«Tantum aurora est»

di:

«Siamo soltanto all’inizio»: si potrebbe rendere così il senso di un incontro con mons. Lorisa Capovilla, segretario personale di Giovanni XXIII, in occasione del cinquantesimo del concilio (agosto 2013). La Chiesa che sta prendendo fiato con papa Francesco risveglia alcune aspettative alimentate dal “papa buono”.

Ricordo molto bene, nonostante i miei 98 anni, che esattamente 50 anni fa don Giovanni Rossi mi ha invitato alla Pro Civitate Christiana per la prima commemorazione di papa Giovanni dopo la sua morte. Ci sono andato col cuore ferito. Il mese prima, al trigesimo della morte di papa Giovanni, si era tenuta una celebrazione in Vaticano e in quell’occasione un eminente teologo – diventato poi cardinale – mi disse: «Capovilla, non farti illusioni: fra due mesi di papa Giovanni non si parlerà più». Ho risposto: «Non importa, monsignore. E non sarebbe importato nemmeno a lui, che ha detto una cosa bella, mai detta da un papa prima di lui: “La mia persona non conta niente, basta che rimanga Gesù Cristo”». Tutti mi mettevano in guardia: «Non parli di certe cose… guardi che ormai c’è un nuovo papa…».

Papa Giovanni è morto il 3 giugno. 12 giorni dopo, a Parigi, un deputato italiano è intervenuto ad Antenne 2 (allora la più importante emittente francese) nell’imminenza del conclave per dire: «È un momento di grande trepidazione nella Chiesa per il nuovo papa. Nel sacro collegio, nella prelatura romana, negli ambienti politici ecc. c’è una speranza: che il nuovo papa demolisca ciò che ha costruito il defunto pontefice, con tutta la buona fede che si può riconoscere al papa buono. Si spera soprattutto che si arresti immediatamente il colloquio con l’Est Europa».

Il dialogo con l’Europa dell’Est

In quegli anni, la diplomazia vaticana era considerata la prima diplomazia del mondo, non senza critici. Il card. Domenico Tardini, allora segretario di stato, uomo bonario, commentava con una battuta: «Ti so dire cosa dovrà essere la seconda…!». Ai nunzi si diceva: «Dovete parlare, ascoltare, informare, ma ricordatevi: con gli ambasciatori dell’Est Europa nessun rapporto!». Mi domando a cosa serve una diplomazia! Ogni rappresentante diplomatico è inviato per vedere con gli occhi, ascoltare con gli orecchi e parlare con la bocca; il rappresentante del papa deve anche amare col cuore!

Quel deputato italiano, del quale parla François Mauriac nel suo Bloc- Notes del 1963, non ha capito nulla; non ha capito cosa voglia dire spegnere tanto odio e riallacciare tanti rapporti.

Questi, dunque, lo stato d’animo e il contesto di quel mio intervento 50 anni fa alla Pro Civitate. Terminata la mia esposizione, un giornalista – oggi un noto personaggio della politica italiana – mi chiese: «Mons. Capovilla, ci dica qualcosa dell’incontro con Ajubei (7 marzo 1963, ndr)».

Alexis Ajubei, genero di Kruscev, era direttore di Izvestia (giornale ufficiale del governo, ndr). Rada, sua moglie, professoressa, aveva girato abbastanza l’Europa. Io ero in contatto con la RAI, che aveva appena aperto il primo ufficio a Mosca. Ci pervenne, attraverso il presidente Bernabei, una richiesta di Ajubei: «Questo papa è molto conosciuto nel nostro paese; c’è grande simpatia verso di lui. Vorrei vederlo di persona, perché da giornalista mi interessa vedere come si muove, come parla, come sorride, come stringe la mano». Non stava domandando un’udienza personale; gli bastava partecipare a un’udienza generale. Quando il papa ha avuto la nota, ha commentato: «Se vuole vedermi, non occorre che sia di nascosto; venga e gli do la mano; sono contento di ricevere una persona che viene dall’Est». È stato un salto di mentalità, per quanto ci sia ancora da camminare. Ma quel giornalista non aveva capito.

