G20 Interfaith Forum

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Il G20 è il Forum internazionale che annualmente riunisce le principali economie del mondo. I paesi che ne fanno parte rappresentano più dell’80% del PIL mondiale, il 75% del commercio globale e il 60% della popolazione del pianeta. Si tratta, dunque, di un evento cruciale in cui vengono discusse questioni globali prioritarie.

Il processo, che culmina nel vertice dei capi di Stato, è segnato dagli incontri di otto gruppi di lavoro che mirano a sviluppare analisi, proposte e raccomandazioni da portare all’attenzione dell’opinione pubblica.

Dal 2014 si è aggiunto un nuovo luogo di confronto, il G20 Interfaith Forum (IF20), un meeting delle fedi che coinvolge organizzazioni, leader religiosi e autorità politiche, studiosi, enti umanitari e di sviluppo, attori economici e della società civile, su temi e programmi di azione globale a partire dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile (sottoscritti dai paesi membri dell’ONU nel 2015).

Quest’anno, sotto la presidenza italiana, preparato dalla Fondazione delle scienze religiose (Fscire), si è svolto a Bologna dall’11 al 14 settembre. Il tema centrale è stato “Tempo di guarigione” (A time to Heal), che riecheggia un passaggio del testo biblico del Qohelet ed è evocativo del tempo di pandemia da Covid-19, ma anche di un tempo dominato da morte e da uccisioni.

Le “pandemie” oggi nel mondo

Il messaggio di papa Francesco ai partecipanti ha ricordato la bellezza dello stare insieme proprio per coltivare fermenti di unità e di riconciliazione laddove guerra e odi hanno seminato morte e menzogne: «In questo, il ruolo delle religioni è davvero essenziale. Vorrei ribadire che, se vogliamo custodire la fraternità sulla Terra, “non possiamo perdere di vista il Cielo”. Dobbiamo però aiutarci a liberare l’orizzonte del sacro dalle nubi oscure della violenza e del fondamentalismo, rafforzandoci nella convinzione che “l’Oltre di Dio ci rimanda all’altro del fratello”. Sì, la vera religiosità consiste nell’adorare Dio e nell’amare il prossimo. E noi credenti non possiamo esimerci da queste scelte religiose essenziali: più che a dimostrare qualcosa, siamo chiamati a mostrare la presenza paterna del Dio del cielo attraverso la nostra concordia in Terra.

Oggi, tuttavia, ciò pare purtroppo un sogno lontano. In ambito religioso sembra piuttosto in corso un deleterio “cambiamento climatico”: alle dannose alterazioni che colpiscono la salute della Terra, nostra casa comune, ve ne sono altre che “minacciano il Cielo”. È come se “la temperatura” della religiosità stia crescendo. Basti pensare al divampare della violenza che strumentalizza il sacro: negli ultimi 40 anni si sono registrati quasi 3.000 attentati e circa 5.000 uccisioni in vari luoghi di culto, in quegli spazi, cioè, che dovrebbero essere tutelati come oasi di sacralità e di fraternità.

Troppo facilmente, poi, chi bestemmia il nome santo di Dio perseguitando i fratelli trova finanziamenti. Ancora, si diffonde in modo spesso incontrollato la predicazione incendiaria di chi, in nome di un falso dio, incita all’odio. Che cosa possiamo fare di fronte a tutto questo?».

Il Forum ha cercato di rispondere a questa drammatica domanda, a partire da una cerimonia ideata proprio per ricordare uomini, donne, bambini e bambine che hanno perso la vita mentre si trovavano in un luogo di culto: a partire dal bambino ucciso nei pressi della sinagoga di Roma nel 1982, passando poi per vittime copte, sunnite, buddiste, cattoliche, evangeliche, in ogni angolo del pianeta.

Una lunga scia di dolore, che ha trovato il denominatore comune nel passo biblico di Caino e Abele e nella Sura Al Mai’da del Corano, nel commento e nelle riflessioni della pastora battista Lidia Maggi e del card. Matteo Zuppi, nelle preghiere dei rappresentanti delle altre confessioni. Così, nel ricordo dei “morti di tutti”, le fedi diventano “canali di fratellanza” e non barriere di separazione. Il “martirologio comune” dice che, davanti alla violenza, credenti e non credenti siamo fratelli tutti: di Caino, di Abele.

Il dialogo e l’educazione religiosa

Nella giornata iniziale dell’IF20 il card. Zuppi, chiamato a dialogare con i rappresentanti di diverse fedi su “La cosa più urgente dopo il Covid”, ha detto che «la pandemia ha illuminato le tante “pandemie” già presenti nel mondo, come la guerra e le disuguaglianze tra gli individui e i popoli, e le ha anche accentuate. Per questo lo sforzo in questi giorni, per noi “uomini di religione” è stato dialogare per proporre agli uomini di governo la medicina per tutte le pandemie: la fratellanza.

Queste “pandemie” richiedono insomma un salto di qualità. Nelle varie sessioni, in modi diversi, si è convenuto che il dialogo deve oggi rappresentare qualcosa di più degli scambi fraterni tra i leader religiosi o l’impegno a delegittimare la violenza perpetrata “in nome di Dio”.

