Mosca: il santo dai due nomi

di: Lorenzo Prezzi

Il 6 maggio, nella cattedrale cattolica della Madre di Dio a Mosca, si è chiuso il processo diocesano per la beatificazione di Friedrich Josef Haass, medico cattolico che ha operato per tutta la sua vita in Russia (1780-1853). Iniziato nel 1998, il processo si è concluso in questi giorni, sotto la presidenza di mons. Tadeusz Kondrusiewicz prima e di mons. Paolo Pezzi dopo.

La sua storia è molto suggestiva per la forza del suo servizio ai poveri moscoviti, per una spiritualità che univa la dimensione cattolica a quella esicasta orientale, per la memoria di santità che ha lasciato nella Chiesa ortodossa, ulteriore tassello di quell’ecumenismo dei santi che, a dispetto di ogni resistenza, segna la storia delle nostre Chiese.

Friedrich Josef Haass – Fedor Petrovic Gaaz

Nasce nel 1780 in una famiglia della piccola borghesia di Bad Munstereifel, nei pressi di Colonia, assorbendo in famiglia (cinque fratelli e tre sorelle) una robusta tradizione cattolica. Studia letteratura, scienze naturali e medicina a Colonia, poi a Jena (dove incrocia Schelling), poi a Gottinga (si laurea nel 1803) e infine a Vienna (specializzazione in oftalmologia).

In maniera casuale (per un visita medica ad un alto dignitario russo) arriva a Mosca nel 1806 e costruisce una carriera professionale di grande rilievo. Onorato con la croce di san Vladimiro si adopera per la cura dei soldati nelle guerre napoleoniche e, nel 1825, è nominato Stadt-Fizik, medico principale della città di Mosca.

Per coerenza con la sua fede (la spiritualità di san Francesco di Sales) si sposta sempre più dal servizio ai nobili a quello ai poveri e nullatenenti e assume il nome russo di Fedor Petrovic Gaaz.

Nominato medico principale delle prigioni di Mosca, si prende cura dell’ininterrotta catena di condannati, avviati alla Siberia. Grazie alla sua partecipazione al Comitato di tutela delle prigioni, si adopera per impedire il viaggio della morte ai condannati gravemente malati o feriti e ad alleviare le sofferenze di tutti.

Sono rimaste celebri le sue “catene”. Rispetto a quelle comuni che obbligavano i carcerati a camminare tutti con lo stesso passo, ne introdusse un modello che permetteva ai singoli di determinare il ritmo.

Accusato ripetutamente dai benpensati e dai militari, ha dovuto attraversare un processo di 19 anni per aver ristrutturato la più importante farmacia della capitale. Fu completamente assolto.

Il diretto contatto coi poveri e coi prigionieri sviluppa in lui il superamento dell’equivalenza fra crimine, disgrazia e malattia. A ciascuno riconosceva la dignità di uomo e suggeriva un percorso di riscatto cristiano. Non ha avuto paura della zizzania, non ha preteso di fare rivoluzioni, ha cercato invece di aiutare il grano buono a crescere, procurando condizioni migliori e cibo spirituale.

“Vita devota” e “Filocalia”

La sua era una spiritualità fortemente cattolica, ispirata alla priorità della misericordia e dell’amore di san Francesco di Sales. Il vivere a Mosca gli permise un contatto vitale con la tradizione monastica ed esicasta dell’ortodossia. Cita nei suoi scritti Tichon Zadonskij, coltiva una preghiera personale nelle chiese ortodosse, afferma – contro molte voci anche cattoliche – la compatibilità delle due confessioni. Vive il suo cattolicesimo, vaccinandolo da ogni nazionalismo. Collabora con il monaco Varsanufrio nella cappella degli esiliati.

Dona i suoi beni ai poveri e utilizza i fondi per migliorare gli ospedali della città. Sviluppa una sorta di dossologia che, dalle miserie della vita e dei poveri, si innalza alla lode e al ringraziamento. Alimenta l’ethos del popolo con la costante indicazione «affrettatevi a fare il bene». Pur essendo tedesco e cattolico, sul suo letto di morte il metropolita Filarete lo qualifica come «uomo delle beatitudini».

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