A me hanno insegnato, fin da ragazzo, che, se il pastore ha 100 pecore e anche una sola se ne è andata, non sta tranquillo; lascia le 99 e va. In quel caso, non è nemmeno stato papa Giovanni a bussare alla porta di Ajubei. È lui che è venuto a bussare. Se la vostra domanda oggi fosse: “Come è andata quella volta che il papa ha rifiutato di vedere quel giornalista russo?” io mi troverei in grandissimo imbarazzo. Che motivo c’era di respingerlo? Voleva solo vedere come sei fatto, conoscerti… Credevamo che l’incarnazione volesse dire incontro e colloquio; credevamo – ma questo non lo spieghiamo alla nostra gente – che Gesù Cristo si fosse incarnato pro mundi vita; pro, non contro qualcuno.

L’incontro è stato una delizia, fatto di cose semplici e genuine. Rada disse al papa: «Avete le mani grosse come mio padre, santità». E il papa: «Signora, conosco tante cose di voi perché in Segreteria di stato mi preparano sempre un appunto. So anche il nome dei vostri bambini, ma desidererei sentirli dalle sue labbra, perché sulle labbra di una mamma i nomi dei bambini acquistano una dolcezza tutta particolare». Lei, quasi commossa: «Il primo, Nikita, il secondo Alexis, il terzo Ivan». Il papa commenta: «Nikita: il nonno; Alexis: veneriamo anche noi a Venezia le reliquie di questo grande santo. Il terzo è Ivan: sarei io! Io ho voluto farmi chiamare Giovanni. Quando torna a casa, una carezza particolare per Ivan, gli altri non se ne avranno a male».

Avevano appena liberato l’arcivescovo (Josyp) Slipyj. Avevano fatto questo regalo al papa per Natale e non volevate neanche dire grazie? Papa Giovanni è stato contento di avere fatto questo gesto di amore. Alexis, prendendo spunto dalla vicenda Slipyj, disse al papa: «Mio suocero chiede di trattare direttamente, come si fa coi consolati, senza passare attraverso l’America». Il papa capì la domanda e prudentemente rispose: «Guardi, signor Ajubei, che il papa non è un dittatore, bisogna che senta i suoi collaboratori sul da farsi». Si sono stretti la mano. «Se Dio vuole, faremo anche altri passi». A me sembra una risposta non solo cristiana, umana, ragionevole, ma anche diplomaticamente appropriata. Nonostante questo, alcuni non hanno capito. Era di più della politica dei piccoli passi.

Non avessi mai detto che l’incontro con Ajubei è stato un fatto di carità pastorale! Il giorno dopo, su Il Tempo era apparso un articolo firmato dal giovane giornalista, poi un’appendice firmata da (Renato) Angiolillo, direttore del giornale: «Capovilla, dopo aver ingannato il suo superiore in vita adesso lo fa dileggiare in faccia al mondo intero. Ma lo sa Capovilla o no che quell’udienza ha regalato un milione di voti ai comunisti nelle elezioni?». Tutto è finito in quella chiave di lettura.

Affinità con papa Francesco

Madeleine Delbrêl è la donna che meglio ha saputo definire papa Giovanni. Ho dato il suo testo a un amico che frequenta papa Francesco, al quale passa spesso delle cose da leggere. In una nota dicevo: «Santo padre, Madeleine Delbrêl ha parlato di voi senza conoscervi, perché quello che ha scritto di papa Giovanni è quello che sta facendo lei adesso». Madeleine diceva: «Siamo nell’epoca dei voli spaziali, delle distanze raccorciate, della globalità. Noi aspettavamo un papa imponente, conosciuto; volevamo sapere quante lingue parla, quante lauree ha, che cosa ha fatto; aspettavamo una persona giovane… e per tutta risposta Dio ci ha dato un vecchio; il quale però non è venuto a parlare, ma ha messo in pratica le parole con cui è presentato Gesù negli Atti: “coepit facere… et docere”: prima fare, poi insegnare. Non so se qualcuno avesse chiesto nella preghiera un prete, un uomo della misericordia, fratello di tutti – preti, vescovi, uomini comuni… – non un comandante. Probabilmente nessuno ha pregato in questo senso. E invece Dio ci ha mandato questo. Sì, Dio in un certo senso ci ha delusi. Però è successo l’imprevisto… ecco le maître qu’on n’attendait pas, il maestro inatteso… Non sapevamo neanche più dove stessero di casa le opere della misericordia. E lui ce ne ha parlato come si fa con i bambini, con la semplicità e l’esempio».

