Benanti: benvenuti nell’era digitale

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L’ultimo libro di Paolo Benanti – frate del Terzo ordine regolare francescano, teologo e docente di discipline etiche presso la Pontificia Università Gregoriana – porta un titolo eloquente: Digital Age. Teoria del cambio d’epoca. Persona, famiglia e società (San Paolo, 2020). L’autore ha concesso a Settimana News un’intervista sui temi rilevanti del suo recente volume.

 

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  • Qual è il senso generale della parola cultura? Quale rapporto tra cultura e digitale?

Se prendiamo Gaudium et Spes, il concetto di cultura è riconducibile a ciò che consente all’umanità di essere umana, nella autoconsapevolezza di sé. Oggi, evidentemente, non è più solo questo a formare il concetto di cultura. Dobbiamo intendere come cultura tutto ciò che contribuisce a narrare l’uomo a sé stesso e a narrare la propria identità alle generazioni future. Quindi è cultura non solo la conoscenza intellettuale, ma anche tutta la cultura materiale. Gli oggetti che noi utilizziamo sono espressione e forma della nostra cultura: quindi televisione, computer, cellulare ecc.. Mai come oggi il digitale è fonte di cultura. Mai come oggi il motore della nuova autocomprensione dell’uomo passa attraverso il digitale. E lo fa trasformando sostanzialmente la nostra comprensione in una maniera analoga, per magnitudine, all’effetto prodotto dalle lenti convesse nel XV secolo, quando il modo di scrutare l’universo col telescopio e l’uomo con il microscopio, ha generato un nuovo modo di comprendere e di comprenderci. Oggi il computer digitale, lavorando coi numeri e con schemi numerici, costituisce una leva analoga e potentissima: sta cambiando il modo con cui comprendiamo noi stessi. Si pensi alle neuroscienze oppure all’universo. Il computer è lo strumento che ci indica dove e come cercare, capire e conoscere.

  • Il digitale sta trasformando l’umano?

Non si sta trasformando l’umano, bensì il modo con cui l’umano si comprende e si descrive. Se nel passato ci siamo definiti come spiriti incarnati e poi ci siamo definiti attraverso la nostra mente, per la nostra razionalità, oggi tendiamo a descriverci quale informazione, quella informazione contenuta all’interno del nostro DNA. Se abbiamo imparato a registrare l’informazione contenuta nella nostra materia, qualcuno pensa che ciò che vale di noi sia semplicemente tale informazione, mentre la materia sia la mera accidentalità della nostra realtà di esseri umani: ed ecco che nascono pensatori che ritengono che si possa disporre della nostra umanità, di noi stessi, come meglio aggrada, intervenendo sulla originaria informazione che ci connota.

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  • Qual è il senso delle espressioni “transumano” e “post-umano”?

Sono delle etichette con cui qualche contemporaneo sostanzialmente sostiene l’idea che non dovremo più andare alla ricerca di una natura umana solida e definita, perché possiamo essere quello che vogliamo essere, scrivendo e riscrivendo noi stessi. Chiaramente non si tratta di una corrente di pensiero unitaria. Ci sono comunque diversi autori accomunati dall’idea che non esiste una natura umana, ossia un progetto unificato dell’umano. Risulta evidente che attivare processi di mediazione della natura umana può portare a gravissime forme di disumanità. Bisogna essere perciò pronti, come sostiene la Lettera di Pietro (1Pt. 3,15), ad un confronto con questo genere di pensiero per dare ragione del sentire profondo che è in noi, ossia per dire che l’umano è portatore di una dignità che non può essere fatta in alcun modo oggetto di mediazione.

  • C’è un limite invalicabile che determina l’umano?

Più che un limite, direi che c’è un fondamento alla nostra esistenza e alla nostra coesistenza. Quel fondamento è il riconoscimento della nostra comune umanità.  Tutte le volte che nella storia si è ignorato il fondamento, si è scivolati nella brutalità. Dobbiamo evitare che questo cambio d’epoca possa significare uno scivolamento in un tempo buio della storia. L’intento deve essere di nuovo quello di dare fondamento all’umano per la contemporaneità, secondo l’idea di fondo della bellezza dell’umano: la bellezza di sentirci creature di fronte a un Creatore, in una maniera che renda evidente la verità cristiana sull’umano.

