P. Samir: Condizioni per un dialogo islamo-cristiano - SettimanaNews

P. Samir: Condizioni per un dialogo islamo-cristiano

di: Mario Chiaro (a cura)

Un simposio, atto accademico in onore di p. Samir Khalil Samir sj, intitolato “Patrimonio arabo cristiano e dialogo islamo-cristiano” (Pontificio Istituto Orientale, Roma 25 maggio 2018), è diventato l’occasione per festeggiare l’80° compleanno del religioso egiziano concentrandosi sugli argomenti più cari all’islamologo di fama mondiale.[i]

Padre Samir ha così dato testimonianza dei passi iniziali del suo cammino: «Sono nato al Cairo, ma da una famiglia del Levante. Mia madre aveva studiato dalle suore francesi dove era vietato parlare arabo; altrimenti c’era la bacchetta, la mentalità era quella! Così a casa parlavamo soltanto francese. Già durante il noviziato dai gesuiti, però, presi l’impegno di leggere il Vangelo in arabo e in seguito, nel juniorato, continuai a studiare la lingua da autodidatta, perché non ne era previsto l’insegnamento. Per entrare nella cultura e nella mentalità araba, che erano secondarie per la tradizione nella quale ero cresciuto, studiai anche i filosofi arabi, Avicenna e Averroè soprattutto».

Egli sente nascere la sua specifica vocazione quando, trovandosi nel 1962 in Germania e deciso a proseguire da solo gli studi orientali, entra in una biblioteca dove un monaco benedettino gli chiese cosa stesse facendo: «Risposi che stavo lavorando su al-Ghazali, grande pensatore e teologo musulmano, ma, vedendo che portavo la tonaca – eravamo prima del Concilio – mi chiese perché non approfondivo il cristianesimo arabo. “Lei è gesuita ed è arabo!”. “Ma i cristiani arabi hanno scritto qualcosa?”.

Il monaco non rispose nulla, sparì dietro qualche scaffale e si ripresentò poco dopo con cinque grossi volumi: le 2.400 pagine della Geschichteder Christlichen Arabischen Literatur (“Storia della Letteratura arabo-cristiana”) di Georg Graf. Mi misi a leggerla. Avevo appena imparato qualche parola di tedesco, ma la bibliografia dei volumi riportava i titoli anche in arabo traslitterato… Questa è stata la mia conversione, l’inizio della mia vita scientifica».

Durante il simposio è stato letto un contributo del presidente del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso, il card. Jean-Louis Tauran recentemente scomparso, riguardante “il dialogo interreligioso: sfide e certezze”.

Il cardinale ha lodato p. Samir come un islamologo cristiano che «ha cercato di testimoniare la verità e di porre questioni che non intendono imbarazzare, ma condurre alla riflessione e al confronto per mezzo della ragione. Fede e ragione, infatti, sono i due occhi con i quali il credente guarda la realtà, sono le due gambe con le quali compie il proprio pellegrinaggio terrestre verso Dio, dal quale veniamo e al quale andiamo, secondo una formula cara alla tradizione musulmana».

Subito dopo il simposio, p. Samir ha sintetizzato per punti il messaggio e l’invito complessivo agli “amici musulmani” per una strada più bella di convivenza come fratelli, rifiutando la violenza, con un impegno a rispettare la cittadinanza di tutti, senza dividere i diritti fra cristiani e musulmani (cf. Asianews 4/6/2018).

1. L’islam non è solo una religione: è una totalità

L’islam, a differenza del cristianesimo, non è solo una religione: è una totalità. È questa la sua forza e il suo pericolo. Può diventare un impero, una dittatura, perché niente sfugge all’islam: l’economia, la politica, l’aspetto militare, il rapporto uomo-donna, i gesti precisi nella preghiera, il modo di vestirsi, tutto! Tutto è islamico! È una forza, una potenza, ma è anche la lacuna, la difficoltà dell’islam. Mescolando religione, politica, economia e potere, la religione perde la sua essenza. È ciò che cerco di spiegare agli amici musulmani: fino a che ci sarà questo miscuglio – e rischia di essere per l’eternità – sarà difficile per i musulmani trovare una linea umanistica completa.

2. Il problema: mescolare politica e religione

Mescolare politica e religione è successo a tutte le religioni, in alcuni periodi. Spesso i musulmani mi criticano dicendo: “E allora, le crociate?”, aggiungendo cose inesatte e non vere. Io rispondo: “Tu stai parlando di una fase della storia, ma andiamo alla radice. Prendi il Vangelo, e trovami un solo passo in cui Gesù dice “combattetele, uccideteli, non fateli fuggire”, come sta scritto nel Corano. Questa è la grande differenza! Gli uomini sono tutti simili, ma il testo fondatore è essenziale. Gesù non dice “occhio per occhio, dente per dente” come Mosè. Al contrario, egli dice: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio… (Mt 5,38-42)… io supero la provocazione, per aiutarlo a capire: è la visione evangelica di Cristo, il suo progetto originale. Invece, il progetto originale di Maometto è un progetto politico, che usa sì la religione e la fede – ma è politico. L’islam non è capace di distinguere le due dimensioni. Ci sono tendenze che vogliono dissociare politica e religione, ma vengono criticate. Viene detto loro che quanto da loro proposto “non è l’islam”.

