Civiltà e religioni: non lo scontro ma l’incontro

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Scorro alcuni titoli molto importanti degli ultimi anni tra sociologia, scienze politiche, storia, arte e leggo: “La fine della storia…”, “Lo scontro delle civiltà”, “Non luoghi”, “Mondo liquido”… Ognuna di queste opere narra di fatti molto veri e il comune denominatore è il senso dell’interruzione di un flusso storico che unisce l’umanità, l’apre verso un cielo e verso un futuro.

Possiamo dire che il cielo del passato era sostenuto dal senso del sacro e il futuro dal senso del progresso. Entrambi sono andati in frantumi, prima l’uno e poi l’altro. Il sacro è stato emarginato dal progresso e il progresso, a sua volta, è stato schiacciato dai limiti dello sviluppo il quale, per molti, può diventare perfino la causa della fine di tutta l’umanità.

Incertezza e mode

Più da vicino, almeno per quanto riguarda le società economicamente più avanzate, possiamo leggere una forte perdita di orientamento. Per la maggior parte degli storici oggi la certezza più grande è l’incertezza. La meta da raggiungere non è ben definita e ognuno si rifugia nel proprio mondo individuale in una specie di rinuncia alla vita sociale. Gli ultimi vent’anni hanno segnato un profondo cambiamento nei comportamenti e nei problemi dell’umanità.

I ragazzi non giocano più per strada, digitano; non desiderano più, posseggono; non si relazionano, si contattano virtualmente; il corpo non ha più un ruolo nella comunicazione, così il volto, la mano, il piede.

Ad un incontro di studenti un giovane vestito da intellettuale mi spiegò che, in passato, molti si facevano suore e preti per costrizione. Di rimando domandai con quanta libertà i ragazzi di oggi consacrano i loro anni più belli al miraggio di una carriera, di una vita comoda, di una posizione agiata e ben retribuita. Non rinunciano a vivere? Ad affrontare i problemi del mondo, soffocato dall’indifferenza? Molte ragazze, in vista di una maggior libertà individuale, non rinunciano alla loro maternità come le suore di un tempo?

Senza giudicare nessuno, possiamo dire una cosa che non è di moda: l’aborto molte volte non è il sacrificio umano di un figlio sull’altare della propria “realizzazione” individuale? Finché non guardiamo in faccia a queste cose non possiamo impartire lezioni agli altri popoli.

Se andiamo in una scuola occidentale, tra i ragazzi di undici-quindici anni, ci possiamo rendere conto del grado di disagio che li interessa. Alcuni insegnanti non sanno più cosa fare. Come possiamo interpretare questi segni? Possiamo porvi rimedio? Come?

Diversità

Abbiamo festeggiato il capodanno 2016 in una comunità missionaria ed erano invitati un centinaio di giovani africani che soggiornavano presso strutture pubbliche della zona. Tra un piatto e l’altro abbiamo parlato con due di loro e dicono: «Ma è vero che voi lasciate i vostri genitori anziani in istituti geriatrici lontano dalla vostra casa e molti di voi neanche vanno a trovarli? Tutto questo, e altro, per noi ragazzi africani non è neanche immaginabile. Noi facciamo in modo che i nostri genitori anziani possano stare con noi, con i nostri bambini; facciamo in modo che possano partecipare alle feste e cantare, ballare».

Mi hanno risparmiato questioni più scabrose della nostra Europa, dalla droga alla solitudine e ho capito che avevano ben individuato il tipo di società in cui erano venuti a cercar fortuna.

Tutto questo per dire che una sola civiltà, compresa quella occidentale, non è in grado di dare risposte alle domande interculturali del mondo di oggi.

Questa insufficienza genera spesso timore e tremore all’interno delle varie aree culturali ma non serve a nulla agitarsi, chiudersi, estremizzare, e non esiste una “supercultura” che possa mettere insieme tutte le altre.

La cultura sempre necessaria e mai liberata a sufficienza è quella dell’amarsi e del farsi carico gli uni degli altri, a partire dalle povertà concrete che ci attanagliano. Dostoevskij scriveva che non possiamo amare la logica della vita ma la vita stessa che, spesso, di logica ne ha ben poca. In “logica della vita” leggerei anche culture, tradizioni, religioni.

