Monsengwo a Kisangani

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Se volete farvi un’idea di cosa sia una biografia ufficiale della Chiesa cattolica quando muore un suo cardinale potete cliccare qui.

Appunto, si tratta di una biografia redatta da fonti vaticane; quello che invece vorrei presentare ai lettori e alle lettrici di SettimanaNews riguarda soprattutto il rapporto di Monsengwo con la sua diocesi di Kisangani negli anni che vanno dal 1981 al 2007.

Assenze dolorose

Il suo ruolo “internazionale” come vescovo, e i suoi impegni in diversi contesti fuori della sua diocesi, hanno spesso fatto sentire la mancanza della sua presenza in loco. In certi momenti difficili alla fine degli anni ’90  la gente lo avrebbe voluto più presente.

Certamente questa sua assenza doveva causargli una notevole sofferenza, e quando ritornava era a disposizione per ascoltare molte persone e si faceva organizzare delle visite pastorali all’interno, nella foresta, anche in condizioni difficili sia per il clima sia per gli spostamenti.

Diceva che si sapeva adattare a un hotel a 5 stelle come a una bicocca in fango della foresta, alla prima classe di Singapore Airlines e alla motocicletta che solcava  sentieri infangati.

Sempre puntuale con lettere pastorali ai fedeli in occasioni di feste o di celebrazioni particolari, sapeva leggere e capire il momento storico e dare direttive adeguate per viverlo con dignità, anche se a volte il suo linguaggio necessitava di una ‘traduzione’ per la gente più semplice.

Il Sinodo

I suoi rapporti con i religiosi/e e i sacerdoti presenti in diocesi erano buoni, anche se si desiderava una sua presenza più prolungata in diocesi.

Ha voluto il Sinodo diocesano a cento anni dall’inizio dell’evangelizzazione  nel territorio di Kisangani, dando come titolo di questo evento ‘Kisangani, alzati e risplendi’. Più che la celebrazione in se stessa del Sinodo, è stato notevole il lavoro di preparazione durato tre anni e svolto da diverse commissioni che toccavano tutti gli aspetti della vita cristiana.

Le parrocchie erano sempre in dialogo. Quando il vescovo rientrava, si programmavano giornate di sintesi dei lavori delle commissioni e si preparavano dei testi da ridiscutere e da far conoscere. Purtroppo, quelli erano anni di guerra e la realizzazione di tante decisioni non è stata possibile.

Nella vita politica del paese

Il suo ruolo nella vita politica del paese è stato certamente importante. Ne è prova la partecipazione alla Conferenza Nazionale Sovrana (CNS) come presidente della stessa. La gente poneva in lui molte speranze:  era l’uomo super partes, il Mosè mandato da Dio a liberare il popolo dalla dittatura di Mobutu.

Purtroppo la CNS si è conclusa dopo circa due anni di lavoro con un apparente nulla di fatto. Non è comunque facile capire gli accordi di corridoio, gli incontri extra plenaria. Probabilmente, sotto la presidenza della CNS di mons. Monsengwo, e durante la sua guida del Parlamento di transizione fino al 1996, si è evitata una guerra civile. La sua diplomazia era ammirevole per la pazienza e per la fede incrollabile nel ruolo fondamentale del dialogo.

Sapeva incontrare tutti, ascoltare tutti e tirare le sue conclusioni. Ecco, forse la gente avrebbe voluto conoscere maggiormente queste conclusioni, vedere cambiamenti sociali concreti, magari vedere il proprio vescovo alla testa di manifestazioni pubbliche, ma questo non era lo stile di Monsengwo. Ogni volta che gli venivano presentati dei problemi, rispondeva: faites-moi confiance (fidatevi di me).

Attenzione per le pratiche della carità

Un’attenzione particolare l’aveva per le opere di carità. Per quanto mi riguarda, riconosco in lui un’attenzione speciale per i ragazzi e le ragazze in rottura con i contesti familiari, accusati di ogni genere di misfatti (stregoneria, furti, malocchio…), del centro St. Laurent a Kisangani.

Ogni anno, per la ricorrenza di san Lorenzo, accettava l’invito a passare la giornata con gli ospiti del centro. Per diversi anni non essendo in sede in quella data, ne fissava un’altra che gli convenisse. Non voleva mai perdere questo appuntamento.

A differenza delle biografie ufficiali, le memorie del vissuto sono fatte di luci e ombre, di gesti inaspettati e di quelli che sono rimasti omessi, di attese a cui si è corrisposto e di altre che sono andate deluse. È proprio in questo gioco fra trasparenza e opacità che si staglia il profilo di una persona, di un prete, di un vescovo davanti alla sua Chiesa e alla sua gente.

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