Ebrei ultra-ortodossi

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Davide Assael introduce alla conoscenza dei gruppi ebrei ultra-ortodossi in Israele e delle loro posizioni rispetto alla questione palestinese. Presidente dell’Associazione Lech Lechà che lavora sul crinale biblico filosofico per la costruzione di una filosofia relazionale, Assael è una voce della trasmissione radiofonica «Uomini e profeti», collabora con la rivista di geopolitica Limes su temi legati ad Israele. Tiene, inoltre, l’unità dedicata alla kahsrut nel Master «Cibo, vino e filosofia» dell’Università Vita e Salute San Raffaele di Milano.

  • Professor Assael, vuole dire qualche parola della sua formazione e di sé?

La mia prima formazione è filosofico-teoretica. Ho studiato a Milano col filosofo Carlo Sini. Ho successivamente svolto un DÉA (Deplôme d’Études Approfondies) a Ginevra. Relatore della mia tesi a Ginevra è stato Bernard Rordorf, pastore luterano e Decano delle facoltà teologiche delle Università di Ginevra e Losanna.

Ho poi collaborato per 16 anni con importanti Fondazioni a Milano e Verona, dove ho svolto sia attività di ricerca che di organizzazione culturale. Poco prima dei 30 anni ho incontrato Haim Baharier, con cui ho iniziato i miei studi di Torah. Da questo incontro è nato anche un mio avvicinamento alla pratica ebraica.

Penso con ciò di aver acquisito un senso più completo dell’ebraismo e, insieme, della questione dell’Israele politico. Come ho sempre detto al direttore di Limes, Lucio Caracciolo, ho capito la politica israeliana con cognizione di causa solo da quando studio la Torah.

Dopo l’esperienza nelle fondazioni ho fondato l’associazione Lech Lechà (da Genesi 12,1) con finalità di formazione, divulgazione e ricerca.

Ultra-ortodossia: un mondo variegato
  • In questa intervista vogliamo trattare dei cosiddetti gruppi ebrei ultraortodossi: vuole darne un primo inquadramento?

L’ultra-ortodossia ebraica, appare in Italia come una realtà compatta, con pensieri piuttosto negativi e forse accompagnati da un certo senso di paura. Voglio qui altrimenti spiegare come si tratti di un insieme assai variegato di gruppi, con posizioni, ideologico-politiche, anche assai diverse tra loro.

Un insieme differenziato nel più vasto insieme di cui si parla è costituito dai cosiddetti Charedim, ossia, letteralmente, i “timorati” (di Dio): ebbene questa – a ben vedere – è una categoria che attraversa trasversalmente tutte le tre religioni monoteiste – compreso evidentemente il cristianesimo – caratterizzata di per sé da venature di umiltà e di mitezza che poco o nulla hanno a che fare con l’immaginario del fondamentalismo religioso da cui siamo facilmente abitati in occidente.

Certamente qui vogliamo parlare soprattutto dei gruppi più radicali, in senso religioso ebraico.

  • Vuole iniziare a distinguere i vari gruppi di questo vasto insieme?

Una prima distinzione fondamentale la traccerei tra sionismo religioso e charedim: sono sottoinsiemi della stessa ultra-ortodossia. Hanno evidentemente radici comuni ma si manifestano in rami diversamente orientati.

Tutti i gruppi sottesi da queste denominazioni studiano intensamente la Torah, si formano nelle loro Yeshivot o scuole rabbiniche, soprattutto tutti si rifanno agli stessi principi – o moniti – religiosi. Gli indirizzi etici e quindi politici sono sicuramente diversi.

  • Vuole illustrare i moniti religiosi a cui tutti fanno riferimento?

Non si trovano in una particolare opera scritta, anche se le radici affondano sempre nei testi della Torah, i cinque libri del pentateuco. Val la pena ricordare che nell’ebraismo esiste la Torah scritta e sussiste la Torah orale: Mosé sul Sinài ha ricevuto due Torah. Perciò il legame tra scrittura e lettura (commento) è inscindibile nell’ebraismo.

La Torah orale è altrimenti detta Mishnah. La tradizione di commento alla Mishnah è definita Ghemarah: insieme – Mishnah e Ghemarah – compongono il Talmud.

I “moniti” indirizzati al buon ebreo che qui interessa mettere in evidenza, sono estratti da una tale complessità e sono tre, così espressi: “non anticipare la fine”, “non salire sul muro”, “non ribellarsi alle nazioni del mondo”.

Questi tre appelli esprimono sostanzialmente un concetto ben chiaro all’ebraismo: l’era messianica non va in alcun modo anticipata con opere umane. Consideriamo che l’era messianica è intesa pure come l’era in cui viene ricostituita l’autorità politica ebraica in Eretz Israel. Non c’è dunque nulla che l’ebreo ortodosso debba e possa fare, appunto, per anticipare la venuta del Messia, se non osservare scrupolosamente la Torah e quindi i 613 precetti o mitzvoth che scandiscono la sua vita quotidiana.