Il dialogo ecumenico

Papa Giovanni diceva: «Per essere cristiani bisogna pensare in grande e guardare alto e lontano»; vi pare che noi siamo educati a pensare in grande? a guardare alto e lontano? Abbiamo inventato perfino la Padania per farci più piccoli! Nel 1960 Thomas Merton, gli ha scritto: «Santità, col permesso dei superiori, nel parlatorio del monastero io posso ricevere qualche volta gruppi di monaci buddisti, o sufi, e naturalmente ortodossi, luterani, anglicani… È molto bello; parliamo della vita, della preghiera, della nostra disciplina monastica. Santo padre, che dispiacere quando mi trovo con fratelli che sono cristiani – perfino sacerdoti, ma ortodossi, anglicani… – non poter terminare l’incontro dicendo insieme “Padre nostro…”». Era proibito. Io credo di aver commesso una delle prime disobbedienze della mia vita nella mia piccola cappella in Vaticano, quando ho ricevuto un grande sacerdote romeno, l’archimandrita (Andrea) Schrima, un uomo straordinario, un santo autentico. Un giorno ho detto: «Fratello, andiamo a pregare insieme, possiamo pregare insieme». Recentemente abbiamo visto un papa, Francesco, voltarsi verso Bartolomeo e dire «Caro fratello Demetrio….». Piccole grandi cose. Abbiamo fatto passi avanti, ma tantum aurora est!

Quando Bruno Forte, mio amico, giovane professore non ancora vescovo, è andato per alcune lezioni all’università Pechino, tornato a casa ha fatto una relazione pubblicata su Avvenire. A un certo punto diceva: «Ho trovato dappertutto porte aperte e tanta cortesia… Ragazzi e ragazze desiderosi di conoscere… Qualcuno mi ha domandato ingenuamente: “Ma lei che è professore, crede veramente in Dio?”». Ma questo non l’hanno scritto, perché del “nemico” bisognava parlare solo male, mai bene. Ieri è venuta una brava giornalista dell’Avvenire. Tornata in redazione, mi manda una e-mail nella quale ringrazia tanto dell’accoglienza, nome per nome da parte di tutta la redazione. Non avevo mai visto una cosa del genere… Abbiamo fatto passi da giganti. E siamo soltanto all’aurora!

Misericordia, legge suprema

Qualche mese fa da El Ciervo – una bella rivista di Barcellona, di ispirazione cristiana però laica – mi hanno domandato: «Non le sembra che il papa Benedetto XVI sia un po’ debole, a voler accontentare i lefebvriani?». Ho detto semplicemente: «Il papa deve fare come Gesù Cristo: va a cercare la pecorella. Anche se non viene, la invito a io e parliamo. Gli devo dire con chiarezza “questo sì e questo no; se accetti questo siamo in comunione, se non lo accetti non lo siamo; ma la porta sarà sempre aperta ad accoglierti”».

Papa Giovanni morente mi disse: «Loris, mi dicono che ho fatto tanti cambiamenti; ma io non ho cambiato niente. Tu sai che io dico le mie preghierine la mattina, non solo quelle da prete o vescovo, ma anche quelle che mi ha insegnato la mia mamma. La fede che ho confessato nel mio villaggio è per tutta la vita. Salvi i principi fondamentali della morale e della dottrina rivelata, per tutto il resto attendo e aspetto con pazienza. Sai cosa è accaduto invece? Ci siamo accorti che cominciamo, stiamo appena cominciando, a capire meglio il vangelo».

Il bravo e santo Giuseppe Dossetti – tornerà a splendere! – era in Terrasanta quando Martini partì da Roma per andare a Milano e fece sosta a Bologna. Ma aveva lasciato per lui un messaggio: «Entri a Milano a piedi. Nella sinistra tenga un vangelino da quattro soldi e con l’altra mano benedica e saluti». E così ha fatto Martini. E così – credo – abbiamo cominciato a fare anche ai vari livelli della Chiesa. Il papa Giovanni ci diceva: «Non è il vangelo che cambia; siamo noi che cominciamo a capirlo meglio».

