Il «diluvio» o il tempo della crisi

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diluvio

Nella Giornata dedicata al dialogo ebraico-cristiano (17 gennaio 2023) proponiamo una nostra intervista a Davide Assael, filosofo, presidente della associazione Lèch Lechà, curatore per la trasmissione Uomini e Profeti di RAI Radio 3 di cinque puntate, tra ottobre e novembre 2022, dal titolo: «Mabùl: il diluvio o il tempo della crisi. Una rilettura del racconto di Noè».

  • Davide, dove s’incontra nella Bibbia ebraica il termine solitamente tradotto in italiano con «diluvio», l’ebraico «mabùl», da cui il titolo del tuo lavoro radiofonico?

Mabùl è un termine che nella Torah si trova solo nel racconto cosiddetto del diluvio che, com’è noto, si trova nella prima parte del libro della Genesi. Compare per la prima volta nel capitolo 6 e ricorre sino al capitolo 9, ossia sino alla stipula del nuovo patto tra il creatore e la creatura, tra Dio e l’umanità; ma dopo il mabùl, appunto.

  • Cosa significa mabùl nella lingua ebraica biblica? È corretto tradurre con «diluvio»?

Sappiamo quanto sia complesso rendere nelle lingue moderne il significato semantico dell’ebraico biblico. Questo caso è assai rappresentativo. Ritengo che tradurre il termine mabùl con diluvio sia del tutto insufficiente. Basta leggere il racconto nella sua interezza per rendersi conto che il fenomeno «meteorologico» descritto dal testo biblico è ben più ampio e diverso rispetto a un diluvio di acqua piovana. Nel mabùl c’è un’abbondante caduta di acque dall’alto, ma c’è anche la contemporanea fuoriuscita delle acque dal basso. Il fenomeno sotteso dal termine è dunque la contestuale discesa delle acque superiori e la risalita delle acque inferiori, sino al loro contatto e miscelazione, senza più alcun ordine e distinzione: sino alla confusione. Il termine originario – mabùl – esprime infatti confusione.

Questo primo significato è confermato da una puntuale analisi etimologica. Anche chi non conosca la lingua ebraica può facilmente cogliere l’assonanza – quasi onomatopeica – tra la radice del termine mabùl e la forma riflessiva lehitbalbèl che significa, appunto, confondersi; e pure tra mabùl e lebalbèl, termine ebraico biblico che significa mischiare le sostanze sino alla perdita di ogni distinzione delle parti miscelate. Il mabùl biblico significa quindi uno stato di confusione: quello in cui «era» precipitato il mondo.

  • La confusione non contraddice l’ordine della creazione descritta da Genesi?

Faccio notare che la Parashàh di Nòach – la pericope di cui stiamo parlando – segue e, in qualche modo, si contrappone alla Parashàh di Bereshìt, la parte iniziale del libro della Genesi. Nella prima pericope è presentata la creazione ordinata nei 7 giorni; nella seconda, il mabùl. Dunque, mentre la creazione procede per discernimento – separazione ordinata – delle parti, il mabùl di nuovo le confonde, mescolando le parti.

  • Prima di entrare nel merito del passo, qual è il tuo tipo di approccio al testo biblico?

Ho una formazione filosofica e quindi una forma mentis filosofica, per cui il mio approccio va innanzitutto alla ricerca dei significati generali. Benché non abbia una precisa formazione rabbinica, ho incontrato nel mio percorso maestri di ebraismo, in particolare Chàim Baharièr, che raduna intorno a sé un’intellettualità ebraica, laica, europea, diversa da quella ebraica, religiosa, ortodossa.

Con un simile approccio cerco di definire concetti di attendibilità generale attraversando i racconti e le immagini del testo biblico. In questo caso, mi interessava rappresentare il concetto di crisi – che segna la contemporaneità – attraverso le pagine della Parashàh di Nòach e quindi l’immagine del mabùl. All’operazione puramente filosofica ho affiancato il confronto costante con la tradizione midràshica, ossia con la sterminata produzione letteraria di commento che sta dopo, ma in qualche modo sta pure dietro o dentro lo stesso testo biblico.

Nel mio lavoro concettuale cerco di andare oltre, inseguendo le trasformazioni che le immagini bibliche hanno subìto e subiscono nel passaggio dalla tradizione ebraica a quella cristiana e islamica. È quanto ho cercato di fare nelle trasmissioni radiofoniche dedicate al mabùl mettendomi in dialogo con studiosi dei 3 monoteismi.

  • Quali sono le cause del mabùl?

