Quando Dio perde i suoi nomi

di: Marcello Neri

Quasi ogni tradizione religiosa coltiva con devozione e rispetto i nomi (o le attribuzioni) del proprio Dio, ben sapendo che qui il linguaggio si muove nell’intimo stesso del mistero divino. L’abuso del nome è custodito da precetti e regole che ne custodiscono non solo la santità, ma anche le forme del suo utilizzo nella parola (talvolta anche se questa rimane semplicemente silenziosa nel pensiero).

Se ci pensiamo bene, questa devozione del linguaggio potrebbe rappresentare uno dei contributi di maggiore rilievo che le religioni potrebbero offrire all’imbarbarimento e impoverimento che esso conosce nelle nostre società occidentali.

Il nome rapito

E forse questo potrebbe essere un angolo interessante sotto cui leggere l’appropriazione da parte del fondamentalismo islamico di uno dei novantanove nomi di Allah, riducendolo a segnatura violenta e omicida della sua incisione nella nostra contemporaneità.

Espressione linguistica del tutto omologa al decadimento del linguaggio di quella cultura (occidentale) da cui ci si vuole distinguere a ogni costo. Del tutto irreligiosa, quindi. Puramente tecnica e funzionale, nella quale non si trova alcuna traccia di quella devozione del linguaggio che l’Islam, insieme ad altre tradizioni religiose, custodisce da secoli.

Non solo, così facendo si rende quasi impraticabile questa originaria nominazione di Dio all’interno della religione che si vorrebbe riscattare e rivendicare davanti alla violenza che l’Occidente continua a esercitare in forme subdole e spesso quasi impercettibili.

Riscattare il linguaggio

Il credente musulmano, che non può rinunciare a quel nome fra i molti che gli sono stati consegnati dal testo sacro e dalla tradizione, si trova improvvisamente in una condizione di scacco.

Quasi impotente davanti all’evidenza pubblica che ha piratato violentemente quel nome, fino al punto di renderlo impraticabile anche nella più sincera e pacifica disposizione dell’animo religioso.

Come riscattare il proprio linguaggio religioso da questa sua finalizzazione a una violenza senza giustificazione? Qualcosa che anche altre religioni e fedi hanno conosciuto nella loro storia, talvolta accentandolo come un fato ineludibile, talvolta impegnandosi fino allo stremo per il doveroso riscatto del nome di Dio.

In ogni caso, sempre con qualche imbarazzo e titubanza (anche in stagioni in cui si sarebbe potuta riconoscere la propria colpa e confessarla ai fratelli e sorelle nell’umano senza censura alcuna).

Non si apre così un campo comune nel quale le differenti teologie potrebbero, con sagacia, lavorare insieme e trovarsi accomunate nel rilievo pubblico della propria impresa religiosa e culturale? E non riscatterebbero, in tal modo, a favore dell’umano che è di tutti noi il linguaggio dal suo epocale impoverimento che lo apre a un’inaccettabile destinazione alla violenza della parola?

La violenza linguistica del nostro tempo

Quanto accade nel linguaggio interessa tutti, senza distinzioni confessionali, di appartenenza religiosa o di ostentata confessione di laicità. Semplicemente prendere le distanze dal linguaggio, in una sua particolare declinazione, significa tout court prendere le distanze da quell’umano che siamo noi stessi – anche quando ci erigiamo a giudici sdegnati di essa, senza accorgerci che la violenza con cui formuliamo la nostra generica condanna è esattamente il medesimo della violenza condannata.

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