Dialogo e ascolto

Miei cari fratelli, ho grande riconoscenza per voi, per i saveriani, per i gesuiti, per tante altre famiglie religiose che, con il servizio della stampa, hanno in qualche modo arginato una situazione tragica dell’Italia. Famiglia cristiana ha giocato i suoi interessi nel parlare con verità e conosciamo le vicende che hanno lacerato la Società San Paolo. A un vescovo che disse pubblicamente: «Io proibirò ai parroci di vendere Famiglia cristiana in chiesa», dopo che molti erano intervenuti contro questa famiglia religiosa, dissi: «Monsignore, ma al posto di Famiglia cristiana, cosa mettiamo, Sorrisi e canzoni? Io quando ho avuto qualche cosa da dire, e l’ho detto, ho trovato sempre ascolto». Naturalmente, si deve parlare non soltanto senza arroganza e senza desiderio di condannare, ma con amore fraterno.

Ascoltare è il primo compito di un papa. Quando papa Giovanni ha convocato il concilio, voleva anzitutto ascoltare, anche i fratelli separati, e ha trovato nel diritto canonico la possibilità di farlo. Non si è mai sognato di fare una cosa di testa sua. Si è inserito nel solco della Chiesa.

Anch’io venivo consultato per un parere. Notate che non era così alla buona come forse ancora qualcuno crede. Al primo incontro da segretario mi ha detto: «Due cose devi sapere. La prima è che io parlerò sempre a ruota libera con te, ma non tu con me. E quando io ti farò una confidenza non devi commentarla, sarò io a interrogarti. Non devi interloquire ma essere interrogato. Seconda cosa: quando sarà il momento, devi dire a me, come ho detto io al mio vescovo: Lei è prossimo a morire. Io non voglio morire senza neanche sapere che mi danno i santi sacramenti, come è capitato purtroppo con tanti ecclesiastici».

Una volta mi chiese se fosse buona una decisione che stava maturando. E io: «La pensa così anche il suo confessore». «Non lo conto, perché voi siete amici e questo è sempre un voto solo». Dovete sapere che anche a Roma si mettono d’accordo: va in udienza un cardinale e dice una cosa, poi va un altro e dice con altre parole la stessa cosa e il papa è convinto che tutti la pensino allo stesso modo. «Io non voglio il giudizio di una persona sola, devo sentire cosa pensano anche altri».

Dopo due anni di esame della posizione di papa Giovanni in vista del processo di beatificazione, muore (Eugène) Tisserant di cui si diceva non avesse grandi simpatie per Roncalli, e che doveva essere interrogato in merito. Il postulatore si rivolge così a Siri. Siri, intelligente com’era, gli fa: «E come mai lei ricorre a me due anni dopo la morte di papa Giovanni?». Il postulatore: «Poiché è un dibattito, vogliano ascoltare anche voci contrarie, e Tisserant è appena morto». «Va bene, padre – risponde Siri –, quando vengo a Roma ci incontriamo. Si ricordi però che io deporrò a favore. Io sono un razionalista e ho bisogno della prospettiva del tempo e della diversità dei pareri. Sono andato nei bassi della mia Genova e ho visto che dove è scomparsa l’immagine della Madonna o dei santi ho trovato l’immagine di papa Giovanni. Questa per me è stata una grande lezione».

