Ungheria: dal “caso Mindszenty” in poi

di: Francesco Strazzari

József MindszentySono passati 42 anni dalla morte del servo di Dio, l’eroico arcivescovo di Budapest, card. József Mindszenty (6 maggio 1975). È stato ricordato il 4 maggio con una celebrazione nella chiesa di Santo Stefano Rotondo al Celio presieduta quest’anno dal card. Ravasi.

La figura di Mindszenty, nato nel 1892, rimanda agli avvenimenti del 1956, quando la “rivoluzione ungherese” fu repressa nel sangue dalla truppe del Patto di Varsavia. Il cardinale si rifugiò nell’ambasciata americana di Budapest.

Chiesi un paio d’anni fa al card. Peter Erdö, attuale arcivescovo di Budapest, come ricordasse quegli avvenimenti: «I miei ricordi sono quelli di un bambino che ha visto la casa di famiglia distrutta dai carri armati sovietici. Fummo costretti a cercare rifugio in un albergo per operai non lontano dal centro della città. Mi ricordo anche che, quando Mindszenty parlava alla radio, i miei genitori ci dicevano: “Zitti! Adesso parla Mindszenty. Ascoltiamolo!”. Lo ascoltavamo con rispetto e stima. E quando cominciarono a serpeggiare calunnie sulla stampa comunista su quanto detto dal cardinale, i miei replicavano: “Non è vero, non ha detto questo!”. Mindszenty non ha mai rivendicato i beni della Chiesa; parlava di cose molto più umane, molto più importanti».

Gli anni Sessanta

Negli anni ’60 la situazione in Ungheria non era certo rosea. Profondi cambiamenti costringevano Stato e Chiesa a guardarsi in faccia e a intraprendere insieme un cammino lento e faticoso.

Sul piano etico: aumento drammatico dei divorzi per una legge oltremodo benevola; crescita costante degli aborti; sempre più vistosa la disgregazione familiare.

Sul piano sociale: fuga dai campi verso le industrie con forti squilibri.

Sul piano culturale: massiccia e martellante presenza dei mass media a sostegno dell’ideologia comunista. Qualcuno, in riferimento alla pratica religiosa, parlava addirittura di “apostasia delle masse”.

Difficili erano i rapporti tra la gerarchia cattolica e l’ufficio statale per gli affari religiosi; tutt’altro che idilliaci i rapporti tra vescovi e preti e quasi inesistenti i rapporti preti-laici. Ridotta pressoché a zero la sicurezza finanziaria della Chiesa; i fedeli in balìa della propaganda e dell’azione discriminatoria del regime.

 Nell’ottobre del 1964 viene stipulato l’“accordo parziale” tra governo e Santa Sede con l’aggiunta di un importante “protocollo”. C’ è un leggero miglioramento e i credenti respirano.

Il cardinale Mindszenty è ancora “esiliato” presso l’ambasciata americana e si va alla ricerca di una soluzione. La testimonianza del card. Erdö: «Gli storici dicono che, in base ai documenti che ora si conoscono, non sembra sia stata una sua decisione rifugiarsi nell’ambasciata americana. Di notte Mindszenty venne chiamato in Parlamento prima dell’arrivo delle truppe sovietiche e un ufficiale lo accompagnò in ambasciata, dove fu accolto dai diplomatici con le parole : “Eminenza, l’asilo le è concesso da Washington”. Questo significa che “qualcuno” aveva già preparato il rifugio dove Mindszenty sarebbe rimasto molti anni».

Del caso Mindszenty, per esplicita volontà di Paolo VI, si occupò il card. Franz König, arcivescovo di Vienna, che più volte si recò a Budapest. La diplomazia vaticana si mise in azione con i monsignori Casaroli e Bongianino. Mindszenty non voleva cedere e lasciare il Paese. L’Accordo parziale del 1964 tra Stato e Santa Sede era visto più come un modus moriendi che come un modus vivendi.

Siamo nel 1968. L’Europa è sconvolta dai moti studenteschi. La Cecoslovacchia è invasa dalle truppe del Patto di Varsavia. È un allarme anche per l’Ungheria. In agosto e settembre il diplomatico vaticano, mons. Cheli, è a Budapest. Mindszenty a malincuore accetta di lasciare il Paese e va in Austria ancora con l’accusa di avere ordito contro lo Stato socialista. L’impressione nel mondo cattolico è enorme. La diplomazia vaticana e lo stesso Paolo VI sono ferocemente attaccati.

