, conversare con loro, pubblicare articoli e libri. Legge molto in breve tempo, godendo di una facile assimilazione: prende appunti, annota, sa intervenire con competenza e cognizione di causa su molti argomenti, si interessa di teologia, di politica, di filosofia, di letteratura, di problemi sociali ed educativi.

Non è improbabile che dormisse poco. Spigolando tra le lettere inviate a don Guido Astori, emergono consigli sulla vita del prete: «È questione di organizzare un poco la giornata e di scaglionare una savia distinzione tra il lavoro indispensabile, utile, poco utile, inutile. Ricordati che lo studio è tra i lavori necessari. Lascia ad altri mansioni supplementari e avanzati un po’ di tempo per te».

Il diario degli anni di seminario è costellato di recensioni, commenti e sintesi che egli riporta al termine di ogni lettura. Non si accontenta delle materie di studio. La sua cultura oltrepassa il modesto panorama cattolico italiano per trovare alimento in ambito europeo. Mazzolari non coltiva un sapere fine a sé stesso. C’è, in fondo, il desiderio di conoscere il suo tempo, di scrutarlo con simpatia.

Ottimismo ingenuo – si potrebbe dire –, ma occorre riconoscergli un fiuto straordinario nel cogliere i passaggi epocali, nel pesare il reale valore di tanta letteratura cattolica, nel muoversi con disinvoltura tra i diversi generi letterari. I suoi innumerevoli scritti lo confermano. E’ animato da una profonda passione apostolica, convinto com’è della verità di ciò che scrive il vescovo Jacques Bénigne Bossuet: «La conoscenza che non diventa amore, è sterile».

Atmosfere europee

A partire dagli anni ’30 Mazzolari non si accontenta di dare risposte in loco alle necessità della sua gente, ma avverte l’urgenza di uno studio approfondito della crisi religiosa e sociale in corso. Lo sguardo si dirige così all’ambiente culturale francese. Péguy, Bernanos, Berdjaev, Maritain, Mounier, Mauriac diventano oggetto di frequentazione privilegiata nella canonica di Bozzolo.

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Emmanuel Mounier

La crisi è vista in terra francese come rottura necessaria in relazione ad una cultura borghese che ha fatto il suo tempo. Maritain parla di «umanesimo antropocentrico» e Mounier di «disordine stabilito», prospettive insufficienti agli occhi del cristianesimo attuale.

Mazzolari non sta alla finestra: si appassiona per il vento di novità che dalla Francia comincia a soffiare sull’intero cattolicesimo europeo. Direttamente da Parigi, grazie alla collaborazione di una facoltosa donna di origine francese, Georgette Milanolo Masson, il parroco di Bozzolo riesce a procurarsi i testi più importanti del personalismo.

Perché tanto fascino di Maritain e Mounier? Mazzolari vede in Umanesimo integrale (1935) di Jacques Maritain «qualche cosa che ricorda il fervore dei costruttori delle Cattedrali». Lo cita con l’intento di mostrare che la crisi della Chiesa del suo tempo può trovare una soluzione solo nella direzione indicata da Maritain: un rinnovato modo di coniugare fede e storia.

Questo è in sintesi il progetto di Umanesimo integrale, quello di una «nuova cristianità». L’agire temporale del cristiano non è un di più rispetto all’essere credente in Cristo, ma qualifica la fede ed è parte integrante del suo vivere nella storia.

Ci sono alcuni temi dell’antropologia maritainiana che trovano accoglienza nel pensiero di Mazzolari: il concetto di persona, il valore della libertà, la centralità del bene comune e la promozione dell’autonomia di coscienza del laico.

Il personalismo di Emmanuel Mounier (1905-1950) è la scintilla che ancor di più ha scatenato in don Primo un rinnovato entusiasmo nel modo di concepire l’impegno cristiano nella storia. Scorrendo le sue opere si vede l’influsso del fondatore di Esprit, anche semplicemente a livello di linguaggio. Termini come impegno (engagement), rivoluzione, avventura, dialogo, testimonianza sono di chiara matrice mounieriana.

