P. Enzo Franchini: gli anni ritirati

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Nel 2009 p. Enzo fu colpito da una maculopatia alla retina che diede avvio a una cecità progressiva. Man mano le cose perdevano profilo, si acuiva in lui la “vista interiore”.

L’intuizione spirituale diventava “visione”. E ha continuato a mettere su carta le sue riflessioni – a volte preghiera – anche quando doveva accontentarsi di restare con la penna nei limiti del foglio.

La scrittura ha segnato grande parte delle sue giornate. Sia quando l’impegno editoriale lo sfiniva (amava ricordare la necessità di dormire un giorno intero dopo aver consegnato le bozze de Il Regno), sia quando non era più l’impegno professionale a tenerlo alla scrivania.

Sentiva di rispondere a una vocazione. Sentiva due mani sulle spalle, a volte, quando riempiva quei fogli di parola, spirito e vita. Il patrimonio che ci lascia nei suoi scritti è sovrabbondante. Tuttavia la quantità non diluisce, anzi ribadisce, la profondità delle sue meditazioni.

Non trovo altra “spiegazione” alla luminosità della sue intuizioni se non riconoscerle trasparenza di Colui nel quale «era la vita e la vita era la luce degli uomini» (cf. Gv 1,4).

Un misto di riluttanza e gratitudine ha accompagnato la sua vita quasi monastica, quando, un po’ per necessità, un po’ per scelta, si è ritirato dall’attività editoriale e pastorale. Lo ha scelto prima ancora che la malattia lo costringesse. Lasciando contrariati noi suoi confratelli, che avremmo voluto dissuaderlo.

La meditazione scritta si contraeva e la preghiera dilagava. Non so quante fossero le ore di preghiera nei tempi della sua vita “attiva”. So per certo che nell’ultimo decennio non son mai state meno di 10-12 al giorno di preghiera esplicita, al netto degli esicasmi.

La preghiera

La preghiera… anelito a lui carissimo, al quale invitava come un maestro di danza invita a muovere i passi alla musica sapendo che le parole possono soltanto battere il tempo.

In uno dei (tanti) Testamenti spirituali che ci ha lasciato scriveva: «Quando mi presento a Dio, so che non devo esser io a fargli proposte e a promettergli adempimenti. Proposte e adempimenti che a Dio – checché se ne dica – interessano molto relativamente.

È Dio che, quando mi reco da lui, vorrebbe mettermi a parte dei suoi sogni. Ho imparato che lui non mi vede separato dalla mia individualità. Quando gli dico “io”, so bene quello che lui intende, perché lo so anch’io: io parlo in nome della Chiesa, con cui mi sento Corpo».

La con-vivenza di Dio in noi

Altro pilastro della sua spiritualità, il con-vivere di Dio in noi. Nella sua Regola di vita – anche questo un genere letterario a lui caro – che ha intitolato Nishmat Haim (Alito vitale) trovo scritto: «Il tema forse più caro della mia esperienza cristiana è quello della continuazione dell’incarnarsi di Gesù in me. Non solo per rivivere il suo corpo e il suo cuore. Magnifica speranza quella di una sorta di transustanziazione, per cui vivo ego, iam non ego, vivit vero in me Christus

Altrimenti, che senso ha l’eucaristia? La messa. Ma anche il cibarmi di lui per essere lui. Anche immedesimarsi nella profferta continua che lui fa di se stesso, porgendosi sull’altare come chi è sempre a disposizione. Sarebbe poco chiedergli che lui si offra solo per darmi forza per essere io più etico. Più virtuoso. Che idea quella di umiliare il sacramento solo per farne strumento di buon costume!… Non sono io che a Gesù chiedo forza. È Gesù che mi chiede di abitarmi sacramentalmente per essere lui – e lui soltanto – a riportare gli uomini all’Unità; ma per adoperare allo scopo me come sacramento, così che nella mia vita possa continuare la sua vita. Eucaristicamente».

La Pasqua della Chiesa

Negli ultimi anni, pensieri e preghiera sono stati occupati dalla Chiesa. Se ne sentiva salvato e insieme ansioso per la sua – la nostra – riluttanza a cercare otri nuovi (modelli di Chiesa) per la necessità di poter ricevere vino nuovo.

Profeta al quale è stato chiesto di portare il peso delle sue parole. «La Chiesa deve accettare di morire pasqualmente», ritornello che brucia la lingua ma che solo può prestarsi a un canto nuovo. Pena per una Chiesa stanca non tanto del peso del Vangelo, quanto degli sforzi profusi per rinnovarsi, per farsi piacente. Quando invece potrebbe eucaristicamente accettare di morire davvero con Cristo per risorgere con lui e con il mondo, non in faccia al mondo.

Non parlava apertamente di queste cose, conoscendone il pudore. Ma nelle confidenze la preghiera per una Chiesa che sappia consegnare la sua vita prima che le sia tolta si sovrapponeva alla percezione che questa fosse anche la sua vocazione personale. E così è stato. La vita non gli è stata tolta, oggi, perché l’aveva già donata.

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2 Commenti

  1. Roggero Bruno 13 luglio 2021
  2. Antonio Cecconi 10 luglio 2021

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