Questo capita anche in altre religioni. Pensiamo all’induismo – che io credevo essere il pacifismo perfetto – e a quello che accade in India oggi: ogni giorno c’è un attacco contro protestanti, cattolici, musulmani. C’è difficoltà a distinguere la religione dalla cultura politica ed economica.

3. “La religione appartiene a Dio, ma la patria a tutti!”

In Egitto, nel 1919, ci fu la rivoluzione contro i britannici. Il capo dell’opposizione, il famoso Saad Zaghloul, per raccogliere tutti gli egiziani – musulmani, cristiani, ebrei, miscredenti – contro di loro, lanciò lo slogan: “La religione appartiene a Dio, ma la patria a tutti!”. Copti e musulmani stavano mano nella mano contro gli inglesi che invadevano l’Egitto. Era una questione nazionale, non religiosa. Non era un conflitto tra musulmani (cioè egiziani) e cristiani (cioè britannici), ma un conflitto puramente politico. Questa è stata la vera rivoluzione delle mentalità. Abbiamo combattuto allora mano nella mano. E abbiamo vissuto poi anche mano nella mano, musulmani, cristiani ed ebrei. In proporzione al loro numero, c’erano più ministri cristiani che musulmani; lo stesso a tutti i livelli della vita sociale, economica, culturale e politica. Gli ebrei si sentivano a casa, e i negozi più grandi erano i loro.

La religione è affare personale, tra me e Dio. Nessuno ha diritto d’interferire. È questa distinzione dei settori che è fondamentale, è quello che nel dialogo islamo-cristiano cerco, personalmente, di suggerire. Se parliamo di islam, cristianesimo ed ebraismo, non parliamo di ebrei, musulmani e cristiani: parliamo del progetto. È un progetto puro, valido per tutti gli esseri umani, o è un progetto per “tribù”? Finché non si capirà questo, temo che non ci sarà pace.

4. I periodi di liberalismo nella storia islamica

Nel corso della storia, abbiamo avuto periodi in cui vi è stato rispetto per tutti, soprattutto nel periodo abbasside, tra il 750 e l’anno mille. Eravamo tutti insieme, gli uni erano discepoli degli altri. Man mano, tutto si è poi politicizzato. Più tardi, nel 1800, abbiamo riscoperto questa possibilità di convivenza, con un’apertura fino alla metà del 20° secolo; ma poi è tornata la tendenza islamista. Il ritorno a un’era più liberale è possibile, ma non è prevedibile a breve tempo. Ora siamo addirittura passati dall’intransigenza al terrorismo. Ed è un terrorismo squisitamente islamico. Chi uccide lo fa nel nome dell’islam, non nel nome dell’arabismo o del nazionalismo, ma contro chi non è un “perfetto islamico”: sciiti, yazidi, cristiani… E questa corrente sta arrivando anche in Occidente. Io temo che l’Europa non si accorga dell’immensità del pericolo.

Queste settimane in Gran Bretagna hanno proposto che ai musulmani si applichi la sharia, e non la legge inglese! Se la Gran Bretagna accettasse una cosa del genere – se ognuno avesse la sua legge: cristiani, ebrei, indù ecc. –, allora non ci sarebbe più patria, non ci sarebbe più paese. Il principio fondamentale da attuare è questo: la distinzione dei settori. La politica vale per tutti, la decidiamo tutti insieme e sbagliamo – e ci correggiamo – tutti insieme. La fede è un fatto personale. Se tu vuoi essere ateo, hai il diritto di esserlo. Penso che ti manchino degli elementi, ma quello è affare tuo. Tu hai il diritto di essere ateo, come io ho il diritto di essere credente, e l’altro di essere musulmano o buddista… Questo manca nella visione islamica.

5. Aiutare i musulmani a ritrovare il loro liberalismo di una volta

I cristiani devono aiutare i musulmani (e altri gruppi religiosi o ideologici) a ricordare questi principi: non è un principio solo cristiano, è un principio umanistico. Siamo tutti “italiani”, “umani”, uomo e donna. Io non ho autorità sulla donna, né una donna ha autorità su di me. Tutti siamo sotto una sola autorità, quella della legge e – se si crede – sotto quella di Dio. Se la Costituzione divide cristiani e musulmani, o donna e uomo – come, purtroppo dal 1971 avviene in quella egiziana – non c’è più uguaglianza e non c’è più cittadinanza! Questo concetto di cittadinanza era “la” richiesta maggiore del Sinodo per il Medio Oriente nell’ottobre-dicembre 2010, ma non è stato possibile trasmetterla alla popolazione musulmana.

