C’è libertà religiosa in Turchia?

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Ha suscitato una certa meraviglia e numerosi interrogativi il fatto che il 31 luglio scorso 18 capi spirituali e religiosi della Turchia abbiano reso pubblica una Dichiarazione in cui si afferma che in Turchia essi possono praticare liberamente la loro religione. «Come rappresentanti religiosi e leader di antiche comunità di varie religioni e fedi – scrivono – radicati in questa terra da secoli, siamo liberi nell’esercizio della nostra religione e delle nostre tradizioni, e le affermazioni che siamo oppressi sono del tutto false».

Tra i firmatari figurano in primo luogo il patriarca greco-ortodosso Bartolomeo I, il quale ha dovuto aspettare 47 anni per veder riaprire la sua scuola teologica, seguito dal patriarca armeno e arcivescovo Aram Atesyan, capo spirituale, facente funzione della comunità armena, che non può essere eletto patriarca per le interferenze del governo, dal rabbino rav Isaak Haleva e dal patriarca facente funzione della comunità siro-ortodossa Yusuf Cetin, il quale, tra l’altro, si è visto confiscare molte sue proprietà da parte dello stato – e da altri gruppi minori come la Chiesa bulgara-ortodossa e la Chiesa cattolica caldea.

È la prima Dichiarazione di questo genere nella storia della Turchia.

Perché questa Dichiarazione?

La prima reazione negativa è stata quella della rivista armena Agos che ha scritto ironicamente «Ah! eravamo liberi, e non lo sapevamo».

Ma cosa ha indotto questi capi a scrivere una Dichiarazione del genere in un momento in cui i loro dubbi e timori sono in aumento?

Il giornalista turco Fehim Taştekin, specialista in problemi di politica estera della Turchia, Caucaso, Medio Oriente ed Europa, ne ha tracciato un quadro in un articolo del 10 agosto scorso nel quotidiano Al-Monitor – un quotidiano online fondato da Jamal Daniel, con sede a Washington, negli Stati Uniti, circolante dal febbraio 2012.

Tuma Celik, un leader della comunità siriaca, diventato deputato HDP alle elezioni di giugno, ha dichiarato ad Al-Monitor che ai leader della Chiesa e delle fondazioni è stato chiesto di fare la Dichiarazione per contrastare i risvolti negativi della carcerazione di Brunson, un pastore protestante statunitense detenuto in Turchia, perché accusato di appoggiare il terrorismo.

La richiesta di questa Dichiarazione è giunta dallo stato turco attraverso un canale interno alle minoranze non musulmane. Mentre i rappresentanti della comunità discutevano la richiesta, il giorno successivo alla sua comunicazione, il portavoce della presidenza Ibrahim Kalin li invitò a una riunione prevista due giorni dopo. I leader non potevano presentarsi alla riunione senza prima avere soddisfatto la richiesta e hanno così pubblicato la Dichiarazione. L’incontro con Kalin ha avuto luogo a Istanbul il giorno successivo.

Celik, che era al corrente della discussione tra i leader delle comunità, ha affermato che la Dichiarazione è stata emessa perché, se non lo avessero fatto, avrebbero avuto dei problemi col governo. Ha sottolineato che non c’era un ordine diretto da Ankara, ma che «uno dei nostri» si era fatto portavoce della richiesta. «Lo Stato – ha detto – ha sempre avuto degli appoggi all’interno (delle minoranze) e alcune persone sono più stataliste dello stesso stato».

I leader messi con le spalle al muro

Secondo Celik, l’invito di Kalin ha messo i leader con le spalle al muro. «Temevano di essere tenuti a rendere ragione se fossero andati alla riunione senza avere pubblicato la Dichiarazione. E pensavano che, se l’avessero emessa dopo l’incontro, avrebbero dato l’impressione di agire sotto pressione».

Celik ha lamentato che «le minoranze sono utilizzate contro l’Occidente, mentre a casa loro sono considerate come un avamposto dell’Occidente anziché come cittadini».

Secondo il legislatore, la Dichiarazione aveva di mira l’opinione pubblica internazionale nel quadro della crescente escalation contro la detenzione del pastore americano. «Il presidente Recep Tayyip Erdoğan – ha sottolineato Celik – ha approfittato della Dichiarazione prima che l’inchiostro si seccasse».

Si riferiva alle affermazioni di Erdoğan del 1° agosto in cui aveva criticato l’acutizzarsi dell’atteggiamento di Washington contro Ankara terminato nelle sanzioni verso la fine di quel giorno.

«La Dichiarazione scritta dalle minoranze religiose della Turchia – ha detto Erdoğan – è molto significativa. La Turchia non ha alcun problema con le minoranze religiose… Il modo di pensare degli evangelisti e dei sionisti degli Stati Uniti è inaccettabile».

Il giornale della comunità armena Agos ritiene che la Dichiarazione costituisca la risposta all’affermazione del vice presidente americano Mike Pence, fatta durante una riunione internazionale sulle libertà religiose, secondo cui Brunson sarebbe «vittima di una persecuzione religiosa». Perciò (il messaggio) di questa Dichiarazione non si deve interpretare come se «noi fossimo sotto pressione», ma piuttosto nel senso che «avremo dei problemi se non lo firmiamo».