Quando Gesù prende la parola nella sinagoga di Nazaret e annuncia il suo programma leggendo Is 61, ci parla della necessità di dare la libertà ai prigionieri (= carcerati) e assicura con forza che quella promessa è realizzata immancabilmente da lui stesso (Lc 4,16-21). Quel tipo di affermazioni porteranno Gesù dritto dritto al rifiuto e alla condanna a morte: e sappiamo che questo succederebbe anche oggi. Si tratta di creare una vera e propria società in cui ognuno si prenda carico dell’altro, qui ed ora, nella consapevolezza che quel carcerato sono io e che ancora non mi sono liberato delle logiche che hanno portato in carcere i miei fratelli.

Il sacro delle civiltà storiche di ogni latitudine d’un tratto è stato denudato dalla modernizzazione, così come la cultura di ogni dove. Sul piano sociale, il fenomeno della secolarizzazione è più vistoso, basta osservare il calo di consenso pratico delle istituzioni religiose o del matrimonio. Sul piano spirituale però il sacro è insopprimibile e riaffiora in mille modi più o meno corretti.

Il sacro oggi

Direi che oggi la forma più corretta del sacro e della religione sia quella della vita che vuol dire amare il volto di Dio nel volto dell’altro (prossimo per Gesù), vuol dire crescere non solo fisicamente o economicamente, ma spiritualmente e umanamente in sapienza età e grazia. Si tratta di un passaggio da un progresso puramente materiale ad un progresso umano e neo-religioso perché la preghiera, l’amore, il dono, l’accoglienza, l’aiuto reciproco, l’amicizia, il perdono, la giustizia, la pace, il bene comune, la salvaguardia del creato, non sono semplici cose materiali.

Ben inteso, non esiste una religiosità/fede allo stato chimicamente puro. La religione, anche quella più vera, buona e bella, deve sempre assumere una veste storica ben precisa; noi cristiani diciamo che si incarna e diventa preghiera nella liturgia, pietra nelle chiese, musica, poesia, opera sociale…

In altre parole, mi pare che la difficoltà di oggi non sia lo scontro delle civiltà, oltretutto già in crisi al loro interno, ma piuttosto quella di passare da forme rigide di cultura sociale e religiosa a forme più spirituali, direi più legate all’essenziale del sacro che non alla tradizione storica. Tra culture diverse ci dobbiamo ascoltare per poter suonare insieme una sinfonia globale possibile. Possiamo rinnovare le nostre culture, a cominciare da quella occidentale, ma il comandamento vale per tutti, pena il disagio, la sofferenza o – perfino – la follia degli estremisti di ogni provenienza.

Mi sembra che assistiamo ad un ritorno retrò verso il sacro delle tradizioni millenarie del passato, ma ancor più ad un’affermazione del sacro che è nel profondo del cuore di ogni uomo: la pace è un bene sacro, la giustizia, il bene, la bellezza, la vita. In questo senso vediamo che, spesso, più forme religiose convivono all’interno della stessa fede. Così oggi ci sono dei cristiani che pregano con tecniche religiose orientali e viceversa. Questo non significa che si sta camminando verso un eclettismo delle religioni, sul modello New Age. Significa che il nucleo centrale della religione – quello che noi cristiani chiamiamo “fede” – si arricchisce di nuove forme espressive ogni volta che incontra altre forme religiose, altre culture, altre epoche, altri mondi umani.

Ma se le cose stanno press’a poco così, ci possiamo domandare perché, allora, tanta violenza fra culture diverse e fra religioni diverse? Perché non siamo pronti ad ascoltarci/aiutarci gli uni gli altri? Chi può guidare questo cammino? Possiamo accogliere meglio il progresso di tutte le religioni del mondo verso un cuore di fede, di amore, di preghiera, di relazione, di dono degli uni verso gli altri? Se ci proviamo, come fece Abramo, scopriremo come lui le stelle numerose del cielo, il sogno e la promessa di una terra santa, di una casa, di una discendenza, di un cammino comune, della pace.

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