Newman: santo e dottore?

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Don Davide Brighi, nato nel 1972 a Forlì (Italia), presbitero della diocesi di Forlì-Bertinoro dal 2001, è laureato in Scienze dell’informazione (1996) presso l’Università di Bologna. Ha conseguito il dottorato in teologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma, discutendo la tesi dal titolo “Assenso Reale e Scienze Profane. Il contributo di John Henry Newman ad una rinnovata ragione teologica”.

Sono comparsi qua e là, nelle ultime settimane, alcuni articoli riguardanti la figura eminente dell’uomo «più pericoloso di tutta l’Inghilterra»; così veniva definito, presso papa Pio IX dall’entourage del vescovo di Westminster, il beato John Henry Newman, sacerdote dell’Oratorio (1801-1890).

Newman fa sempre parlare di sé in modo controverso: del resto, la ricchezza teologica e spirituale del «maestro della coscienza» è, a dire il vero, paradossalmente ancora in gran parte inespressa, all’interno della Chiesa cattolica, proprio a causa della sua natura dialettica. Ciò accade ancora oggi, nonostante papa Benedetto XVI abbia saputo mettere bene in risalto la sua forte originalità, sia in riferimento alla sua epoca, sia in riferimento alla nostra.

Sono ancora scolpite nella memoria le memorabili giornate inglesi di papa Ratzinger del settembre 2010; la veglia ad Hyde Park, la cerimonia della beatificazione a Rednal Park in Birmingham; la visita solenne al parlamento inglese e gli storici discorsi a Westminster Hall, resi possibili dopo secoli di reciproca distanza proprio da una figura capace di mettere insieme l’“inglesità” con la cattolicità, in una sintesi sicuramente originale.

Sappiamo che, di persona, Newman ha sempre rifuggito la popolarità cercando di onorare in ogni istante della sua vita la verità; accompagnato dalla consapevolezza bruciante delle ombre che caratterizzano questo mondo e quindi dall’anelito insaziabile verso una verità che, di fatto, risulta sempre scomoda.

Il corpo scomparso

Basta poco per rendersi conto della scomodità di questo personaggio, che non solo fu inviso ai suoi contemporanei cattolici per tutta la sua vita, ma riesce ad essere una spina nel fianco anche per i teologi contemporanei, nonostante da più parti si indichi in lui il profeta del concilio Vaticano II.

Una vita, quella di Newman, tutta dedicata alla ricerca: prima anglicano, attraverso una percezione profonda della divinità di Dio; poi riformatore, all’interno della millenaria università di Oxford; drammaticamente riconosciuto come appartenente alla prima generazione cattolica inglese; promulgatore di una libertà guidata solamente dalla ricerca della vera cultura all’interno della Chiesa del Vaticano I; primo cardinale di papa Pecci, a sua volta cultore della bella umanità.

Anche solo scorrendo le tappe fondamentali della sua vita, è possibile rendersi conto che nessuna etichetta, nessun pregiudizio, nessuna sintesi facile è possibile riguardo al pensiero e alla vita del beato Newman. Questa percezione diventa nitida leggendo la sua celebre autobiografia, Apologia pro vita sua. Lo sanno bene i suoi confratelli dell’Oratorio che hanno vissuto insieme a lui i suoi anni cattolici in uno stile di parresia e, al tempo stesso, di consapevolezza della fugacità della realtà di questo mondo.

Nell’occasione della sua beatificazione, la ricognizione del corpo del beato Newman destò un certo sconcerto visto che del corpo non è rimasto praticamente nulla. La sepoltura in terra ha cancellato completamente le tracce dell’umana fragilità dalla quale Newman aveva desiderato distaccarsi.