La mia lettura del racconto inizia dalla parte finale della Parashàh di Berishit (capitolo 6, vv. 1-8 di Genesi) per concludersi al capitolo 9 della Parashàh di Nòach. È importante leggere i primi 8 versetti del capitolo 6 perché è in quei versetti che la divinità matura il mabùl. In quei versetti, tuttavia, il mabùl non viene ancora annunciato. I commenti midràshici insistono molto su questa sfumatura: prima c’è una riflessione tutta interna alla divinità che – parlando tra sé e sé e quasi tentennando nei suoi propositi, se così si può dire – giunge alla decisione. Cosa porta al mabùl? La condizione di caduta dell’umanità.

Il testo parla infatti del comportamento dei bené ha’Elohim, espressione solitamente resa in italiano con figli di Dio. È scritto che i bené ha’Elohim prendono per sé le donne più belle. Faccio notare che ‘Elohim è (solo) uno dei 13 nomi con cui il testo biblico indica la trascendenza, quello da cui maggiormente traspare il profilo del rigore morale della divinità. Il Midràsh prima, e in seguito Rashì di Tròyes – il grande maestro vissuto tra l’XI e il XII secolo –, aiutano a cogliere meglio il senso del nostro testo. Rashi traduce «bené ha’Elohim» con «i figli degli uomini importanti, i giudici e i principi». Il riferimento di queste parole è quindi politico o di potere. Ciò che hanno commesso questi uomini è un abuso di potere. E si tratta proprio degli uomini più importanti – principi e giudici –, proprio quelli che sarebbero deputati a custodire il rigore morale della legge. Il testo parla dunque di una caduta dell’umanità, caratterizzata da atti gravi di prevaricazione, compiuti come sempre dai potenti a danno dei più deboli.

Questa lettura è confermata, sempre nei primi versetti del capitolo 6, dall’oscuro passaggio in cui sono citati i giganti che erano sulla terra. Che rimane un passo di non facile interpretazione. Nel corso della storia, questo passo ha prodotto nefaste letture esoteriche, sino a quella del nazismo, che vi hanno colto l’appiglio per sostenere l’esistenza di uomini superiori – i giganti – e di uomini inferiori: lettura, ovviamente, del tutto capovolta.

La traduzione italiana giganti risulta ancora una volta fuorviante. Il termine ebraico è nefilìym, da nafàl che significa cadere. Come aveva ben capito Rashì di Tròyes, il termine andrebbe reso con l’espressione «coloro che cadono». Tutto, quindi, converge: è in atto una caduta morale e il mondo sta precipitando nella confusione.

Un’altra riflessione sulle cause del mabul è venuta inoltrandomi nella Parashàh di Nòach: al versetto 11 del capitolo 6 di Genesi si legge che la terra era piena di violenza. Ma di che tipo di violenza si tratta? Anche qui dobbiamo cogliere bene il senso più proprio del termine tradotto con violenza: chamàs. Ci sono altri termini biblici per esprimere violenza. Chamàs dice una violenza sottile, appena sotto – come sostiene il midràsh – la soglia della punibilità. Non si tratta dunque di una violenza traumatica, che in qualche modo potrebbe produrre una scossa e un risveglio delle coscienze; bensì di una violenza impercettibilmente crescente, sempre più pervasiva, sino al punto da determinare un crollo improvviso del sistema.

Il concetto di crisi che così si profila nella mia lettura del passo è ampio: comprende la crisi delle relazioni umane, della società, della politica, dell’ambiente.

  • Quale profilo di Dio affiora da questa lettura?

La concezione occidentale della divinità è costruita su base filosofico-teologica. Ciò non appartiene evidentemente al testo biblico. Il nostro passo è rappresentativo. La ricostruzione filosofico-teologica del profilo di Dio tende ovviamente alla coerenza interna e quindi cerca di togliere ogni contraddizione. Il testo biblico non ha questa preoccupazione. Perciò enfatizza il profilo etico. Si può dire che, lungo il racconto, Dio stesso fa un’esperienza per la quale cambia idea. Ciò che non cambia – ciò che non può cambiare – è il paradigma dell’autorità divina.

L’autorità – lo costatiamo nelle nostre esperienze umane, familiari, lavorative, politiche – può pure cambiare idea. In questo modo, può uscire dalle situazioni di difficoltà persino rafforzata. Così accade nel testo biblico. Anche l’autorità divina esce rafforzata dalla sua stessa crisi. Sussiste però sempre uno scarto tra il creatore e la creatura, perché Dio è davvero il solo che crea dal nulla e la sua autorità non è preceduta da nient’altro. L’autorità divina è quella che sottrae autorità all’uomo che si adorna di un’autorità che non possiede: da ciò le conseguenze etiche che sono di enorme portata nel testo biblico.

