Dire la fede in Asia

di:
dire fede in india

Michael Amaladoss

«Essendo io un teologo indiano coinvolto nel dialogo interreligioso, la mia fede è condizionata dalla mia esperienza e dallo studio delle altre tradizioni asiatiche». Queste parole si incontrano a pag. 67 del testo di padre Michael Amaladoss Dire la fede i piedi dell’Himalaya. Esse riprendono quanto l’autore dichiarava nell’Introduzione: «Sebbene io rivolga queste pagine ad un pubblico italiano, scrivo come un indiano, che non può prescindere dal proprio contesto culturale e religioso hindu».

Sono importanti queste precisazioni perché si tratta di entrare in un mondo che vuole esprimere e vivere la propria fede in Gesù Cristo con categorie alquanto diverse dalle nostre. Un approccio diverso a Dio, all’uomo e al mondo. Lo ricorda con chiarezza Marco Dal Corso, direttore della Collana “Frontiere” dell’Editore Pazzini, nella Nota Editoriale di apertura: occorre «andare oltre i paradigmi greco-romani», andare oltre «la cultura concettuale e dicotomica greca» per «ascoltare e confrontarsi con la cultura simbolica e narrativa asiatica».

Nella prima parte del testo Amaladoss ragiona sul valore salvifico delle religioni, poggiando su testi del Vaticano II e dell’enciclica Redemptoris missio di papa Giovanni Paolo II e su alcuni pronunciamenti ufficiali delle Chiesa dell’Asia e dell’India in particolare.

Secondo i vescovi dell’Asia, tutte le religioni, compreso il cristianesimo, sono in pellegrinaggio verso il Regno e questo perché – scrive Amaladoss – «al centro della visione e della missione di Gesù vi è il regno di Dio e non unicamente la Chiesa». Su questo presupposto, i vescovi e teologi dell’Asia ritengono che i fedeli di altre religioni possano giungere a Dio «attraverso le loro stesse religioni», nella convinzione che «tutta l’umanità partecipa all’unico piano salvifico di Dio che include tutte le religioni del mondo» e che, per coloro che non hanno conosciuto Cristo, le loro fedi religiose possono essere «canali della grazia salvifica di Dio» e «la via per andare a Dio nella storia» (Mumbai, 1964, in occasione del congresso eucaristico).

È chiaro che, con questi presupposti, Amaladoss avrebbe dovuto fare i conti con il documento Dominus Iesus emanato dalla Congregazione per la dottrina della fede di cui, nel 2000, era prefetto il card. Ratzinger. L’autore ne accenna brevemente alle pagg. 32-33 del testo. Questa l’affermazione contenuta nella Dominus Iesus: «Dio ha voluto che la Chiesa da lui [Gesù] fondata fosse lo strumento per la salvezza di tutta l’umanità». La domanda che sorge spontanea è: e dove la Chiesa non arriva? Amaladoss richiama alcuni testi del magistero episcopale asiatico nei quali «le grandi tradizioni religiose» dei popoli asiatici vengono accolte «quali elementi signiticativi e positivi nell’economia del disegno di salvezza di Dio».

dire la fede in asiaIntendiamoci: Amaladoss accetta tutta la dottrina riguardante Gesù e tutte le verità del credo cristiano cattolico. Da “teologo indiano”, però, egli interpreta queste verità a partire dalla sua cultura. Non deve meravigliare quindi la sua difficoltà a pensare l’essere umano all’occidentale (anima e corpo), così come le due nature del Cristo in un’unica persona. Scrive al riguardo: «Io posso non essere in grado di tradurre i termini di sostanza e natura nelle lingue dell’India». Così come è indigesta per le religioni indiane la visione di Dio come “totalmente Altro”, se è vero che «Dio è in noi e noi siamo in Dio».

Egli contesta la convinzione che «il pensiero razionale-concettuale e dicotomico greco» sia superiore e più adatto ad esprimere il vangelo che non il pensiero «simbolico, analogico e narrativo dell’Asia». Fino a dichiarare: «È un peccato che l’Asia venga letta con gli occhiali europei».

Egli valuta positivamente la tradizione spirituale indiana e dichiara che essa attrae le persone «perché è esperienziale». E annota come, nel pensiero greco-occidentale, che vede nell’essere umano solamente lo spirito e il corpo, non ci sia spazio per quella che lui chiama «energia cosmica», concetto basilare nella cultura indiana. Da qui anche la simpatia per la visione dinamica del “Cristo cosmico” di Teilhard de Chardin.

Altro punto da lui affrontato è il ruolo dei ministeri ordinati nella Chiesa. Tali ruoli andrebbero attenuati, privilegiando relazioni di accompagnamento  e di animazione, anziché «relazioni di potere». Si domanda a tal proposito se, visto anche il calo delle ordinazioni, non sia giunto il momento che le comunità riprendano «il proprio ruolo sacerdotale», riconfigurando i ministeri nella Chiesa, in modo che i riti sacramentali divengano «azioni della Chiesa-comunità e non solo di un prete che rappresenta la Chiesa».

Nella Postfazione il gesuita Juan Masia Clavel, della Facoltà di teologia dell’Università Sophia di Tokio, dopo aver definito Amaladoss «un teologo veramente cristiano, biblico e indiano, contestuale e universale», riassume il pensiero del confratello gesuita condensandolo in sei preziose formulazioni ricavate da uno dei suoi libri dal titolo Walking together (Camminare insieme). Una sintesi molto utile al lettore.

La Prefazione è affidata invece al teologo benedettino Ghislain Lafont. Egli, prima di problematizzare alcune affermazioni di Amaladoss, riconosce l’autorevolezza dei documenti delle Conferenze episcopali asiatiche a più riprese citati dal teologo indiano, perché – scrive – «questi documenti orientano il magistero cristiano ad una particolare attenzione nei confronti delle culture, mantenendo al contempo il legame con la tradizione precedente». E chiede al lettore di leggere con simpatia queste pagine come un omaggio alla presentazione che Amaladoss fa della fede «a partire dall’Asia».

  • Michael Amaladoss, Dire la fede ai piedi dell’Himalaya. A cura di Francesco Strazzari e con interventi di Ghislain Lafont e Juan Masia Clavel, Pazzini Editore, Villa Verucchio (Rimini) 2020, pp. 163, € 15,00, ISBN 978-88-6257-341-2.
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3 Commenti

  1. gsimy 21 giugno 2020
  2. Adelmo Li Cauzi 14 giugno 2020
  3. Francesca Cocchini 14 giugno 2020

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