Il 27 settembre, un mese prima di essere papa, a Castelfranco Veneto si era celebrato il centenario dell’ordinazione sacerdotale di Pio X. Furono invitati tutti i vescovi e i parroci veneti, e tutti i vescovi oriundi del Veneto. Uno di questi oriundi scrisse che non accettava l’invito perché non condivideva la linea pastorale del cardinale patriarca di Venezia. Questi non si offese. Quando un mese dopo Roncalli venne eletto papa, questo vescovo scrisse una lettera a me dicendo: «So la sgarberia che ho fatto al patriarca di Venezia. Di impulso ho scritto che non condividevo la sua linea (viveva in una zona cosiddetta rossa). Dica al santo padre che rimetto la diocesi nelle sue mani». Io prendo la lettera e la metto sul tavolo del papa, il quale, non irritato, mi domanda: «Ma perché scrive a te? Contatta Dell’Acqua e fa’ chiamare il vescovo al telefono per dirgli che se non ha ancora spedito la lettera di dimissioni la ritiri, perché il papa non le accetta. Lui ha agito nella sua coscienza e nella sua libertà di vescovo e di persona». L’ha poi voluto ricevere e l’ha trattato con amore: «Qualche volte si dice di lei “troppo zelo”… Ma io non mi permetto di dirle niente, perché lei ha sofferto sulla sua pelle quello che io non ho sofferto».

Riceve un vescovo tedesco, intimo amico di Pio XII, che gli dice: «Santità, Pio XII mi ha concesso di leggere in diocesi l’epistola e il vangelo in tedesco nella messa». E lui: «Se l’ha concesso il mio antecessore, del quale ho tanta stima e venerazione, continui pure». Il Sant’Uffizio prontamente ricorda: «Avevamo revocato quel permesso». Avrebbe potuto obiettare: L’ha concesso uno che è stato papa per 19 anni e che voi avete esaltato… Ora io devo sconfessare me stesso. Infine ha concluso: «Se il Sant’Uffizio ha preso questa decisione, il papa si uniforma».

Una volta accusarono me di intrattenere rapporti quasi quotidiani con Giorgio La Pira – non era vero, ma bisognava ribadire che il segretario del papa non deve parlare con quell’uomo (lui, Balducci, Aldo Moro e tanti altri non li potevano vedere a Roma). Il papa, invece, diceva a me: «Bisogna incontrarsi, sono fratelli; se dicono qualcosa di sbagliato lo facciamo loro presente; ma se è soltanto che sono un passo avanti a noi, è il senso del vangelo; non possiamo impedire a un fratello di camminare».

Una Chiesa povera e casta

Riceve il card. Alberto di Jorio, che era al Governatorato e rende conto al papa dell’amministrazione della Santa Sede. Il papa ascolta e poi scrive: «La situazione economica è buona, abbiamo tanti dipendenti ed è assicurato il pane anche per loro. Ma mi chiedo: tra tanta abbondanza non sarebbe bello ricordarsi anche del “quod superest date pauperibus”?» È l’interrogativo del papa attuale. Allora la Santa Sede dava troppo all’Italia. Manteneva tutti i professori dei seminari regionali, manteneva l’Avvenire d’Italia, tutti gli assistenti dell’Azione cattolica e delle Acli, le parrocchie di Roma… Un parroco romano di prima mattina mi telefona: Il temporale questa notte ha buttato giù tutte le vetrate, mandi al più presto la Floreria (l’ufficio che allora provvedeva anche alla manutenzione degli stabili della Santa Sede)… Si abusava. Si domandava continuamente.

Ora c’è più regola. È arrivata questa “provvidenza” dell’8×1000 e c’è ancora chi abusa. Un pane quotidiano, un vestito e anche un po’ di villeggiatura sono assicurati a tutti i preti. Non so se sia proprio l’ideale. Non credo sia l’ideale neanche andare a mendicare. Nel 1085, papa Gregorio VII muore a Salerno: «Muoio in esilio perché ho amato la giustizia e ho sognato di riportare la Chiesa sposa di Dio alle origini;  sogno una Chiesa libera, casta, cattolica». Casta a mio avviso vuol dire anche umile, misericordiosa, buona, familiare, cordiale. Potrebbe essere questo il disegno per la Chiesa di oggi. Se tutti, insieme al papa – scelto fra i vescovi del mondo non per imporre qualche cosa, ma per proporre e maturarlo insieme – lo facessimo nostro, saremmo davvero all’inizio del giorno cristiano. Tantum aurora est. … A questo punto voi dovreste rispondere: “Amen”!


Print Friendly, PDF & Email

Lascia un commento

UA-73375918-1

Navigando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie. Clicca per avere maggiori informazioni.

Questo sito utilizza i cookie di servizio ed analisi per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Cliccando su "Accetto", acconsenti al loro utilizzo.

Chiudi