“Quello che ci manca è una santa collera”

di: Andrea Lebra

“In questo sesto anniversario della visita a Lampedusa, il mio pensiero va agli “ultimi” che ogni giorno gridano al Signore, chiedendo di essere liberati dai mali che li affliggono. Sono gli ultimi ingannati e abbandonati a morire nel deserto; sono gli ultimi torturati, abusati e violentati nei campi di detenzione; sono gli ultimi che sfidano le onde di un mare impietoso; sono gli ultimi lasciati in campi di un’accoglienza troppo lunga per essere chiamata temporanea. Essi sono solo alcuni degli ultimi che Gesù ci chiede di amare e rialzare. Purtroppo, le periferie esistenziali delle nostre città sono densamente popolate di persone scartate, emarginate, oppresse, discriminate, abusate, sfruttate, abbandonate, povere e sofferenti. Nello spirito delle Beatitudini, siamo chiamati a consolare le loro afflizioni e offrire loro misericordia; a saziare la loro fame e sete di giustizia; a far sentire loro la paternità premurosa di Dio; a indicare loro il cammino per il Regno dei Cieli. Sono persone, non si tratta solo di questioni sociali o migratorie! “Non si tratta solo di migranti!”, nel duplice senso che i migranti sono prima di tutto persone umane, e che oggi sono il simbolo di tutti gli scartati della società globalizzata” (papa Francesco, dall’omelia dell’8 luglio 2019, nel corso della santa messa per i migranti).

In Italia il nome del danese Kaj Munk è poco noto.[1] Qualcuno ricorderà il film Ordet (La Parola) di Carl Dreyer, vincitore del Leone d’oro a Venezia nel 1955 e del Golden Globe a Los Angeles nel 1956 come migliore film straniero, che racconta la vita religiosa in una comunità contadina all’inizio del Novecento, ma soprattutto il contrasto tra la fede vera di Johannes, una sorta di “scemo del villaggio”, che va in giro a parlare di risurrezione dei morti, e la fede più convenzionale del pastore del villaggio e degli altri componenti della famiglia.

L’autore di questo dramma, Kaj Munk, scrittore e pastore della Chiesa luterana danese (1898-1944), padre di cinque figli, uomo di teneri sentimenti ma di fede robusta nella Parola biblica, capace di «spostare le montagne» (Mt 17,21), fu assassinato, nella notte tra il 4 e il 5 gennaio 1944, da membri del “gruppo Skorzeny” – il comando autore, il 12 settembre 1943, della rocambolesca liberazione di Mussolini sul Gran Sasso d’Italia –, inviati da Berlino su ordine di Himler per mettere a tacere una voce che vuole una Chiesa non asservita al potere e un cristianesimo che difenda strenuamente la libertà e il rispetto della dignità umana.

Nel mattino del 5 gennaio 1944, sulla strada di Horbylunde Bakke, nei pressi di Silkeborg, viene ritrovato il suo corpo crivellato di colpi di arma da fuoco. L’8 gennaio 1944 una grande folla assiste ai funerali, malgrado il divieto imposto dalle autorità tedesche.

Attualmente Kaj Munk è ricordato come martire nel calendario dei santi della Chiesa Luterana il 14 agosto, assieme al cattolico Massimiliano Maria Kolbe.

Era nato il 13 gennaio 1898 a Maribo (nell’Isola danese di Lolland), come Kaj Pedersen. Dopo la morte del padre, Carl Emanuel Pedersen, quando Kaj aveva appena un anno, e la morte della madre Matilde Cristensen, quando di anni Kaj ne aveva appena cinque, era stato adottato dagli zii Maria Hansen e Peter Christian Sorensen Munk, con l’assunzione definitiva del cognome Munk.

Kaj Munk rimane una figura di martire che ha molto da insegnare anche ai cristiani di oggi, che sono spesso tentati di accontentarsi di una fede di facciata, ipocrita e silenziosa: soprattutto di una fede incapace di discernere se sia un’operazione compatibile con il Vangelo sostituire il prima di tutto noi al prima di tutto i poveri, l’orgoglio nazionale alla fraternità e alla sororità universali, la difesa del proprio benessere alla solidarietà e alla giustizia, la chiusura dei confini all’accoglienza di chi fugge da situazioni invivibili, il basta stranieri in casa nostra all’ero straniero e mi avete accolto di Matteo 25,35.