Per chi conosce il pensiero dell’eminente inglese, questo non fu altro che un ulteriore tassello che si aggiungeva al mosaico composto da ciò che lo stesso Newman volle scritto sul suo sepolcro: «dalle ombre e dalle figure alla verità». È chiaro che un cadavere non è la verità della persona. Senza il corpo di Newman, quindi, è ancora più chiaro rivolgere lo sguardo oltre le immagini e le figure alla realtà, fatta di una drammatica fugacità di questo mondo e di una pura eternità delle cose vere.

I “Sermoni” di Oxford

Nell’ambito degli studi su Newman, ha sempre destato molto stupore che, in seno alla Chiesa cattolica, lungo la storia, esponenti di correnti apparentemente molto distanti tra loro rivendicassero una familiarità e una sintonia con il pensiero di Newman.

Temi come la libertà di coscienza e la difesa della verità, la devozione a Maria e l’analisi razionale dell’atto di fede sembrano, sulle prime, essere correnti così contrastanti che possono confondere un lettore inesperto. Difficilmente si trovano nell’ambito del pensiero di un medesimo autore, tranne che nel nostro cardinale inglese dove trovano un’ammirabile armonia.

Ciò che rende Newman unico, in realtà, è proprio la sua cattolicità: non vi è un articolo del Credo, una proposizione del catechismo che trovi in lui una falsa ignoranza.

Senza ipocrisia, Newman ha vissuto ogni relazione all’interno della Chiesa della quale fu membro, senza lasciarsi andare mai ad un razionalismo settario, così come senza eccedere alla bigotta chiusura della devozione senza umanità.

Chiunque vanti di essere profeta o erede di questo autore parte già per una sfida ardua e difficilmente raggiungibile. Essa si colloca nella connessione tra la conoscenza amorevole di un fratello e la sintonizzazione fine di una razionalità realistica. Mai come in Newman è vero l’assioma che non possiamo conoscere veramente il pensiero di un autore senza conoscerne anche la biografia.

Tra le tante opere che Newman ha scritto nella sua vita, accanto alle infinite lettere, articoli e pamphlet dei quali è stato protagonista, in un dialogo pubblico e culturale caratterizzato da una sana dialettica e da un forte spirito personale, certamente spiccano i suoi 15 capolavori giovanili conosciuti come i Sermoni universitari. Basta una veloce lettura per rendersi conto che, in essi, non solo è contenuto lo stile e le linee portanti del pensiero di Newman ma anche una straordinaria profezia sulla cultura contemporanea e sulla vita della Chiesa di oggi.

Per coloro che non avessero la capacità o la disponibilità a leggere l’intera sua opera, la lettura di questi brevi sermoni è sufficiente per innamorarsi di un pensiero ricco e complesso, veicolato da scritti forti e coinvolgenti; nessuno che entra nel pensiero di Newman può restarne estraneo, perché pochi come Newman hanno sottolineato l’influenza personale delle relazioni sul pensiero e sulla vita della Chiesa.

La coscienza dei laici

Questo è forse il riassunto del ministero di questo grande sacerdote e pastore della Chiesa. Fu lui stesso a porlo come motto della sua elezione a cardinale: «il cuore parla al cuore».

Ciò significa innanzitutto – come si ricorda nell’ambito della nuova evangelizzazione – che nessuno si converte mediante un messaggio generico e popolare; nessun martire sarà guidato da un ragionamento per quanto lucido e convincente. La missione di evangelizzare si basa invece sul rapporto personale: come diceva san Guido Maria Conforti, i cinesi – è vero – sono centinaia di milioni ma noi li convertiremo uno a uno.

Proprio nella dimensione personale, pensiero e biografia si mescolano, secondo il detto di Paolo VI riguardo ai maestri anche testimoni. Certamente Newman avrebbe denunciato con grande forza l’ipocrisia di chi carica di pesanti fardelli i fedeli senza, in realtà, portarne il peso se non in modo apparente e pubblico; è chiaro dai suoi scritti e dalla sua vita che nessun teologo, nessun pastore dovrebbe ostentare una presunta santità se poi la sua vita contrasta in modo chiaro con il pensiero o con le istruzioni che dispensa: prima o poi la verità viene a galla e la fragilità dell’uomo, nascosta sotto un certo perbenismo, produce devastazione. Solo se posta invece sotto il sole della misericordia divina, infatti, essa alimenta la gioia della salvezza.

