Il vescovo Ernst, profeta inascoltato

di: Francesco Strazzari

Hubertus Cornelis Antonius Ernst è nato l’8 aprile 1917 a Breda, ordinato prete il 7 giugno 1941, eletto vescovo il 3 novembre 1967 e consacrato il 17 dicembre dello stesso anno. La sua vita è strettamente connessa con le vicende della Chiesa nei Paesi Bassi, passata dall’euforia a Chiesa del silenzio.

Hubertus Cornelis Antonius Ernst

È il novembre del 1979 e percorro l’Olanda, inquieta per l’affare Schillebeekx, il teologo sotto processo da parte della Congregazione per la dottrina della fede. È inquieta anche perché il 14 gennaio, voluto da Giovanni Paolo II, dopo accordi con la Conferenza episcopale olandese, inizierà a Roma il sinodo particolare dei Paesi Bassi. Viene subito bollato dai cattolici come un affare di vertice, non se ne conosce l’agenda dei lavori, tenuta nascosta perché – si dice – vescovi e preti non ne discutano con la base. «Lo scopo del sinodo olandese – comunica la Conferenza episcopale – è di rafforzare la collegialità dei vescovi tra di loro e dei vescovi con il papa, promuovere l’unità delle convinzioni e azioni, discutere della vita della Chiesa e della sua responsabilità nel mondo di oggi».

Roma-Utrecht: i punti caldi della controversia

Collegialità

I vescovi olandesi non vanno d’accordo tra di loro. Tutto ha avuto inizio al tempo del concilio pastorale (1965-1970), che ha messo in discussione troppe cose e sferrato troppi attacchi all’indirizzo di Roma, la quale non si è fatta attendere. Nel gennaio 1972 Gijsen fa il suo ingresso nella diocesi di Roermond e pone ai posti-chiave i suoi fedelissimi ultra-conservatori. Si mette a capo del 4-5% dei cattolici olandesi ultratradizionalisti e lancia una martellante campagna contro i preti sposati, il Consiglio missionario olandese e non partecipa all’Azione quaresimale della Conferenza episcopale. È sostenuto finanziariamente anche da gruppi tradizionalisti tedeschi.

Sacerdozio

Nell’Assemblea pastorale nazionale, tenutasi nell’ottobre 1978 a Noordwijkerhut, capita di tutto. Una parte dei vescovi viene fischiata; sono applauditi il vescovo di s’Hertogenbosch, Blujssen, e il vescovo di Breda, Ernst. La settima delle dieci “raccomandazioni” viene bocciata: «Invitiamo con forza a sperimentare l’accesso al servizio presbiterale di uomini sposati, donne, preti che vogliono sposarsi o che già lo sono; chiediamo di nuovo alla Conferenza episcopale di porre in questione anche a Roma se non sia il caso di riammettere nei luoghi di formazione teologica i docenti (preti) sposati».

I seminari

Tranne mons. Gijsen di Roermond, che ha riaperto il seminario, nessuno degli altri vescovi pensa di riaprirlo come luogo di preparazione al sacerdozio. Il vicario generale Vermeulen: «Abbiamo più di 1.000 studenti di teologia e tra di loro sono molti quelli che vorrebbero farsi preti. Siamo di nuovo alla questione del celibato. Arriviamo a dire che non abbiamo tanto bisogno di preti, ma di laici ben formati. Il problema dei laici è per noi più importante».

L’ecumenismo

Il confessionalismo degli anni passati, tipico dell’Olanda, ha ceduto il posto al dialogo, che, negli ambienti tradizionalisti, significa mettere al bando la differenza tra cattolici e protestanti. Ancora il vescovo Gijsen: «Le pratiche in uso in molti luoghi non sono conformi all’intenzione della Santa Sede».

La de-confessionalizzazione

La lettera quaresimale dei vescovi olandesi del 1977 mette in guardia i cattolici: «Non possiamo restare indifferenti di fronte ai fedeli che in qualsiasi settore della vita cristiana denunciano un’esagerata rinuncia alla propria identità cattolica».

La catechesi

Presi di mira sono l’Istituto superiore di catechetica dell’università cattolica di Nimega e la Facoltà di teologia e di pastorale di Haarlem. Risponde alle accuse il rettore, il domenicano Nieuwenhuis: «La Chiesa, in passato, ha perso gli operai, oggi perde la gioventù. Le Chiese, anche in Olanda, mancano di giovani, ma una Chiesa che li emargina per salvare le istituzioni non è una Chiesa vera».