Secondo Rober Koptas, scrittore ed editore armeno, la Dichiarazione è un tentativo di influenzare le pubbliche relazioni sull’affare Brunson. In un momento in cui le minoranze hanno una lunga lista di lamentele e «persiste una discriminazione di ogni sorta, una Dichiarazione del genere non fa che illustrare il modo con cui queste persone sono oppresse», ha dichiarato Koptas al quotidiano Al-Monitor. Il partito della giustizia e dello sviluppo «ha scelto la via che giova ai regimi oppressivi, usando del loro potere per schiacciare le minoranze, ormai ridotte a un manipolo di persone», ha aggiunto.

Nonostante i loro leader dicano che «va tutto bene», le minoranze non musulmane stanno nuovamente attraversando «tempi cattivi». Per motivi di sicurezza, diversi cercano sempre più di rifugiarsi in Occidente, mentre le istituzioni religiose si trovano di fronte a interferenze nei loro affari interni e a tentativi di espropriazione.

Usurpazione delle proprietà

L’usurpazione delle proprietà costituisce uno dei problemi più acuti. In forza di un emendamento giuridico del 2012, numerosi villaggi sono stati integrati come quartieri nelle città, cosa che ha aperto la porta a nuovi sequestri di proprietà. È un problema che ha a lungo perseguitato le comunità non musulmane.

Nel 2016, alcune proprietà siriache come chiese, monasteri, cimiteri e terreni registrati nelle entità legali dei villaggi quali Mardin, Midyat e Nusaybin sono state trasferite al ministero del Tesoro. Una commissione di liquidazione avrebbe dovuto censire le proprietà della Chiesa e restituirle ai siriaci, ma le autorità non hanno mai mantenuto la promessa.

Inoltre, chiese, monasteri e cimiteri sono stati consegnati alla Direzione per gli affari religiosi (RAD), un organo governativo che si occupa degli affari musulmani. In seguito al clamore che ne è derivato, la decisione fu ritirata, le proprietà tornarono al Tesoro.

Gli sforzi legali e politici che ne sono seguiti hanno assicurato il ritorno di 56 proprietà. Ma, nonostante le promesse di Erdoğan, il monastero Mor Gabriel, un’icona siriaca di 1.600 anni vicino a Mydiat, non è riuscito a recuperare 18 delle sue 30 proprietà.

Secondo Celik, le proprietà restituite comprendono chiese, monasteri e cimiteri ma le terre coltivabili rimangono al ministero del Tesoro.

Un altro problema è costituito dalle macchinazioni legali che paralizzano le fondazioni delle minoranze. Nel 2013, Ankara ha cancellato un regolamento che disciplinava l’elezione degli organismi amministrativi di queste fondazioni, senza che ancora ne abbia emanato un altro. Perciò le fondazioni non sono in grado di tenere elezioni per colmare i posti vacanti dovuti alla morte, alla malattia o alle dimissioni di alcuni membri, cosa che in effetti le blocca.

Il caso dell’isola Heybeliada

Una recente controversia è sorta in seguito alla Dichiarazione perché le autorità hanno assegnato al RAD un’area protetta di primo grado e un edificio storico nell’isola di Istanbul, Heybeliada. Mentre la scuola ortodossa di teologia sull’isola rimane chiusa, il RAD sta progettando di costruire nelle vicinanze un complesso di educazione islamica.

La scuola di teologia, fondata nel 1844 per formare il clero per le Chiese ortodosse nelle varie parti del mondo, ha chiuso i battenti nel 1971 in seguito alle restrizioni legali riguardanti le istituzioni private di formazione superiore. Gli sforzi compiuti per riaprire il seminario si sono trasformati in una vera e propria saga politica, con l’intervento anche dell’Unione Europea e degli Stati Uniti. In questo contesto, il progetto del RAD non solo si fa beffe della sensibilità cristiana ma suona anche come un regolamento religioso.

Alcuni vi scorgono un tentativo più ampio per disfare il tessuto di Heybeliada e di diversi isolotti vicini dove vivono molti cristiani rimasti a Istanbul. Un membro di spicco della comunità cristiana – che ha chiesto l’anonimato – ha dichiarato: «L’ultimo sviluppo a Heybeliada è un’estensione degli sforzi per cambiare il tessuto sociologico e naturale delle isole. A causa di un turismo irregolare, negli ultimi sette o otto anni, si è creato anche un grave vuoto di sicurezza. I bilanci della municipalità sono stati soppressi. L’interruzione dei servizi è una misura che ostacola i diritti degli abitanti di beneficiare dell’isola e persino delle loro case. Inoltre, restrizioni edilizie stanno minacciando il tessuto naturale del territorio. L’abuso delle droghe non viene impedito, gettando così le basi per una degenerazione culturale. Il risultato di tutti questi problemi è che gli isolani se ne vanno».

Per questo, molti delle minoranze, specialmente i giovani, stanno sempre più cercando di farsi una nuova vita all’estero. Il numero di coloro che se ne sono andati è notevolmente cresciuto dopo il tentato colpo di stato del 2016.

Per quanto riguarda i siriaci – ha affermato Celik – circa 5.000 di essi vivono attualmente nelle loro terre ancestrali nel sud-est della Turchia e il 10% di essi era tornato dall’Europa negli anni 2000: «Avevano ricostruito le loro case e iniziato una nuova vita, ma alcuni di essi – circa 80/100 – sono già ritornati in Europa, perché «la loro situazione è allarmante», ha detto Celik.

In breve, il governo sta rendendo dura la vita sotto molti aspetti alle minoranze non musulmane, mentre la rende generosamente agevole per le entità musulmane. Per non avere problemi, un manipolo di rimasti è stato indotto a dichiarare di trovarsi «bene». Ma non è vero.

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