Non solo. Anche temi cari alla sensibilità del parroco di Bozzolo e che ritornano sulle pagine di Adesso sono rinvenibili in Mounier: la difesa dei poveri, la ricerca di un approccio al comunismo non pregiudicato dallo scontro frontale, un argomentare attento ai contenuti come al modo di affermarli.

Le riviste

Un discorso a parte meriterebbe anche l’analisi delle riviste culturali, teologiche e sociali che don Mazzolari ha letto. La sua biblioteca personale, oggi custodita a Bozzolo nella Fondazione a lui dedicata, ci ricorda che è stato abbonato per anni alle riviste francesi La vie intellectuelle, Esprit, la vie spirituelle, Etudes e La nouvelle revue des jeunes.

In ambito italiano troviamo riviste quali Studium, Humanitas e la discussa Segni dei tempi, diretta da Paolo Bonatelli, di orientamento filo-fascista e per la quale scriveva. Basterebbe sfogliarne qualche numero per capire come siano stati sua frequentazione abituale teologi come Antonin-Dalmace Sertillanges, Marie-Dominique Chenu, Yves Congar, John Courtney Murray, Jean-Marie Domenach, Albert Béguin, Emmanuel Mounier, Nicolas Berdjaev, Henry Duméry, Jean Lacroix, Etienne Gilson, François Mauriac, Gabriel Marcel, Paul Ricoeur, Réginald Garrigou-Lagrange. Con un retroterra culturale di tutto rispetto, don Primo si è potuto così presentare alla vigilia del Concilio Vaticano II capace di indicare percorsi di riforma della Chiesa con la libertà che pochi ebbero in Italia.

La penna facile, la predicazione apprezzata nelle varie diocesi e la partecipazione ai diversi convegni fiorentini degli Scrittori cattolici sono il frutto maturo di un uomo che ha saputo coniugare fede e cultura. Non una cultura sterile, staccata dalla realtà, ma capace di innervare il vissuto di una Chiesa bisognosa di incarnarsi nella storia e di un Paese che anelava a rinascere sulle macerie del fascismo. Si incontra, per questa via, un Mazzolari inedito.

Campagna e cultura

Potremmo essere positivamente sorpresi dal vedere come questo sacerdote di campagna fosse tutt’altro che sprovveduto dal punto di vista filosofico. È stato capace di mediazione all’interno del contesto in cui viveva, tenendo fede alle sue radici contadine e dimostrando di essere uno dei primi in Italia ad avvertire il soffio del rinnovamento culturale cristiano proveniente dalla Francia.

anniversario morte mazzolariL’inquietudine e la ricerca sono gli atteggiamenti che don Primo coltiva come indispensabili per aprirsi al dono della fede e della verità. Lo studio è la strada maestra per capire: non solo dischiude la mente, ma apre all’umiltà della ricerca che porta a non rinunciare mai all’approfondimento, al confronto, al dialogo e all’incontro. Il suo motto era: «Studiare non per sé, ma per le anime!».

In fondo, l’amore per la ricerca intellettuale è un modo di esprimere l’amore per l’uomo. La gratuità dello studio ha in Mazzolari il risvolto di un servizio alla propria umanità e alla pastorale. Con due guadagni esistenziali: vivere nella Chiesa da figli e non da servi e condividere la conoscenza con chi non è attrezzato a gustare in pienezza la bellezza della fede. Infatti, «molti libri intorno alla fede (…) sono brani di vuoto lirismo». La ricerca scalda il cuore e apre occasioni di incontro. Lo studio è indispensabile nella vita del credente: non si può farne a meno se si vuole scrutare l’animo umano. Insegnamento ancora attuale nell’era degli smartphone

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