L’Afghanistan e i cristiani

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cristiani in Afghanistan

Il vescovo emerito di Trento, Luigi Bressan, è stato quattro anni nella nunziatura in Pachistan. Pur non avendo potuto visitare l’Afghanistan, è in grado di ripercorrere per sommi capi la storia della presenza del cristianesimo in quella terra. Un interessante e istruttivo viaggio nel tempo.

Si afferma che non esistono cristiani in Afghanistan, tormentato paese con sofferenze indicibili per le popolazioni che sono strette tra costanti conflitti.

Storia di un territorio

Lo Stato afghano è nato dal fatto che nessuno dei grandi popoli vicini è riuscito, malgrado gli sforzi, a occuparlo: cinesi, indiani, persiani, russi e, dal 1800, anche gli inglesi. I suoi confini erano labili fino all’inizio del 1900. In un’enciclopedia del 1896 si scriveva che era una «regione con un confine, per così dire, mobile». Gli abitanti sarebbero stati 6.145.000 dei quali «sono maomettani in buona parte (3.520.000)»…; si vede che l’islam sarebbe stata la religione del 60% della popolazione, ma non della totalità (a meno che non vi sia un errore di stampa: cf. Enciclopedia Popolare, Milano 1896, p. 53).

In una pubblicazione apparsa dieci anni dopo (Storia Universale), si afferma che a Kabul vi era un emiro che «esercitava un’autorità spesso più nominale che effettiva» sui vari reami dell’Afghanistan e nella stessa capitale era interessante visitare il cimitero suddiviso in vari settori: «qui i sunniti, là i musulmani, altrove gli armeni, in altro posto gli ebrei»… e, più lontano, una tomba sorprendente del 1600, scritta in inglese. Lo stesso autore nota che a Herat circolavano mercanti da varie nazioni, tra cui anche ebrei.

Più certa è la presenza secolare di armeni, i quali, del resto, erano in tutte le principali città dell’Asia dall’alto medioevo, e fungevano da catena bancaria per tutti i commerci. Io stesso incontrai negli anni ’90 in Pakistan una signora che mi diceva di appartenere appunto a una famiglia armena di Kabul, abbandonata ormai da qualche decennio.

cristiani in Afghanistan

L’ambasciatore Roberto Cantone, il generale di divisione Massimo Panizzi e padre Giovanni Scalese
accanto all’Ulivo della pace (2019)

Si può osservare che, sul confine settentrionale tra Afghanistan e Pakistan, vi è un cumulo di pietre che si afferma essere la tomba dell’apostolo san Bartolomeo. In realtà, non vi è alcun fondamento per ritenerlo, ma non si sono fatte indagini archeologiche per determinare quale ne sia l’origine (magari i resti di un monastero nestoriano o di uno stupa [reliquiario] buddista).

È molto probabile invece che l’apostolo san Tommaso sia passato attraverso l’Afghanistan (regione della cultura gandhara, greco-indiana) per raggiungere la grande città di Taxila (due milioni di abitanti), dove incontrò il re Gundofares: una corrispondenza tra gli elementi storici emersi dagli scavi e gli Acta dell’apostolo sembrano indicare che si è nel vero; poi l’Apostolo sarebbe sceso nel sud dell’India. Comunque, i cristiani nestoriani si erano largamente diffusi sul territorio dell’attuale Afghanistan e a Herat esisteva un “arcivescovo metropolita”, che coordinava diocesi suffraganee.

La cappella presso l’ambasciata italiana

Di queste tradizioni cristiane non è rimasto nulla, se non il rimpianto. Di fatto esiste in tutto l’Afghanistan oggi una sola chiesa autorizzata dal governo, quella presso l’ambasciata italiana a Kabul.

Essa ha una storia particolare. Infatti, nel 1919 il re Amanullah fu riconoscente al Regno d’Italia per aver riconosciuto per prima l’indipendenza del suo paese e avviò un Trattato italo-afghano che prevede appunto, tra l’altro, una chiesa aperta sull’esterno presso l’ambasciata, per gli stranieri cristiani. Fu un privilegio unico, che non hanno le altre rappresentanze diplomatiche (le quali ovviamente possono celebrare liturgie e riti religiosi nelle loro sale interne, come avveniva nei campi militari degli stranieri).