È necessario che il dialogo sia fondato sulla mutua conoscenza e comprensione tra le parti coinvolte, che costituisca un processo in cui nessuno è esente dal dovere di chiedere perdono.

In molti gruppi di lavoro è emerso che occorre un vero dialogo coniugato con un forte impegno educativo, auspicato anche da papa Francesco nel suo messaggio: «per contrastare l’analfabetismo religioso che attraversa tutte le culture: è un’ignoranza diffusa, che riduce l’esperienza credente a dimensioni rudimentali dell’umano e seduce anime vulnerabili ad aderire a slogan fondamentalisti. Ma contrastare non basta: occorre soprattutto educare, promuovendo uno sviluppo equo, solidale e integrale che accresca le opportunità di scolarizzazione e di istruzione, perché laddove regnano incontrastate povertà e ignoranza attecchisce più facilmente la violenza fondamentalista».

Con questa consapevolezza i partecipanti hanno discusso in numerose sessioni dando spazio e continuità ai temi caldi dell’agenda mondiale, visti dalla prospettiva delle diverse fedi: come affrontare le conseguenze del Covid-19, le disuguaglianze e le povertà, le forme di razzismo, la corruzione, la promozione dell’istruzione, le nuove schiavitù e la tratta di esseri umani; come impegnarsi di fronte al cambiamento climatico e ai rischi riguardanti le biodiversità, ragionando sull’utilizzazione dell’intelligenza artificiale, sull’accoglienza dei rifugiati e dei migranti forzati, sul superamento delle disuguaglianze di genere.

Anche Bartolomeo I, patriarca ecumenico di Costantinopoli, è intervenuto all’IF20 di Bologna per lanciare un appello ai leader mondiali che si riuniranno a Glasgow in novembre per la 26ª Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite (COP26). In questa occasione ha proposto un “moderno ascetismo” come cura per guarire il mondo e l’umanità ammalati di egoismo, brama di possesso, consumo sfrenato dell’altro. In questo modo l’impegno comune di farci custodi gli uni degli altri potrà essere una medicina per l’umanità e la sua casa.

Politica e ruolo delle religioni

Come già detto, le sessioni sono state affrontate anche alla presenza di figure autorevoli delle relazioni internazionali e politiche. In particolare, nei gruppi di lavoro dedicati al ruolo delle religioni nei luoghi critici dell’agenda politica mondiale (vedi le sessioni focalizzate sul mare Mediterraneo, sulla Regione araba, sull’Eurasia, sui rapporti tra Africa ed Europa, sull’America Latina e il Venezuela), è emerso che i valori autenticamente religiosi sono un prezioso alleato di una politica internazionale volta a tutelare la vita di tutti, a partire dagli ultimi. Una politica internazionale, cioè, di guarigione.

Questa visione è presente nel messaggio inviato ai partecipanti dal Presidente Mattarella: «L’idea di riunire, in coincidenza con il G20, studiosi, rappresentanti delle diverse fedi ed esponenti della società civile in uno specifico momento dedicato alla dimensione spirituale, costituisce una scelta lungimirante, particolarmente in una congiuntura in cui si ripresentano tentazioni di utilizzare le espressioni religiose come elemento di scontro anziché di dialogo.

La consapevolezza di come il fattore religioso sia elemento importante nella costruzione di una società internazionale più giusta, rispettosa della dignità di ogni donna e di ogni uomo, si va sempre più radicando. Cresce, di conseguenza, anche il riconoscimento del costruttivo apporto che le diverse confessioni possono offrire alla causa della pace e alla cooperazione al raggiungimento di obiettivi che interpellano l’umanità intera, in un mosaico fecondo che attinge ai valori universali che testimoniano.

Dallo sviluppo, alla tutela dei diritti fondamentali, alla promozione di un’autentica parità tra donne e uomini, alla prevenzione e alla soluzione dei conflitti, alla cura dell’ambiente e alla protezione della salute, all’accesso all’istruzione, numerosi sono gli ambiti in cui trova espressione il loro contributo al consorzio umano».

Dopo essersi soffermato sulla crisi afghana, sulla necessità di raggiungere i paesi più poveri con la vaccinazione nella lotta al Covid, di sostenerli nella sfida ambientale, anche il presidente del Consiglio Mario Draghi, nella cerimonia di chiusura, ha rimarcato come il dovere della politica sia l’azione, preceduta, guidata dallo studio e dalla riflessione: «In questo, voi autorità religiose avete un ruolo fondamentale.

Risvegliate le sensibilità assopite dall’indifferenza o dai calcoli di convenienza. Richiamate la politica all’azione coerente con il vostro messaggio. Nei momenti più tragici della storia recente avete costruito ponti laddove il terrorismo e la guerra avevano eretto barriere. Avete esortato al rispetto delle differenze e al ripudio delle discriminazioni. E avete difeso con coraggio i diritti delle comunità che sono vittime di persecuzione».

L’IF20 si è concluso proponendo una breve dichiarazione di impegni comuni: «noi non ci uccideremo, noi ci salveremo, noi ci perdoneremo». Un’assunzione di responsabilità nella quale leader politici, autorità di fede e produttori di conoscenza possono fare ciascuno la sua parte.

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