Pieronek: voce polacca libera e competente

di: Lorenzo Prezzi

Si è spenta una voce libera e competente, quella di Tadeusz Pieronek, vescovo emerito di Sosnowiec (Polonia). I nostri lettori lo conoscono per i diversi articoli che ha scritto per Settimananews negli ultimi anni sulla situazione ecclesiale e politica polacca.

Il 22 ottobre scorso mi scriveva per assicurarmi alcune risposte, chiedendomi tuttavia di pazientare per le molte cose in programma. Era appena tornato dal Portogallo dove aveva partecipato a un convegno internazionale a Mafra.

È arrivata come una dolorosa sorpresa la notizia della sua morte il 27 dicembre.

Era nato il 24 ottobre 1934. Dopo il diploma liceale era entrato in seminario a Cracovia. Ordinato prete nel 1956 ha studiato a Lublino, Varsavia e Roma. Rettore della Pontificia accademia teologica di Cracovia, ha insegnato diritto canonico a Varsavia e a Roma. Nominato vescovo nel 1992, è stato ausiliare a Cracovia per poi passare a Sosnowiec, diventando emerito nel 1998.

Nel passaggio di sistema

Le due stagioni che me l’hanno fatto conoscere sono i lustri del passaggio di sistema, dagli anni ’80 fino alla metà dell’ultimo decennio. La seconda, nei tre ultimi anni. Uno dei pochi interlocutori affidabili e liberi.

L’azione del sindacato Solidarnosc e la presenza a Roma di papa Giovanni Paolo II convogliavano sulla Polonia un’attenzione febbrile.

Mons. Pieronek è stato un prezioso punti di riferimento per la perfetta conoscenza delle lingue, per i ruoli discreti e decisivi che ricopriva, per la chiarezza e il coraggio delle sue opinioni.

Profondamente ancorato alla teologia del concilio, è stato segretario del primo sinodo della diocesi di Cracovia e segretario generale del secondo sinodo plenario della nazione.

Anima della traduzione del nuovo Codice di diritto canonico in polacco, è stato anche membro del Pontificio consiglio per l’interpretazione dei testi legislativi. La sua sensibilità ecclesiale e competenza tecnica lo hanno candidato a seguire tutti i complessi lavori del Concordato fra Polonia e Santa Sede diventando un punto di riferimento per le materie concordatarie: istituzioni e facoltà teologiche, matrimoni concordatari, status giuridico e assicurazioni per il clero. Particolarmente rilevante la sua azione come segretario della Conferenza episcopale e delle complesse relazioni dei vertici politici.

Era per noi una preziosa fonte di informazione già al tempo del drammatico passaggio dello stato di emergenza del generale Jaruzelski e il successivo e vincente avvio alla forma democratica. Sempre molto calibrato, legatissimo alla Chiesa ma anche capace di interpretare gli spazi di serietà e di libertà concessi dagli “altri”. Vicino ai leaders originali del sindacato e ai gruppi di intellettuali cattolici che hanno garantito l’inizio della democrazia nel paese, ha assistito in forma più distaccata alla piega progressivamente di destra e anti-europea dei governi recenti. Fino a diventare la voce ecclesiale più libera e critica nei loro confronti.

La coscienza credente e la democrazia

Dopo le durissime stagioni dell’occupazione nazista e i 45 anni del sistema comunista, vi è stata la grande stagione di Solidarnosc, la ritrovata libertà e la collocazione del paese nel contesto delle nazioni democratiche e nell’Unione Europea. «Oggi invece questo paese cammina verso la dittatura di fatto. Dopo diversi anni dall’ingresso nell’Unione Europea, che ha creato in Polonia ottime condizioni di sviluppo, il nuovo governo polacco… ha deciso di violare la Costituzione e di modificare la forma di governo che vige attualmente in Polonia» (cf. “Polonia, violato lo stato di diritto?”, Settimananews, 16 gennaio 2018). Una libertà di parola assolutamente inconsueta e fortemente contestata. Ad ogni suo intervento ho ricevuto numerose reazioni critiche di preti, religiosi e cattolici polacchi che lo denunciavano come traditore e del tutto marginale.

La sua competenza giuridica, oltre che la sua sensibilità conciliare, lo hanno indotto a denunciare la rinnovata distanza dei recenti governi dell’Europa e dalla Costituzione. «Le sole dichiarazioni del governo polacco di non voler abbandonare l’Unione non bastano se ad esse non seguono i fatti. Le “riforme” della magistratura che durano ormai da due anni, violano le norme costituzionali in quanto rifiutano il principio della separazione dei poteri senza la quale non esiste uno stato democratico. Esse negano pure l’indipendenza e l’autonomia della magistratura sottomettendola al potere esecutivo». «La Polonia con tale sistema giudiziario ha perso il suo carattere di stato democratico». «In pratica abbiamo già a che fare con il regime dittatoriale».

Non condivideva l’eccessiva prudenza e i troppi silenzi dei vescovi, apprezzandone tuttavia tutti gli elementi positivi e di apertura. Difficile per lui non condannare le violazioni all’azione autonoma del Parlamento. Le due Camere «approvano a richiesta (del governo) leggi senza consultazioni, a grande velocità, dopo di che tali leggi, fatte coi piedi, vengono più volte emendate». Denunciava sedute male organizzate, spesso di notte, in un’«atmosfera propria di un circo e non della più importante istituzione legislativa» del paese.

Riteneva malsane l’inclinazione a demonizzare gli oppositori e le baldanzose sostituzioni dei funzionari, senza curarsi delle loro competenze. Un caso classico è stata la legge sulla memoria nazista. Per voler censurare ogni dichiarazione che alludesse alla complicità polacca con i campi di sterminio, essa ha scatenato le ire di Israele e le proteste internazionali costringendo a modificare la formulazione.

Così è stato per la legge contro il comunismo, che si è trasformata in una sorta di caccia alle streghe, senza le opportune sfumature e differenziazioni.

Così per la legge sui media. Nessuna critica in merito è raccolta nella recente lettera dei vescovi per i 100 anni dell’indipendenza del paese (11 novembre, “Polonia: i vescovi, la patria e la pedofilia”, in Settimananews).

Pastorale e discernimento storico

La cura per il funzionamento del sistema democratico è il segno di una maturità anche spirituale e pastorale. Ne sono un esempio il suo commento al dibattito sull’aborto in cui esprimeva la preoccupazione per la formazione delle coscienze, in particolare giovanili: «La protezione della vita rimane un serio problema morale» (“Mons. Pieronek, cosa succede in Polonia?” in Settimanenews).

Anche sul tema delle immigrazioni, tema aborrito dal governo, sottolineava la lunga tradizione di emigrazione dei polacchi e i tentativi, seppur timidi, dei vescovi di aprire i cuori e le frontiere.

Non mancava di denunciare l’ottusità di una laicità ideologica espressa sovente dalle istituzioni europee: «Per i cristiani, la politica dell’Unione Europea è difficile da capire perché, affidandosi al principio della libertà per tutti, chiede che si adotti il punto di vista secolare come punto di vista politicamente corretto. Quindi, la laicità viene interpretata come negazione della dimensione escatologica della persona umana. Per i credenti questo è inaccettabile».

Gli avevo chiesto qualche sua impressione sulla discussione avviata dal film Kler del regista Smarzowoski e la crescita delle denunce in ordine agli abusi del clero. Sarebbe stata molto istruttiva e saggia. Ma, purtroppo, non è arrivata.

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