Riportiamo qui di seguito alcuni frammenti di tre suoi sermoni, che hanno il pregio di rivelarsi di straordinaria attualità in questi nostri «giorni cattivi» (Ef 5,16) nei quali le «parole buone in grado di servire per un’opportuna edificazione, giovando a chi le ascolta», sono sopraffatte da «parole cattive che escono dalle bocche» (Ef 4,29) di tante persone. Si tratta di riflessioni preziose, le quali ci ricordano che:

  • vale la pena impegnarsi sul fronte della solidarietà e del rispetto scrupoloso della dignità umana anche quando si è consapevoli di essere dei perdenti;
  • mantenere, come comunità di credenti, un “profilo basso” del contenuto “ineludibilmente sociale”[2] del kerygma cristiano può significare, in certi contesti, tradire il Vangelo di Gesù di Nazaret;
  • la fede cristiana autentica ci aiuta ad essere persone dotate di un’ostinata e serena capacità di resistenza al male che ha l’apparenza del bene, della menzogna spacciata come verità, dell’ingiustizia propagandata come giustizia, dell’oppressione fatta passare come libertà;
  • il nostro è il tempo di una testimonianza cristiana umile e coraggiosa, resa da donne e uomini “con gli occhi aperti”, che vedono il male presente nel mondo in tutte le sue forme personali e strutturali e cercano di contrastarlo con determinazione, che vedono la sofferenza e il bisogno delle persone che si incontrano e – come il samaritano della parabola – sanno farsene carico, che sono ferme nella convinzione che non si può credere in Dio e restare ciechi al dolore del mondo.
Il compito del predicatore[3]

«Qual è il compito del predicatore oggi? Dovrei rispondere fede, speranza, carità. Sembra una bella risposta, ma vorrei dire piuttosto: coraggio. Ma no, neppure questo è abbastanza provocatorio per costituire l’intera verità. Il nostro compito oggi è la temerarietà, perché ciò di cui noi come Chiesa manchiamo non è certamente né di psicologia né di letteratura. Quello che a noi manca è una santa collera, una santa collera! La temerarietà che scaturisce dalla conoscenza di Dio e dell’umanità, la capacità di indignarsi quando la giustizia giace prostrata sulle strade e quando la menzogna furoreggia sulla faccia della Terra, una santa collera contro tutto ciò che nel mondo è ingiusto. La collera contro il saccheggio della Terra del Signore e la distruzione del mondo di Dio, la collera perché i bambini devono morire di fame mentre le tavole dei ricchi si piegano sotto il peso delle vivande, la collera per l’indulgenza di tanti verso la Chiesa, che non si avvede di poter vivere solo grazie alla verità e ignora che la nostra paura sarà la morte di tutti noi. Quello che ci è necessario è di perseguire senza sosta quella temerarietà che saprà lanciare la sua sfida e di cercare di cambiare la storia umana finché essa giunga a conformarsi alle norme del Regno. E ricordatevi: i simboli della Chiesa cristiana sono sempre stati il leone, l’agnello, la colomba e il pesce, ma mai il camaleonte! E ricordate anche questo: la Chiesa è il popolo che Dio si è scelto, ma coloro che sono scelti saranno riconosciuti in base alle loro scelte».

Quando la religione merita il nome di bestemmia[4]

«Si dice che il cristianesimo non debba occuparsi di questioni politiche e che la Chiesa debba occuparsi soltanto della salvezza delle anime. È una gran bella religione, che piace all’imperatore e alla quale sua maestà concederà certamente la propria protezione. Una simile religione non gli darà mai fastidio. Ma è una religione che merita il nome di bestemmia. La verità non è tranquilla e piena di dignità e ossequiosa; al contrario, la verità morde e urta e colpisce. La verità non fa per i timorosi e per i prudenti; questi non hanno bisogno della verità, bensì di un divano. Che insulsa richiesta è mai quella che pretende dalla Chiesa un atteggiamento prudente? I martiri erano forse prudenti? Il popolo danese deve smettere di avere paura se non vuole correre il pericolo di morire per eccesso di prudenza. […] Amare il tuo nemico non significa accettare le sue opinioni e dargli ragione. Al contrario, significa essere disposti a sputargli in faccia piuttosto che lasciargli credere, mentendogli, che tu accetti i suoi metodi. La bontà di Dio è dolce e paziente, ma non scende mai a compromessi con il male».

Due modi per servire il nemico di Dio[5]

«Essere cristiano è esattamente il contrario di essere inerte. Ci sono due modi per servire il nemico di Dio e non si sa quale dei due sia il più dannoso. Uno consiste nell’essere attivi nel male, l’altro consiste nell’essere inerti nel bene».


[1] Per la presente riflessione, ho utilizzato lo studio di Gianandrea De Antonellis, Kai Munk (1898-1944): un martire dei nostri tempi, pubblicato dalla rivista Qaerere Deum (Anno V-2013, n. 8) dell’Istituto superiore di scienze religiose di Benevento, nonché la relazione – dal titolo La temerarietà di un profeta – svolta da Paolo Ricca il 16 novembre 2010, nell’ambito di un ciclo di conferenze dal titolo «Voci dal Silenzio», organizzato da Paolo Scquizzato presso la Casa di Spiritualità Mater Unitatis di Druento (TO) e raccolta nel numero 5-anno II della rivista Magis-Quaderno di spiritualità.
[2] Evangelii gaudium n. 177.
[3] Da un sermone di Kaj Munk dell’aprile 1940.
[4] Da un sermone di Kaj Munk del novembre 1941.
[5] Da un sermone che Kaj Munk, per diposizione del Commissario tedesco del Reich, non poté pronunciare nel novembre del 1943 nella grande Chiesa dello Spirito Santo di Copenhagen, ma che fu ugualmente ciclostilato e distribuito clandestinamente.

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