Il sinodo olandese-romano

Sostieni SettimanaNews.itSi tiene a Roma dal 14 al 31 gennaio 1980. Sedici giorni di lavoro, ventotto sedute generali, circa trecento interventi. Il documento finale Conclusioni del sinodo particolare dei vescovi dei Paesi Bassi viene diffuso il 31 gennaio ed esplode la rabbia dei cattolici. Il sinodo dice no al «clero di riserva», rappresentato dagli operatori pastorali laici, bene formati e stipendiati dallo Stato come personale ecclesiastico pubblicamente riconosciuto. Tra questi, diversi sacerdoti sposati, che, d’accordo con il proprio vescovo, sono rimasti in attività pastorali.

Il sinodo, capitanato dalla curia romana, non accetta neppure la richiesta avanzata dai vescovi olandesi il 19 gennaio 1970: «I vescovi ritengono che sarebbe un bene per la Chiesa se, a fianco del sacerdozio celibatario scelto in tutta libertà, fosse ammesso nella Chiesa latina il sacerdozio coniugato con l’ordinazione di uomini sposati e, in casi particolari e, a certe condizioni, con la reintegrazione nel ministero sacerdotale di sacerdoti che si sono sposati».

I cattolici olandesi attaccano Roma: è mancata una discussione serena e obiettiva. Vignette riproducono lo schieramento sinodale: i vescovi Simonis e Gijsen in difesa con i cardinali di curia Baggio e Oddi; i vescovi Bluyssen ed Ernst all’attacco, con un arbitro, il papa, che interviene a separare i litiganti. «Il sinodo come una partita di calcio», commenta il noto sociologo Walter Goddijn, professore all’università di Tilburg, che incontro nella sua casa a Diessen.

Nel 1981 – un anno dopo il sinodo – incontro il vescovo Ernst. Non ha dubbi: «Dobbiamo ammettere che non abbiamo ancora risolto i problemi pratici. Non siamo ancora riusciti nell’intento di percorrere una strada nostra». Gli domando se il documento conclusivo del sinodo non debba essere rivisto. «Non lo penso. In tempi brevi non c’è da aspettarselo, ma, in tempi lunghi, i problemi posti da noi riguardano la Chiesa universale. E allora…».

Il gesuita Bots, storico, alza la voce: gli intellettuali e i semi-intellettuali, provenienti dal settore terziario dello stato previdenziale, detengono saldamente in mano tutte le posizioni chiave all’interno della Chiesa olandese. Bots rimprovera all’episcopato di avere ceduto alla pressione di questa classe «maledetta». La risposta del vescovo Ernst: «Tutti sbagliamo. Abbiamo svolto il nostro compito in momenti molto difficili e delicati. È vero, sono sorte difficoltà e tensioni, ma siamo sempre stati in contatto con gli altri episcopati e con Roma. Ripeto, sono stati e sono tuttora tempi molto difficili». E, prendendomi sottobraccio, mi confida: «È molto difficile fare il vescovo. I problemi sono gravi. Il periodo è molto delicato».

A distanza di sette anni dal sinodo, il segretario della Conferenza episcopale, il poliedrico francescano van Munster, tira le somme: « 1) il distacco vescovi-popolo è più accentuato adesso che negli anni precedenti il sinodo; 2) c’è meno unità che prima dell’80; 3) la Conferenza episcopale è più divisa adesso di prima».

All’inizio degli anni ’90, i vescovi confessano di fare ancora tanta fatica a spiegare ai fedeli le norme del documento conclusivo del sinodo e ancor di più il suo spirito. Ammettono che si è trattato di una formula sbagliata, imposta dall’alto. Là dove il sinodo è mancato è proprio sulla catechesi. Sempre più ampia la frattura tra la Chiesa e il mondo intellettuale e giovanile, che continua il suo esodo dalla Chiesa istituzionale approdando o all’indifferenza o alla ricerca di esperienze in movimenti e gruppi. Continua la mancanza di dialogo tra gerarchia e clero e sempre più langue quello tra vescovi e fedeli.

Il vescovo Ernst trova compagnia nel silenzio e nell’azione caritativa. Il 6 maggio 1992 diventa emerito e trova posto in un istituto di suore francescane. Lo incontro. «Ho combattuto la mia battaglia e ho conservato la fede, ma ne avremo ancora per tanti anni». Il centralismo curiale, burocratico e testardo, miope e scandaloso, ha vinto la sua battaglia a scapito di un esodo impressionante. A bruciapelo ho chiesto a van Munster, prima che lasciasse il suo incarico di segretario della Conferenza episcopale, di chi è la colpa. Mi ha risposto con amarezza: «Lo dirà il futuro». Lo stiamo vedendo.

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