Il Messia giungerà per sola volontà divina. Cercare di anticiparne, in altri modi, la venuta, significa alterare il processo messianico e, in definitiva, produrre l’effetto contrario, ossia allontanare la venuta del Messia.

Faccio un esempio: un gruppo di ebrei ortodossi in Israele si definisce shomrim hachomer, ossia i “guardiani del muro”.

La loro pratica religiosa evidenzia il concetto esposto: il “muro” della diaspora – ovvero il limite – non va oltrepassato: l’ebreo agisce entro i limiti della volontà divina “semplicemente” osservando i precetti – mitzvoth – e non deve andare oltre gli stessi, non deve andare oltre il “muro”, appunto.

In linguaggio corrente – non religioso – si potrebbe dire che l’ebreo è chiamato ad aspettare con pazienza: i fatti accadono – da sé – al momento giusto.

La pratica religiosa e lo stato
  • Questa concezione a quali conseguenze porta rispetto allo stato di Israele?

Se tutti i gruppi che stiamo introducendo – come ho detto – hanno ben chiari i tre “moniti” e ad essi fanno continuo riferimento, diverse sono le posizioni che maturano proprio da questo punto: il punto è il diverso approccio verso il sionismo, movimento ebraico-tedesco nato nella seconda metà dell’’800 che porterà alla fondazione dello Stato di Israele moderno nel 1948.

Voglio presentare innanzi tutto la posizione del sionismo religioso. Per farlo devo parlare della interpretazione “gradualista” dei tre moniti o del concetto generale esposto. È ben chiaro: anche per i sionisti religiosi rimane assolutamente fermo che il Messia giungerà per sola volontà divina.

E tuttavia – poiché nella Torah sono descritte le doglie del Messia – è contemplato che Questi giunga con gradualità, attraverso un processo e con uno sforzo graduale. L’avvento del Messia è concepito come esito finale di un processo. Il sionismo sta all’inizio e nel corso del processo, non è il suo compimento.

L’ideologo del sionismo religioso va individuato nel rabbino capo nella Palestina sotto mandato britannico: rav Avraham Ha-Cohen Kook. Si tratta di un intellettuale di origine russa intriso di cultura tedesca.

Rav Avraham Ha-Cohen Kook ha pensato al sionismo quale movimento di inaugurazione dell’era messianica. Il processo religioso sionista avrebbe dovuto portare alla ricostituzione del sinedrio – il tribunale rabbinico – in Eretz Israel. Naturalmente – questo – poco o nulla per lui aveva a che fare col sionismo laico: dei sionisti laici diceva che, in fondo, quelli “non sapevano quello che stavano facendo”, ossia erano del tutto ignari del processo religioso in atto.

Non si può negare tuttavia la convergenza di sionismo laico e di sionismo religioso. È stato poi soprattutto il figlio di rav Avraham Ha-Cohen Kook – rav Avraham Tzvi Yehuda Ha-Cohen Kook – a tradurre il sionismo religioso in una prassi politica di ricostituzione e sviluppo dello stato d’Israele, ispirando così i partiti politici nazionalisti di destra – ma di matrice religiosa – ora presenti nell’arco parlamentare israeliano.

All’altra estremità dell’insieme ultraortodosso sta il gruppo dei chassidim di Satmar, i quali applicano i tre moniti in maniera – direi – letterale, giungendo quindi ad una posizione naturalmente e radicalmente antisionista. Di per sé non sono presenti in Israele.

Hanno sede fondamentalmente a New York. E tuttavia esercitano una forte influenza culturale in Israele. Sono animati dal pensiero di una netta separazione tra sfera religiosa e sfera laica. Manifestano perciò totale passività rispetto alle vicende politiche israeliane. In realtà, ciò ha un effetto di influenza non di poco conto rispetto, ad esempio, alla questione palestinese, di cui arriveremo a dire.

Negli Stati Uniti
  • Se sionismo religioso e chassidim di Satmar rappresentano le estremità dei gruppi dell’insieme ultraortodosso, quali altri gruppi dobbiamo conoscere?

Non possiamo non parlare ovviamente dei lubavitch o chabad, forse il gruppo internazionalmente più noto, anche per la propaganda di cui sono capaci. Anche i chabad – i “saggi” – hanno sede principale negli Stati Uniti, a Brooklyn. Il loro leader più famoso e rappresentativo è stato rav Meachem Mendel Schneerson, morto nel 1994.

Rav Schneerson non si è mai recato in terra di Israele: questo già ci dice del suo rapporto con lo stato e del rispetto dei tre moniti. E tuttavia molti politici israeliani – presidenti della repubblica e primi ministri – non hanno mancato di rendere visita a Rav Schneerson negli Stati Uniti – compreso lo stesso Netanyahu – a testimonianza della capacità di influenza religiosa e politica dei chabad in Israele.