Ancora il card. Erdö: «Quando Mindszenty lasciò l’arcidiocesi per recarsi a Vienna, noi seminaristi pregammo molto per lui, per la nostra Chiesa e abbiamo atteso con grande interesse di vedere che cosa sarebbe potuto succedere dopo la sua partenza. Girava tra i seminaristi il libro delle sue Memorie. Dopo anni, leggendo i documenti storici, si delinea il volto ungherese della politica anticristiana del sistema socialista».

La “via dei piccoli passi”

Il caso Mindszenty fece scorrere fiumi d’inchiostro, divise i cattolici, scombussolò le diplomazie, attirò le critiche più violente nei confronti della diplomazia vaticana, che aveva sacrificato alla ragion di stato un grande arcivescovo.

È possibile, a distanza di tanti anni, un giudizio sull’Ostpolitik vaticana? Il card. Erdö: «Direi che i sacerdoti migliori – la generazione degli anni ’60-’70 e oltre – rispettavano il papa, non lo criticavano, come faceva aspramente la stampa occidentale, perché capivano che la situazione del Paese e le misure della Santa Sede miravano a ottenere qualche risultato concreto anche se non un cambiamento radicale della situazione, date le limitazioni imposte dal regime. Di Mindszenty continuavano a parlare bene, con grande venerazione. Non mettevano l’accento sulla contrapposizione tra Paolo VI e il cardinale. I fedeli avevano per ambedue una grande venerazione e rispetto. Erano i mass media che ne facevano un campo di battaglia. Si dice che gli ungheresi, a differenza dei polacchi, siano stati più compiacenti nei confronti del regime comunista. Adesso, in base alle ricerche storiche, si vede che questo non risponde al vero, perché molti altri vescovi del tempo di Mindszenty hanno pagato di persona la loro fedeltà alla Chiesa. Molti sono stati internati e più della metà della Conferenza episcopale ha conosciuto il carcere. Il successore di Mindszenty, il cardinale László Lékai (1910-1986) si esprimeva così: “Io stimo il cardinale Wyszynski di Varsavia. Quando parla, può star sicuro che il popolo sta con lui; quando invece parlo io, so con certezza che non ho nessuno dietro di me”. Lékai aveva una grande preoccupazione pastorale. Con la “via dei piccoli passi” voleva realizzare qualcosa di utile e vantaggioso per la Chiesa».

È il 1976: László Lékai è nominato arcivescovo di Esztergom e primate di Ungheria. La controversa e osteggiata “via dei piccoli passi” ha di fatto spinto il regime a concedere più libertà alla Chiesa. Il card Erdö: «Ha prodotto effetti benefici, non immediati, ma progressivi. Ad esempio: sono stati nominati vescovi sacerdoti che erano, salvo qualche eccezione, seri e bene formati. Lékai era un uomo sincero e abilissimo. Aveva il suo stile personale. Era portato per l’attività pastorale. Parlava il dialetto di Mindszenty perché proveniva dalla stessa regione e, durante la guerra, era stato il suo segretario. Lékai, in qualche modo, si collegava a Mindszenty, che stimava tantissimo. Ma non si capisce bene l’“epoca Lékai” se non si tiene conto della sua sollecitudine pastorale».

Mi diceva sempre, avvicinandolo di frequente, ricordando quegli anni: «Erano per davvero piccoli passi. Avrei voluto correre, ma non si poteva».

Da Mindszenty a Lékai, da questi a Paskai fino a Erdö: la Chiesa continua a rivendicare la sua presenza nella società ungherese, che ora conosce la privatizzazione selvaggia, la corsa al capitalismo, la poca attenzione alla situazione sociale delle classi povere, l’impennata del populismo, il rifiuto dei diversi. «Nelle scuole gestite dalla Chiesa, nelle comunità parrocchiali, nei mass media – conclude il nostro viaggio il card. Erdö – cerchiamo di parlare altre lingue come nella Pentecoste degli apostoli. Si formano “gruppi d’impegno” che danno alla comunità parrocchiale slancio e vigore e attirano l’attenzione anche dei non credenti e dei non praticanti. Bisogna apprezzare e valorizzare questo fenomeno che si sta estendendo dovunque e che mi fa sentire ottimista».

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