Vicende varie ritardarono la costruzione fino al 1933 e il servizio religioso venne affidato ai Padri Barnabiti. Vi si dedicarono personalità straordinarie come i padri Caspani e Cagnacci, che raccolsero sul Paese notizie etnografiche e testimonianze di valore fondamentale.

Eccezionale fu padre Panigati, che operò a Kabul dal 1965 al 1990: conosceva ben 12 delle lingue parlate nell’Afghanistan ed era lui il centro di informazioni di base per tutti i diplomatici stranieri, senza mai entrare in politica e con spirito di dialogo anche interreligioso. Prestò un servizio generoso e apprezzato… Anche alcuni genitori anglicani chiesero a lui di preparare i figli ai sacramenti dell’iniziazione cristiana. Lasciò Kabul per motivi di dl salute e gli successe padre Rossi, un eroe per lo zelo e le vicende che dovette superare. Tra l’altro l’ambasciata fu distrutta nel 1994 e non fu facile per la Santa Sede convincere il Governo Italiano a ricostruire la cappella, sempre con la facciata verso la strada pubblica.

cristiani in Afghanistan

La cappella presso l’ambasciata italiana (2019)

Altre presenze cattoliche

Padre Rossi riuscì a far arrivare alcune religiose di Madre Teresa di Calcutta per i “Bambini di Kabul”, mentre due o tre Piccole Sorelle di Charles de Foucauld erano discretamente presenti negli ospedali.

Già negli anni ’90 ogni tanto si recava di nascosto in Afghanistan una suora tedesca, la celebre dr. Pfau, per lottare contro a lebbra.

Nel 2003 anche la sezione indiana del “Jesuit Refugees Service” poté aprire un suo ufficio, mentre la Caritas del Pakistan aveva un accesso più facilitato da Peshawar. Va detto che già negli anni ’80 essa svolse una vasta assistenza per i milioni di rifugiati (in seguito alle lotte con i Sovietici), tanto che i pachistani si lamentavano che si pensasse soltanto a loro e la stessa Caritas pachistana fu ristrutturata per una presenza su tutto il territorio.

Teniamo conto che già nel 2020 quel Paese ospitava quasi un milione e mezzo di rifugiati afghani. Nel 2002 la “cappellania” per stranieri di Kabul fu elevata a missio sui iuris, di fatto una parrocchia responsabile per la pastorale di tutto l’Afghanistan, una nazione estesa più di due volte l’Italia.

Presumiamo che vi siano afghani cristiani che vivono all’estero. Un signore rifugiatosi in Iran mi diceva che era stato colpito dai volontari cattolici e si era fatto battezzare (dopo il consueto percorso di catecumenato); lo aveva raggiunto la moglie che pure si era convertita e con i due figli vennero in Italia per alcuni mesi e poi passarono in Germania. Diceva però che suo zio in patria, avendo ammesso candidamente che suo nipote si era fatto cristiano, era stato ucciso nel villaggio stesso, senza processo.

Eppure, Maometto riconosceva i cristiani e per l’Afghanistan non esiste alcun hadith (come per l’Arabia Saudita) che sembra proibire la presenza dei cristiani. La corrente talebana non è l’unica nemmeno in Afghanistan! Se qualcuno/a tra gli afghani ha aderito a Cristo durante l’ultimo ventennio, magari per la vicinanza ai protestanti o ai cattolici, e non è riuscito a fuggire, rischia altamente la vita se scoperto.

Converrebbe aggiungere un particolare: quel paese è presente con un suo prezioso prodotto, il lapislazzuli, in moltissime delle nostre chiese; infatti, l’azzurro di tanti quadri e affreschi, compreso il cielo del Giudizio Universale della Cappella Sistina, proviene appunto da quella che allora si chiamava India Superior.

Possa Maria santissima, venerata anche dai musulmani, portare l’aurora per un cielo più sereno!

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