Questa sensibilità per la verità si sposa in Newman con un’altra scoperta: già nella società di fine Ottocento egli sosteneva un’idea che ha riscosso anche nella Chiesa contemporanea una conferma crescente: l’indole secolare della vocazione del battezzato.

La Chiesa non può trarre nessun giovamento da studi accademici della dottrina cristiana che non siano immersi nella vita e nella cultura del secolo presente. Gli studi della teologia – diceva Newman – sono da promuovere con urgenza più per i laici che per i sacerdoti. Sono essi, infatti, a trovarsi a mediare la dottrina cristiana nelle situazioni concrete della vita: sono essi che possono in questo secolo portare la parola del Vangelo nel terreno fecondo della cultura. Sono proprio i laici a costringere ogni realtà e istituzione ecclesiastica a rendere ragione della propria fede, fugando le ombre sempre incombenti della religiosità bigotta.

È solo in un contesto secolare che l’opera della Chiesa trova la sfida dell’atto di fede. Nessuna apertura alla tentazione di raccogliere un piccolo resto, di chiudersi in un piccolo ghetto, di costringersi in un orizzonte di restrizione mentale. Nel pensiero di Newman non c’è mai stata l’ipocrita resa della ragione di fronte alla sfida di navigare in acque profonde e insidiose. Anzi, con la consapevolezza che dall’alto l’aiuto verrà, la sua fiducia nella provvidenza lo ha aiutato ad essere un profondo difensore della “voce di Dio” che risuona nel cuore dell’uomo.

Il passo mancante

Colpisce tutti quelli che studiano la sua biografia che Newman, dopo il doloroso ed emotivamente carico passaggio alla Chiesa cattolica (9 ottobre 1845), egli abbia scongiurato tutti i suoi amici anglicani, persino sua madre, a rimanere nella Chiesa di Inghilterra, a non seguirlo per un frainteso senso di amicizia o di compiacenza. Si è battuto in modo cavalleresco contro questa tentazione di “fare scuola” e, piuttosto, ha rimandato tutti a quella sfida che ognuno deve compiere con la sua coscienza, con quel sacrario profondo che a nessuno è lecito violare su questa terra.

Ci si interroga oggi se siano vere le voci circa un’imminente quanto opportuna canonizzazione di Newman (http://www.settimananews.it/profili/john-henry-newman-presto-santo).

In pieno stile newmaniano non troviamo per ora una risposta univoca. Unica certezza che attualmente può consolarci è che l’arcivescovo di Birmingham (diocesi nella quale si è svolta l’intera vita cattolica di Newman) ha pubblicamente dichiarato che la commissione medica che indaga sul secondo miracolo attribuito all’intercessione del beato John Henry Newman si è espressa con parere positivo. Per completare l’iter previsto dalla congregazione ora restano altri due test della commissione teologica e di quella cardinalizia.

Sicuramente ci auguriamo che questi due passaggi siano in linea con gli auspici di poter celebrarne presto la canonizzazione. Se l’autunno prossimo portasse questo frutto tanto atteso dagli amici di Newman, sia teologi che consacrati sparsi in tutto il mondo, dei quali la prima è la madre Julia Verhaeghe (1910-1997), il passo che mancherebbe, auspicato da molti, è che la Chiesa si pronunci sul valore dottrinale del contributo di Newman proclamandolo anche dottore della Chiesa.

Per ora, non ci resta che pregare che l’iter della canonizzazione vada a buon fine e che, un passo dopo l’altro, la luce soave dello Spirito ci conduca a riscoprire ciò che da tempo è stato intuito e per un momento scomparso al nostro sguardo.

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