Religioni: strade di felicità

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«Pubblicazioni di questo tipo, che dialogano senza dividere, sono oggi un’esigenza». Così scrive il filosofo e teologo Paolo Trianni nella Prefazione di questo libro scritto da Xabier Pikaza, teologo basco, specializzato in teologia biblica e in storia delle religioni. Ed è proprio questa duplice competenza (Bibbia e religioni) che permetterà all’autore una specie di indagine comparata su un tema di grande rilievo come quello della felicità.

Tutte le religioni si pongono come strade di felicità. Ma cosa significa questa parola nell’induismo, in Buddha, nell’ebraismo o nel cristianesimo?

Le risposte in sintesi.

In Bagavad Gita, testo classico dell’induismo, protagonista è Arjuna, il guerriero, rappresentante di Krisna-Visnù. Egli si trova immerso in una lotta (sociale o militare) presente dappertutto. Dove può trovare la felicità una persona che vive dentro ogni sorta di conflitto? Mantenendo «una interiorità non violenta dentro un mondo di violenza». Praticando il triplice  yoga (dell’intelligenza, della volontà e dell’amore), il guerriero Arjuna, anche se all’esterno continuerà a lottare, vivrà internamente immerso nell’amore divino, la sua vita sarà «un’esperienza di amore integrale, una rivelazione del Dio-felicità».

Buddha, da parte sua, constata che l’uomo si trova di fronte  a tre situazioni negative: la sofferenza, l’anzianità e la morte. Per vincere la sofferenza, non resta che vincere la violenza dei desideri interiori: se non desideri, non soffri. Ma questo progetto non è per tutti, celibi e non celibi, uomini e donne, ma solo per un’élite (i monaci).

Anche se Buddha figura come un maestro che ha indicato una strada di felicità negando i desideri, vistose sono le differenze con la vita e la predicazione di Gesù.

Mentre per Buddha bisogna liberarsi dal mondo, dal momento che la vita è una disgrazia, Gesù non predica nessuna fuga mundi, non crea un “ordine” di monaci, ma, ponendo a fondamento della sua dottrina non l’eliminazione del desiderio bensì l’amore, dà vita ad un movimento universale di beatitudine da vivere dentro la storia. Mentre Buddha non crede all’esistenza di un Dio personale, Gesù rivela un Padre che vuole rendere felici le sue creature. Mentre per Buddha il rapporto con il prossimo sofferente diventa compassione pietosa, Gesù propone un amore attivo. Mentre per Buddha il cammino di purificazione è un cammino soprattutto personale, Gesù propone un cammino nella e con la Chiesa. «L’assenza di un mediatore salvifico – scriveva Trianni nella Prefazione – è la principale differenza che distingue il mondo cristiano da quello indiano».

Abbandoniamo ora il lontano Oriente per prendere in esame quanto dicono la Bibbia ebraica e Gesù sul tema della felicità.

Ecco quanto afferma Pikaza: «La Bibbia ebraica offre fin dagli inizi una testimonianza della felicità aperta a tutti, uomini e donne, mettendo in risalto i valori della creazione […] il giudaismo ha sviluppato un’intensa esperienza di felicità come elemento originario della vita perché Dio pensa che l’uomo e la donna siano cosa “molto buona” (Gen 1,31) e perché la vita è originariamente buona».

L’autore elenca quella che egli definisce «felicità multiforme». Appare qui netto il contrasto con la visione negativa di Krisna e di Buddha.

Ed ecco le sette fonti della felicità secondo l’ebraismo: l’amore, a cominciare dall’amore fra l’uomo e la donna, che Pikaza definisce «la prima gioia adulta e straripante della vita», l’alleanza, l’innamoramento, la terra, la ricchezza, le feste, il cibo.

La vicenda di Giobbe sembra però smentire l’ottimismo di una felicità qui e subito. Egli è stato fortunato ma – annota Pikaza – «rimanendo in alto…, separato dai poveri della terra, che ha servito ma senza essere uno di loro». Poi, caduto in disgrazia, intavola con Dio un confronto serrato, ma senza ottenere risposte definitive alla sua ricerca di felicità. La risposta alle domande di Giobbe verrà da Gesù, «il vero Giobbe», nel quale Dio si incarnò «per assumere l’infelicità degli uomini…, sperimentando nella sua carne il dolore della storia, trasformandola, salvandola dal di dentro» (K.G. Jung).

E veniamo a Gesù. «Gesù – scrive Pikaza – non scrisse un trattato sulla felcità, ma fu felice e poté proclamare e diffondere un cammino di felicità tra gli emarginati e i poveri di Galilea».

Il battesimo di Gesù è un’esperienza di felicità non solo per l’uomo Gesù, Figlio di Dio, ma anche per Dio stesso. Scrive il nostro autore: «Prima che libro di beatitudini degli uomini, il Vangelo è il libro della beatitudine di Dio» e «l’uomo nasce dalla felicità di Dio e per rendere Dio felice… Dio è felicità beatificante e così ama gli uomini».

Simpatica la rassegna che Pikaza fa della felicità recata da Gesù agli uomini: felicità degli occhi (i ciechi vedono), dei piedi (gli zoppi camminano), della pelle e del tatto (i lebbrosi sono purificati), della lingua e dell’udito (i muti parlano e i sordi odono), della vita (i morti risorgono), degli esclusi (i poveri ricevono il lieto annunzio).

Analizzando le beatitudini matteane, l’autore conclude così: «Il Vangelo consiste nel fare felici gli uomini, non nel farli semplicemente buoni o religiosi». E ancora, commentando il giudizio finale narrato da Matteo in cui si parla di affamati, assetati, forestieri, infermi…: «Il Dio di Cristo si identifica come felicità per queste categorie. Su questa linea, in quanto poveri e piccoli, tutti gli uomini e donne possono e devono sentirsi inclusi nella felicità di Cristo non per un tipo di meriti propri, ma per la grazia e solidarietà del Dio incarnato».

L’apostolo Paolo parla di amore, gioia e pace come doni dello Spirito e legge questa beatitudine come «incarnazione più profonda di Dio nella felicità umana, desiderio trasfigurato e gioioso di amore».

E Maria di Nazareth è felice non solo perché ha creduto, ma anche «perché ha legato la sua vita alla vita dei poveri della terra… Maria non è beata come madre di un re potente, madre innalzata sopra gli altri, ma come serva tra i servi».

Nella Post-fazione il teologo brasiliano Faustino Teixeira ribadisce che il cammino di felicità proposto da Gesù «è radicalmente antropologico», aperto quindi a tutti gli uomini, riprendendo l’affermazione di Pikaza: «Non c’è nella vita nulla che possa offrire agli uomini più felicità del trovarsi immersi in Lui», che non c’è beatitudine più grande di aver trovato Dio e di poter condividere con altri il cammino verso di Lui.

Il libro, curato e tradotto da Francesco Strazzari per la seria e rigorosa collana diretta da Marco Dal Corso, è originale, coinvolgente e istruttivo.

  • Xabier Pikaza, Cammini di felicità. La proposta delle religioni. Con interventi di Paolo Trianni e Faustino Teixeira, Pazzini Editore, Villa Verucchio (Rimini) 2020, pp. 160, € 16,00. ISBN 978-88-6257-356-6.
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