Quando la foglia va in cattedra

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Esplode in questo modo quello che, nella mia totale ignoranza botanica, fino alla sera prima non era che un anonimo cespuglio verdastro sgarrupato. La sorpresa dunque è mozzafiato, anche per l’intensità narcotica del profumo.

Vivo in una terra aspra, di sassi, lacrime e sangue. In tutta questa fatica, della terra e di chi ci vive, possono però accadere cose come questa, che non vanno ignorate, perché è come se quel cespuglio fosse salito in cattedra per la sua “lectio magistralis”.

“ecologismo islamico”

L’emergenza ambientale ci afferra, ci angoscia, ci lascia senza fiato (letteralmente), ma ha anche il potere di unirci, al di là delle religioni e delle culture. Compagni di banco alla scuola della natura, le diamo voce, ciascuno secondo ciò che sa e capisce di lei.

Il cosiddetto “ecologismo islamico”, ad esempio, ha cose interessanti da comunicare, a partire dall’accento posto sulla specie umana come realtà “interna” alla natura, come parte di un tutto, il cui mirabile equilibrio va preservato.

La tecnoscienza, con le sue ricadute industriali/mercantili, ha proiettato la nostra specie sempre più all’esterno del mondo naturale, sempre più in posizione di Altro da esso, un estraneo sfruttatore e tiranno.

Molto interessante allora la fatwa emessa nel 2014 dal Consiglio degli ulema dell’Indonesia, per la protezione degli animali della foresta. Un pronunciamento sciaraitico unico nel suo genere, che inizia così:

«Oggi ci sono molte specie in pericolo, come tigri, rinoceronti, elefanti, orango e altri tipi di mammiferi, uccelli e rettili, prossimi a estinguersi a causa dei comportamenti umani. L’uomo è creato da Dio come vicereggente sulla terra, che esegue il mandato ed è responsabile per la prosperità di tutte le creature. Tutti gli organismi viventi, incluse le specie in pericolo, sono creati da Dio al fine di mantenere un ecosistema bilanciato e sottoposto agli interessi di un benessere umano sostenibile. Di conseguenza, la specie umana deve proteggere e preservare l’equilibrio dell’ecosistema, così che non patisca danno».

I saggi indonesiani procedono, ovviamente, dalla loro fede in un Dio creatore, ma il messaggio di fondo mi sembra valido anche per spiriti laici.

Che la “foglia docente” abbia il potere di unirci lo mostra anche Najma Mohamed, musulmana del Sud Africa e oggi dirigente della Green Economy Coalition (raggruppamento di oltre 50 organizzazioni ecologiste). Nella sua recente tesi dottorale (Revitalising an Eco-Justice Ethic of Islam by way of Environmental Education) ha coniato la formula “eco-teologia della liberazione”, per raccontare come l’esperienza sudafricana dell’ambientalismo sia risultata preziosa anche come ponte tra le religioni: il “Southern African Faith Communities’ Environment Institute” è uno dei frutti di questo orientamento.

Nella stessa direzione va “EcoPeace Middle East” (fondata nel 2014 come sviluppo di un processo avviato nel 1994 in Egitto) con uffici in Israele, Palestina e Giordania: in un’area del mondo così divisa e divisiva, operatori ebrei e arabi mostrano, tra altre cose, il potenziale dell’ecologismo per la costruzione di politiche di pace.

Persino la ferita apparentemente insanabile tra sunniti e sciiti può trovare su questo versante occasioni di rimarginazione, come ben illustrato da un ricercatore pakistano, Saleem Ali, a proposito dell’Irak (Peace Parks: Conservation and Conflict Resolution).

La natura ha la capacità di unirci anche perché apre a una dimensione della vita aperta davvero a tutti, la “contemplazione”: si può stare in silenzio di fronte a un panorama di montagne o di mari, qualsiasi cosa si creda o non si creda. Il motivo è che la “foglia in cattedra” non è solo maestra di nozioni, ma anche di emozioni, non solo professoressa ma anche poetessa. È per questo che ha potuto ispirare il testo poetico più antico (sembra) della letteratura italiana, il Cantico delle creature:

«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba».

In questa fioritura descritta dal poverello d’Assisi, Francesco figlio di Bernardone, metto anche quell’anonimo cespuglio palestinese che in una mattina di maggio, in mezzo a tanta fatica, ha fatto il botto di vita.

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