Radicalismi cinesi

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Sentiti dalla Cina, gli inviti del papa per la riconciliazione in Colombia dopo tanti anni di guerra civile suonano familiari. La Chiesa cattolica in Cina non ha vissuto una violenta guerra civile ma è passata per molti anni di anche durissima lotta fratricida che l’ha lasciata ferita e ancora con odi o sospetti verso il governo centrale, persecutore durante gli anni del maoismo, e verso i cattolici “collaborazionisti” del governo.

Una tradizione e un’abitudine al sospetto poi forse hanno contribuito all’opposizione frontale e immediata a ogni iniziativa del governo, vissuta come segno di un ritorno alle persecuzioni maoiste.

Nel frattempo però tutti hanno capito la necessità di sviluppare un dialogo con il governo, anche se esistono comunque molte differenze sui contenuti che questo dialogo dovrebbe avere. Quindi è necessario per tutti capire i meccanismi e le preoccupazioni del governo cinese. Ciò non significa giustificarli e approvarli ma anche nel criticarli o proporre cambiamenti è necessario capire la loro logica e le loro motivazioni.

No ai bambini in chiesa

In questo le voci emerse nei giorni scorsi di bambini a cui sarebbe stato proibito l’ingresso in Chiesa è un esempio.

Le voci sono state riferite in maniera cruda. In alcune chiese di alcune province, e in particolare nella città di Wenzhou, sarebbe stato proibito ai bambini di entrare in Chiese e ciò sarebbe stato indice di una grande offensiva contro il cristianesimo e il cattolicesimo. Tali voci non hanno trovato conferme a Pechino. Secondo fonti nel governo centrale tali azioni, se pure avvenute, sarebbero state iniziative di funzionari zelanti e non rispondono allo spirito della politica religiosa di Pechino.

In realtà la vicenda ha radici nella diffusione dell’estremismo musulmano in Cina e in decenni di politiche sbagliate verso la minoranza uigura nella provincia occidentale del Xinjiang. Quindi, questi episodi hanno a che fare con gli scontri tra Cina e India nel Doklam, e non con i cattolici.

Uiguri

Uiguri e han

Dagli inizi degli anni ’80 progressivamente nella nuova politica di tolleranza religiosa nel paese, agli uiguri (etnia turcofona e musulmana una volta maggioritaria in Xinjiang) vennero concessi sempre più privilegi nei confronti della popolazione han (gli han costituiscono circa il 95% della popolazione cinese).

Lo stipendio era maggiore, perché agli uiguri erano dati supplementi per comprare l’agnello, visto che non possono mangiare il maiale che costa di meno. Agli uiguri erano concesse pause durante il lavoro per adempiere alle cinque preghiere quotidiane, e non andavano a lavorare il venerdì giorno santo.

Quindi, visto che la domenica gli uffici sono comunque chiusi, rispetto agli han, gli uiguri lavoravano quattro giorni la settimana; ogni giorno avevano due-tre ore in meno di lavoro, per il motivo delle preghiere, ed erano pagati di più, per il supplemento “carne di agnello”. Naturalmente questo ha provocato l’odio degli han verso gli uiguri, sentiti come specie di mangiapane a tradimento, odio ricambiato dagli uiguri, che sentivano quei privilegi come una compensazione minima rispetto all’occupazione han del Xinjiang.

Questa base materiale veniva poi fomentata da questioni ideologiche. Dagli anni ’90 man mano gli Han si sono sempre più riconosciuti in una specie di nazionalismo etnico, per cui si sentivano più vicini a un cinese han con passaporto americano piuttosto che a un cinese uiguro con passaporto cinese. Gli uiguri d’altro canto venivano sempre più influenzati dal radicalismo islamico.

Più musulmani

Alla fine degli anni ’80 i primi studenti uiguri andarono a studiare teologia in Arabia Saudita, tornarono che sapevano l’arabo ed erano wahhabiti. In poco tempo scalzarono radicalmente i vecchi mullah, che non sapevano l’arabo e da secoli praticavano un islam molto annacquato. A ciò poi contribuì negli anni ’90 l’ispirazione e i contatti con i talebani in Afghanistan e con le madrasse in Pakistan e la nuova indipendenza degli stan ex sovietici. Cioè gli uiguri divennero contemporaneamente più musulmani e anche più consci di una loro aspirazione verso l’indipendenza.

Del resto la stessa concezione della etnia uigura era stata un’invenzione dei sovietici negli anni ’20, che avevano riunificato sotto un unico cappello le popolazioni delle varie oasi (Urumqi, Turfa, Kashgar, Hotan) dai dialetti simili ma diversi. Questo nella logica leninista di usare e aizzare il nazionalismo islamico del centro Asia contro tentativi di restaurazione zarista o influenze inglesi che arrivavano dall’India ed erano coperte dalla fede cristiana, ortodossa per gli zaristi, anglicana per gli inglesi. Da ciò derivava anche la breve storia del Turkestan orientale indipendente dal 1944 al 1949, prima di essere travolto dai comunisti cinesi con l’appoggio dei sovietici allora.

In questo i sovietici si basavano su un precedente, la rivolta musulmana del Dungan (concentrata dallo Shanxi, al Gansu, al Xinjiang, e fomentata dagli hui, cinesi di fede musulmana) dal 1862 al 1877 e repressa nel sangue dall’impero Qing.