Nel profilo del Dio della Toràh, la sua autorità trascendente non è in contrasto col suo intimo tormento, se così si può dire. A un certo punto, nella Parashàh di Nòach è scritto che la divinità decide di scatenare il mabùl: la forma verbale ebraica negativa è lo’ yadòn – dalla radice diyn (uno dei nomi biblici della giustizia) – che letteralmente si leggerebbe non giudicherà, ma che si può tradurre, per meglio comprendere, con «non indugerà più nella giusta decisione», ossia, andando un poco oltre, «non tentennerà più tra la sua giustizia e la sua misericordia (chèsèd)».

  • Quale profilo umano si può tracciare di Noè?

Il testo ebraico definisce Nòach ‘ish tsaddìq tamìym hayàh bedorotàv: «Noè era uomo giusto e integro tra le sue generazioni o tra i suoi contemporanei». Questa traduzione letterale ci fa notare che Nòach era un uomo giusto, ma un giusto relativo, se così dire si può dire.

Nella Toràh il giusto per eccellenza è Yosèf figlio di Ya’aqòv. Ma pure in questo caso si tratta di un giusto relativo. Nella Bibbia ebraica non esistono figure irreprensibili, giuste in assoluto. Yosèf è giusto perché partecipa alla grande impresa di portare la giustizia del Dio biblico in Egitto. Dunque, Nòach è definito giusto, ma relativamente ai suoi contemporanei. I commentatori midràshici lo vedono giusto nei suoi figli (bedorotàv), ossia giusto perché al principio di una discendenza di giusti. Io, più filosoficamente, lo intendo «giusto in divenire» o «giusto in potenza».

Mi pare importante sottolineare che Noè è un po’ come tutti noi, uomini e donne: incarnazione di una giustizia sempre parziale, sempre in divenire, sempre in potenza.

  • Perché Dio salva solo Noè e la sua famiglia?

Secondo il Midràsh, Dio aveva già distrutto il mondo 12 volte prima di Nòach. Dunque, questo mondo è ancora il mondo di Nòach, il tredicesimo dalla creazione. Dio avrebbe potuto distruggere il mondo ancora una volta, in vista del quattordicesimo mondo. Non l’ha fatto perché non sarebbe stato giusto proprio con Nòach. Benché Nòach non sia giusto in assoluto, il suo senso di giustizia non merita la distruzione. Dio usa sempre giustizia e misericordia, insieme. Ciò mi permette di dire – come conseguenza – che il mabùl non va letto come una punizione fine a sé stessa operata da una divinità iraconda. Si tratta invece di un atto di giustizia e, insieme, di misericordia.

  • Cosa significa l’arca?

Il termine ebraico biblico è tevàh, lo stesso termine usato per la cesta in cui è stato deposto il piccolo Moshé dalla sua mamma che lo mette in balìa delle minacciose acque del Nilo pur di salvarlo dalla strage dei bambini ebrei primogeniti, voluta da faraone. Sia l’arca di Nòach sia la cesta di Moshé rappresentano l’elemento del riparo da una morte da distruzione altrimenti certa. Faccio notare come, nei due casi, si ha a che fare con acque minacciose e caotiche. La differenza tra l’una e l’altra tevàh è che la cesta di Moshé è ricoperta di bitume impermeabilizzante solo sul fondo esterno, mentre l’arca di Nòach è ricoperta di bitume all’esterno e all’interno. La tradizione midràshica spiega tale differenza con la maggiore distruttività delle acque del mabùl. Neppure quelle acque così caotiche penetrano tuttavia nella tevàh di Nòach, perché – al di là del bitume – questa è luogo di conservazione dell’ordine, della distinzione, del discernimento, dell’etica biblica: solo questo è «luogo» di salvezza dallo stato di confusione e di violenza in cui versano l’umanità e il mondo.

Si può notare la struttura ordinata su tre livelli con cui è descritta la tevàh, l’arca: superiore, inferiore e di mezzo. Proprio come Dio aveva diviso, con la sua creazione, le acque superiori dalle inferiori, facendo affiorare le terre asciutte in mezzo.