6. Il salafismo è la piaga dell’islam

La piaga attuale dell’islam è la tendenza salafita, che consiste nel pensare che la soluzione ai mali presenti dell’islam sia il ritorno all’islam delle origini, del settimo secolo. Questa tendenza prende varie forme e nomi: il wahhabismo, da un certo Muḥammd Ibn ‘Abd al-Wahhāb (1703-1792), che viveva a Najd nel centro dell’Arabia; i salafiti, nati in Egitto alla fine del XIX secolo, con il desiderio di riformare l’islam tornando al modello dei primi compagni e successori di Maometto; i Fratelli musulmani, movimento creato in Egitto nel marzo 1928 da Hassan al-Banna.

In questi gruppi, c’è una visione per cui non si distingue fra il settimo secolo e il ventunesimo. Ciò che era valido allora lo è oggi. Eppure sono passati 14 secoli, e ora la mentalità è cambiata, e cambia giorno per giorno. Come si può dire “torniamo a praticare quello che si faceva al tempo del Profeta”, come affermano i salafiti? Non si può. Bisogna avere buon senso e logica, e per questo la critica deve essere fatta, con rispetto, certo! – perché so che chi applica quest’idea lo fa perché è convinto che quella sia la parola di Dio –, ma fatta con forza!… La nostra missione è di aiutare a riflettere, e loro devono decidere. Non posso decidere per loro, ma non posso ignorare che loro stiano pensando con criteri non contemporanei… Senza aggressività, dico: “Fratello mio, io ti voglio tanto bene. Vedi come puoi fare una famiglia, amata e amante, strutturata; come fare un’industria che sia per il bene dei poveri”. Serve equilibrare tutto, pensare globalmente.

7. Cristiani del mondo arabo: la nostra missione

Quando si dice “musulmano”, si contrappone a “cristiano”. Io penso all’evangelizzazione, è vero, ma non per convertire, ma per annunciare il Vangelo, un progetto di liberazione! Se tu pensi che questo messaggio ti aiuti a essere migliore, prendi quel che vuoi. Ma non cerco di farti cristiano. Cerchiamo una strada più bella. Se ne vedi una, seguila, ma alla condizione che non vi sia mai qualcuno che ne soffre, che ne paga il prezzo.

Vorrei concludere con ciò che abbiamo scritto nell’Assemblea speciale per il Medio Oriente, in Vaticano, l’8 dicembre 2009: «Il rapporto tra cristiani e musulmani va compreso a partire da due principi: da una parte, come cittadini di uno stesso paese e di una stessa patria che condividono lingua e cultura, come gioie e dolori dei nostri paesi; dall’altra, noi siamo cristiani nelle e per le nostre società, testimoni di Cristo e del Vangelo. Le relazioni sono, più o meno spesso, difficili, soprattutto per il fatto che i musulmani generalmente non fanno distinzione tra religione e politica, il che mette i cristiani nella situazione delicata di non-cittadini» (n. 68). «Tocca a noi, perciò, lavorare, con spirito d’amore e lealtà, per creare un’uguaglianza totale tra i cittadini a tutti i livelli: politico, economico, sociale, culturale e religioso, e questo conformemente alla maggioranza delle Costituzioni dei nostri paesi… Constatiamo, in molti paesi, la crescita del fondamentalismo, ma anche la disponibilità di un gran numero di musulmani a lottare contro questo estremismo religioso crescente» (n. 70).

Concludo con la dichiarazione al mondo del concilio Vaticano II, il 28 ottobre 1965: «La Chiesa guarda anche con stima i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini» (Nostra aetate, 3). Questa è la visione cristiana, che, nella mia conoscenza limitata, mi sembra essere la più aperta di tutte le altre.


[i] P. Samir per oltre quarant’anni ha formato generazioni di studenti presso il Pontificio Istituto Orientale, prima in esclusiva e poi in parallelo con l’Università Saint-Joseph di Beirut (USJ), dove pure ha insegnato per lungo tempo. Egli può essere considerato il terzo fondatore degli studi arabi cristiani, nella scia del pioniere gesuita Louis Cheikho e del parroco tedesco Georg Graf. In tempi recenti si è distinto internazionalmente privilegiando l’analisi dei fondamenti coranici e della tradizione profetica in materia di alterità religiosa e della loro realizzazione nel corso della storia. Oltre a un migliaio di pubblicazioni, in varie lingue, oltre a un migliaio di conferenze e interviste, Samir ha creato a Beirut nel 1991 il CEDRAC (Centro di Documentazione e di Ricerche Arabe Cristiane), che comprende una biblioteca specializzata di circa 35.000 volumi e riproduzioni di circa 4.000 manoscritti di autori arabi cristiani, provenienti da tutto il mondo, in particolare dal famoso fondo del Monastero di Santa Caterina di Alessandria.

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