Radicalizzazione degli uiguri

Quindi negli anni ’90 cominciò la radicalizzazione degli uiguri. Ci furono attentati con bombe molto artigianali a Pechino, attacchi a poliziotti nel Xinjiang ma soprattutto si rafforzò una divisione radicale tra uiguri e Han. I matrimoni misti, prima una consuetudine, vennero proibiti da parte degli Uiguri e gli Uiguri rinunciarono sempre più al mandarino o ai loro dialetti per studiare sempre di più l’uiguro e la propria storia.

Contemporaneamente una nuova ondata di immigrazione han cominciava arrivare da Est. Questi non sapevano l’uiguro e si isolavano, molto diverso rispetto ai vecchi han nati e cresciuti Xinjiang, che parlavano mandarino e uiguro e si sentivano molto “persone del Xinjiang” (Xinjiang ren) né han, né uiguri.

In meno di 30 anni la situazione è diventata esplosiva. Gli uiguri sono addestrati alla guerriglia e all’estremismo islamico in Pakistan. Ci sono stati migliaia di combattenti uiguri nello Stato islamico (Daesh), terroristi uiguri hanno compiuto sanguinosissimi attacchi con sciabole in Cina a Kunming nel 2014 (che fece 35 morti e 140 feriti) e hanno tentato di attaccare aerei. Oggi gli uiguri non possono uscire liberamente dal Xinjiang, né alcuno può entrare liberamente nel Xinjiang che è stato di fatto chiuso.

Equilibri fragili

Inoltre, mentre negli anni ’90 la Cina aveva cercato una politica di equilibrio tra Cina e Pakistan, con gli anni 2000, dopo gli scontri del Kargill (1999) tra India e Pakistan, la Cina si è spostata sempre più verso il Pakistan. Il Pakistan, in cambio dell’appoggio di Pechino nella contesa con l’India, aiutava a controllare i flussi di militanti in Xinjiang e impediva che ai militanti uiguri arrivassero armi da fuoco ed esplosivi sofisticati. Ma i militanti uiguri venivano comunque addestrati alla guerriglia e indottrinati nel Waziristan.

La realtà quindi è stata però che sì la capacità militare dei militanti uiguri non si è affermata. Non hanno gruppi di fuoco, esplosivi, non possono lanciare offensive militari significative. Ma si è diffusa la radicalizzazione islamica e il sentimento anticinese, il che forse è peggio. Cioè, duri attentati terroristici possono spaccare il sostegno popolare verso i militanti. Pochi alla fin fine possono sostenere una bomba che uccide decine di vittime innocenti in maniera indiscriminata. Ma una resistenza diffusa che si basa su un sentimento religioso radicale, che compie attacchi selettivi contro vittime non musulmane o uigure può allargare la base di consenso.

In più Pechino si è resa conto (vedi anche qui) che il suo appoggio per Islamabad ha contribuito a creare un problema molto più grande con l’India. Cioè il patto con il Pakistan dà pochi e cattivi risultati e contribuisce ad avvelenare la situazione con l’India e in Xinjiang.

Da questo forse potrebbe cominciare un profondo ripensamento a Pechino della sua politica con il Sud dell’Asia e di certo questo si inserisce in una recente campagna cinese che sta cercando di cambiare gradualmente tutta l’atmosfera in Xinjiang.

Politiche superficiali

Negli ultimi tre anni, uno dopo l’altro sono stati eliminati i vari privilegi religiosi per gli uiguri. La festa del Ramadan è stata proibita, vengono controllate le scuole religiose, i corsi di storia e letteratura uigura, vengono incoraggiati i matrimoni misti. Queste politiche sono spesso applicate con grande durezza e insensibilità e si unisce spesso a una mancanza di controllo del territorio. La polizia uigura, una volta parte integrante del sistema di sicurezza e responsabile dei rapporti con la popolazione uigura, non è più fidata da parte di Pechino.

Ma il problema vero è che si sta cercando di smantellare rapidamente e radicalmente un estremismo islamico basato su decenni di politiche superficiali o sbagliate. In questo contesto c’è anche una controllo sui ragazzini che frequentano scuole religiose islamiche, per timore di radicalizzazioni. Ciò però non può essere ufficialmente mirato alle scuole islamiche perché rischia di allargare il dissenso interno dagli uiguri (circa otto milioni) agli hui (gli han musulmani, oltre 20 milioni) sparsi per tutta la Cina e già in parte contagiati dall’estremismo islamico. Quindi diventa più facile “impacchettare” il controllo dell’estremismo islamico in un generale controllo delle religioni. Da qui all’eccesso di zelo di qualche funzionario locale davanti alle chiese il passo è comprensibile.

Si può essere complessivamente in dissenso con l’approccio del governo cinese verso il problema del Xinjiang e degli uiguri, ci possono essere motivi per proporre soluzioni diverse, più attente ed efficaci contro il terrorismo. Ma è importante comprendere che anche la questione dei cristiani per il governo è una frangia di un tutto che arriva anche a Urumqi.

Quindi per risolvere le varie cose bisogna tenere conto del tutto. In questo sì, ha ragione chi vede nell’episodio della chiesa di Wenzhou il segno di qualcosa di più grande, poi però bisogna capire con esattezza cosa è questo “più grande”, altrimenti diventa solo la notte in cui tutte le vacche sono nere.

In tutto ciò si dimostra che tale conoscenza può essere approfondita sul luogo, con una rappresentanza diplomatica o qualcosa di simile. Proprio le difficoltà e i problemi rendono urgente una normalizzazione per mettere la Santa Sede in grado di capire meglio ciò che accade, altrimenti rischia semplicemente di sfuggire quello di cui si sta parlando.

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Un commento

  1. Maria Laura Franciosi 10 settembre 2017

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