Le molte vite di Amos Luzzatto

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«Vi sono due gradazioni comportamentali: la prima è quella di non commettere il male, e corrisponde ai precetti negativi. È già molto, ma potrebbe indurci a una forma di neutralità e di immobilismo. Il Non rubare dei Dieci Comandamenti è una garanzia, che elimina i furti dalla regola della collettività. Ma, completato da Ama il prossimo tuo come te stesso (Levitico 19,18), invita a donare.

Ne deriva che operare il bene non è la stessa cosa dell’astenersi dal male. Se dimostro che una persona non fa il male, non posso ancora dedurne che fa il bene. Il principio del terzo escluso, in questo caso, non funziona.

Come deve essere l’osservante dei precetti, per garantire un determinato livello di cultura morale?

Prima di tutto deve essere consapevole, o almeno sforzarsi di esserlo.

I Maestri della Mishnà dicevano: “L’ignorante non teme il peccato e lo zoticone non è un pio” (Capitoli dei Padri II,6).

Secondo, deve essere umile e non ritenersi l’unico depositario della verità. L’umiltà, per quanto ciò possa apparire paradossale, è considerata la più importante qualità di un leader, come lo stesso Mosè (Numeri 12,3)».

Mi è subito tornato in mente, appresa la notizia della morte di Amos Luzzatto, il prezioso libretto che aveva firmato, dodici anni fa, per la collana Parole delle fedi. Quando gli proposi di collaborare con un suo testo alla collana, egli aveva immediatamente accettato, e altrettanto in fretta aveva suggerito la parola su cui si sarebbe soffermato: Libertà. Un termine chiave, per lui – come mostrano bene le considerazioni che ho ripreso, in apertura, dal suo contributo – nell’intera sua vita: lui che della libertà era stato derubato da bambino, costretto nel 1939 a emigrare con madre e nonni nell’allora Palestina mandataria, il futuro Stato di Israele (sarebbe tornato in madrepatria nel ’46, avendo imparato benissimo la lingua ebraica, come gli piaceva ricordare).

Da qualche tempo Amos non stava bene, e la notizia non è arrivata di sorpresa; ma non per questo è meno dolorosa, per chiunque l’abbia conosciuto e abbia potuto scorgere in lui un indomabile resistente a qualsiasi forma di discriminazione, etnica e non solo, e uno scrupoloso difensore di ogni minoranza, non solo di quella ebraica, un lottatore a favore del dialogo e della conoscenza, unico antidoto ai suoi occhi contro il virus dell’intolleranza e dei populismi.

Certo, per chi abbia letto gli articoli usciti in questa occasione e non lo conoscesse, si sarà stupito, perché l’impressione è di trovarsi di fronte non a una sola biografia, ma a molte vite. Le molte vite di Amos, il Maimonide d’Italia, come, scherzando ma non troppo, lo chiamava l’amico di una vita, Paolo De Benedetti, che l’aveva ben conosciuto negli anni in cui operava nell’ospedale di Asti! Degno erede di una famiglia di studiosi e rabbini radicata a Trieste e a Padova (il nonno paterno era il grande rabbino Dante Lattes e il trisavolo paterno Samuel David Luzzatto), Amos è stato medico chirurgo e docente universitario, scrittore e uomo di cultura a tutto campo, Luzzatto era nato nel 1928 a Roma.

Ha guidato l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) dal 1998 al 2006 e, tra i vari impegni in ambito ebraico, è stato anche presidente della Comunità di Venezia e direttore della Rassegna Mensile d’Israel. Ma anche uomo da sempre impegnato a sinistra, e autore di parecchi volumi: oltre all’autobiografia uscita con Mursia nel 2008 (Conta e racconta: memorie di un ebreo di sinistra), ci sono Ebrei moderni (Bollati-Boringhieri, 1989); Sinistra e questione ebraica (Editori Riuniti, 1989); Oltre il Ghetto (con David Bidussa e Gadi Luzzatto Voghera) (Morcelliana, 1992); Leggere il Midrash (Morcelliana, 1999); Una vita tra ebraismo, scienza e politica” (Morcelliana, 2003); Il posto degli ebrei (Einaudi, 2003), e diversi altri.

A conti fatti, Luzzatto ha nella sua lunga esistenza costantemente e coerentemente rappresentato il volto coraggioso di un ebraismo italiano cosmopolita eppure fiero delle proprie radici, che sarebbe ingiusto dire che non esiste più: ma che certo oggi appare minoritario e di minor presa, in una stagione quanto mai segnata dalle chiusure identitarie e dalle paure di esporsi troppo nel dialogo. Chiusure e paure che lui non ha mai conosciuto, pagando sempre di persona, non mancando mai – ad esempio – agli inviti del Segretariato Attività Ecumeniche o dei Colloqui ebraico-cristiani di Camaldoli. L’ultima volta che avevamo dialogato in pubblico, nel 2017, nella chiesa luterana di Venezia, avevamo ricordato insieme un comune amico scomparso troppo presto, il pastore svizzero Martin Cunz.

Con un abbraccio forte a Laura Voghera, la sua dolce moglie, ai figli, Alisa, Gadi e Michele, e a David Bidussa. Zichrono livracha, che il suo ricordo ci sia di benedizione!

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