Se da una parte hanno osservato e osservano con grande rispetto tutti i principi religiosi, dall’altra non hanno mancato e non mancano di esprimere i propri pesanti giudizi sulle vicende politiche israeliane: ovviamente anche sulle questioni territoriali, sul rapporto con i paesi arabi e con la popolazione palestinese. I chassidim di Satmar hanno sempre perciò apertamente criticato l’ingerenza dei chabad – a loro giudizio religiosamente incoerente – nella vita politica dello stato d’Israele.

Per completare – sia pure sommariamente – il quadro, voglio dire qualche parola dei mitnagdim, cioè di “coloro che vanno contro” o che si oppongono al movimento chassidico. Per i mitnagdim che rappresentano la tradizione dei rabbini lituani, l’autorità della Torah sta al di sopra di tutto e quindi non può essere in alcun modo sottomessa alla autorità politica dello stato, di qualsiasi stato, anche dello stato di Israele: il principio è ben salvo. E tuttavia i mitnagdim sono presenti in Israele e influenzano la vita politica israeliana presiedendo due partiti: Deghel HaTorah e Shas.

Il peso politico
  • I gruppi ultraortossi hanno quindi un effettivo peso in parlamento e nelle decisioni politiche?

Il sistema parlamentare israeliano è proporzionale pressoché puro: la soglia di ingresso è fissata al 3,5%. Questo sistema ha consentito – sino ad ora – di tenere insieme una società molto articolata che va, appunto, dai gruppi religiosi radicali ai gruppi – altrettanto radicali – della ultra-laicità. I partiti minoritari hanno perciò grande peso politico, come del resto le vicende politiche attuali in Israele ben dimostrano.

Il primo ministro (forse) uscente – Benjamin Netanyahu – appartiene alla parte politica della destra israeliana, una destra di per sé del tutto laica. E tuttavia sappiamo come, per costruire le sue maggioranze parlamentari, Netanyahu abbia fatto sicuro ricorso ai partiti religiosi, facendo loro molte concessioni.

Parimenti sappiamo come questi gruppi e partiti religiosi – molto pragmaticamente – abbiano ben coltivato i loro interessi, appunto, religiosi.

Mentre questi gruppi – come abbiamo detto – non attribuiscono allo stato d’Israele, di per sé, maggiore autorità e importanza rispetto a qualsiasi altro stato del mondo in cui gli ebrei si possano  trovare, sono molto interessati a conservare i privilegi riconosciuti appunto al loro status di religiosi: ad esempio, l’esenzione dal servizio militare e, con ciò, l’esenzione dal lavoro di mantenimento nella loro vita per potersi dedicare interamente allo studio della Torah ed alla osservanza integrale dei precetti, comunque economicamente assicurati dai sussidi ricevuti dallo stato.

Tali privilegi sono stati decisamente confermati e consolidati dagli ultimi anni di governo di Benjamin Netanyahu.

La questione palestinese
  • Come, dunque, i gruppi ultraortodossi giungono a porsi rispetto alla questione arabo-palestinese?

Vorrei mettere qui in evidenza come i vari gruppi giungano a conclusioni diverse e, per certi versi, inaspettate o forse paradossali, almeno a prima vista.

Sono proprio i gruppi religiosi e ultrareligiosi apparentemente meno oltranzisti, dunque più comprensibili per la mentalità europea moderna – mi riferisco in particolare al sionismo religioso – a giungere alla negazione di qualsiasi possibilità di compromesso politico con gli arabi.

Quando pensano ad Israele pensano alla «Grande Israele» che va dal Mediterraneo al Giordano. Partendo da qui non si possono fare concessioni territoriali agli arabi ed ai palestinesi e la convivenza con gli islamici non è contemplata.

Mentre sono proprio i gruppi ultrareligiosi più lontani dalla mentalità europea moderna – mi riferisco in particolare ai chassidim di Satmar – a sostenere posizioni filoarabe e filopalestinesi.

Si può sicuramente dire che questi gruppi sostengono la causa palestinese: prova ne sia, ad esempio, la veglia di preghiera organizzata, a suo tempo, a Parigi dai chassidim di Satmar per il leader palestinese Arafat agonizzante o le loro recenti manifestazioni contro le occupazioni territoriali israeliane. Per i chassidim di Satmar i sionisti religiosi (e non) sono semplicemente degli usurpatori.

Ecco, avviene qualcosa di solo apparentemente paradossale: ci sono gruppi ultraortodossi – religiosi ebrei radicali – molto vicini, in merito alla questione palestinese, alla sinistra più laica; mentre altri gruppi religiosi ultraortodossi – più noti e apparentemente più aperti al dialogo col mondo laico – sono assolutamente fermi sulle posizioni della destra politica laica israeliana, intollerante nei confronti della presenza palestinese in Israele.

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