La tevàh di Nòach non ha un timone di guida, eppure la sua struttura consente l’orientamento, primariamente significato – anche qui pensando al racconto della creazione – alla distinzione tra il giorno e la notte, tra la luce e l’oscurità. Al di sopra della tevàh – secondo le indicazioni della divinità – Nòach costruisce infatti uno tsòhar, una finestra, o meglio, un lucernario, ovvero uno spiovente – come traduce Erri de Luca – che smista le acque e consente di vedere dall’interno, ogni giorno, la luce del giorno, perché i salvati non precipitino in un’oscurità senza speranza.

L’elemento arca è dunque fondato sul discernimento tipico della creazione divina nella Parashah di Berishit. Perciò si rivela in quanto struttura della salvezza.

  • Perché vengono distrutte ma insieme anche salvate alcune specie animali e vegetali?

L’unico modo di salvare questo mondo, senza distruggerlo totalmente, è re-iniziare il progetto creativo. Ma non più dal principio. Il mabùl distrugge infatti solo una parte della creazione, non tutta la creazione: la parte delle terre emerse. Perciò gli animali e i vegetali sono necessariamente coinvolti. Questo per quanto riguarda la distruzione.

Per quanto concerne la salvezza delle specie, azzardo una mia interpretazione: c’è una sola lettera di differenza di traslitterazione tra la parola tevàh (arca) e la parola èvaʻ (natura): l’arca è una piccola natura, una matrice della natura, un microcosmo. Salvando coppie di ciascuna specie, Dio mostra di rimanere fedele alla sua intenzione creativa. Non si ricrede totalmente. Confida nella ripartenza: sulla terra può riprendere campo la vita buona, una vita eticamente fondata.

  • Perché sull’arca vengono fatte salire coppie di animali puri e di animali impuri?

Le coppie di animali puri salgono sull’arca in numero maggiore rispetto alle coppie di animali impuri. È Nòach a decidere di portare anche gli animali impuri: è questo il segno della sua giustizia. Gli animali impuri serviranno infatti per i sacrifici, una volta superato il mabùl, così ripristinando il patto tra creatore e creatura. Nòach li porta con sé, con ciò riconoscendo l’autorità trascendente di Dio.

  • Perché hai scelto di parlare del mabùl proprio di questi tempi?

L’immagine biblica del mabùl, secondo me, rappresenta bene il concetto di crisi del sistema – umanità e mondo –, riempito di tutte le categorie possibili: da quella politica a quella economica a quella ambientale. Il nostro tempo è un tempo di crisi. Dal 2001 – per usare una data simbolo – ad oggi si è succeduta una crisi dietro l’altra. Ora, sullo sfondo di tutto, c’è una crisi ambientale che avanza in maniera ormai evidente e inarrestabile. A ciò possiamo aggiungere le crisi terroristiche, economiche, sanitarie, demografiche ecc. Lo stato di confusione, di disordine e di disorientamento si accresce e noi ne siamo testimoni viventi. Come dicevo, la mia interpretazione è filosofica. Difficilmente un rabbino allargherebbe tanto il campo dei significati del testo.

  • Il mondo si salverà con la giustizia o con la misericordia?

Su questo punto le parole delle tradizioni monoteiste, come noto, si differenziano: l’ago dell’ebraismo penderebbe verso la giustizia mentre quello del cristianesimo verso la misericordia. Ma si tratta – a mio modo di vedere – di semplificazioni. Va anzitutto tolto di mezzo il pregiudizio che la Toràh sia governata da una logica legalista, insensibile alla misericordia, come del resto la nostra lettura del racconto del mabùl dimostra. È impossibile scindere le due polarità con cui la divinità biblica si manifesta al mondo.

La giustizia senza misericordia, infatti, è niente: non è più giustizia, bensì vendetta. La giustizia biblica è sempre anche un atto di misericordia, volta alla difesa dei più deboli. L’atto di giustizia contiene in sé i principi della misericordia. D’altro canto, pure la misericordia senza giustizia è niente. Secondo la Torah si può perdonare tutto, ma non si può lasciar perdere il rigoroso discernimento tra chi aggredisce e chi è aggredito, ad esempio.

La pratica della giustizia riparativa, che si sta sperimentando anche nelle carceri italiane, affonda le sue radici in questi presupposti. Il testo biblico si presta bene allo scopo. Si può dire che anche i testi del mabùl narrano una riparazione: c’è stato uno strappo, ma è ancora possibile una riparazione che faccia tornare a una situazione precedente, anche se non a quella originaria. La condizione necessaria, però, è l’attraversamento consapevole della linea di attribuzione delle responsabilità. Nel racconto del mabùl si può individuare questa linea nella soglia dell’arca. È su quella soglia che avviene il discernimento: alcuni la attraversano ed entrano nella tevàh, altri no.

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