  • Qual è perciò il compito dei cristiani e di tutti gli umani in questo cambio d’epoca?

Come in ogni cambio d’epoca, cambiano i punti di riferimento dell’uomo, non di certo l’uomo: l’umano resta. Certamente possono essere assunte delle prospettive che lo schiacciano, che non rendono ragione di quella dimensione verticale che c’è dentro l’essere umano e che ne denota la trascendenza: quell’ulteriore, direttamente connesso alla unicità, riconosciuto dalla fede quale creazione di Dio. Siamo creature chiamate a un destino che va oltre, che è ultraterreno. Il lavoro intellettuale che c’è da fare deve evitare che le comprensioni intenzionali dell’umano ignorino l’ulteriore che è proprio della condizione umana, quella base del nostro essere, quel nostro saper guardare oltre, quella nostra capacità di affacciarci sulla soglia del mistero. Tenere accesa la fiamma del mistero nell’orizzonte della contemporaneità è ciò che io vedo ora quale missione intellettuale.

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  • Siamo dunque di fronte ad una nuova e decisiva sfida?

Ogni stagione ha avuto le sue sfide, ogni stagione ha dovuto confrontarsi con una sfida particolare, come è accaduto – per fare qualche esempio – negli anni Quaranta con la guerra, negli anni Cinquanta con la ricostruzione, negli anni Sessanta con le questioni sociali, negli anni Settanta col lavoro, negli anni Ottanta con l’eroina, con l’edonismo negli anni Novanta. Oggi la sfida è entrare nella galassia del digitale che ci fa pensare che il tempo e lo spazio siano divenute categorie secondarie, perché ormai possiamo essere in ogni luogo e in ogni momento. Questa inedita dimensione del vivere crea il bisogno di offrire nuove rotte esistenziali, specialmente alle nuove generazioni. Quindi l’educazione è il primo compito morale per le generazioni che stanno entrando in un mondo interamente digitalizzato. Noi siamo stati preceduti dalla generazione che ha “carbonizzato” il mondo con l’impiego massiccio dei combustibili fossili. Se noi stessi avessimo qui, davanti a noi, chi ha dato inizio a un tale processo, che cosa potremmo dirgli per ciò che ne è venuto? Ecco, probabilmente la stessa cosa verrà detta di noi dalle generazioni, in futuro. Che cosa vogliamo che non dicano di noi? Dalla risposta che diamo oggi a questa domanda verrà il mondo che vogliamo lasciare a chi verrà dopo. Ma voglio dire che non siamo la prima generazione a doverci porre una domanda così importante. Con l’intelligenza artificiale ci ritroviamo tra le mani qualcosa di paragonabile, ad esempio, alla bomba atomica, capace di cancellare l’umano dalla faccia della terra. Queste domande inquietanti appartengono da sempre all’uomo. L’uomo ha la capacità di affrontarle.

  • Un compito importante ed urgente riguarda la formazione dei giovani?

L’educazione è appunto la questione di fondo, è quello strumento che abbiamo quali esseri umani per andare oltre. Gli altri animali hanno gli istinti. Noi non abbiamo quegli istinti che fanno fare agli animali la cosa giusta al momento giusto, come per un leone l’istinto di catturare la preda. Siamo, per questo, molto fallibili. E tuttavia abbiamo il potere grandissimo di saper ricercare il bene, il giusto, il bello. L’educazione è proprio ciò che sopperisce alla nostra mancanza di istinto animale. L’educazione consente di orientarci verso quell’orizzonte di viva umanità che ci è proprio.

  • Nel libro Lei dedica una attenzione particolare al tema dell’affettività nell’era digitale, perché?

L’affettività è al centro del processo di digitalizzazione per due ragioni. Da una parte, il processo affettivo viene integralmente descritto dal digitale: possiamo quindi “digitare” il nostro ideale affettivo come ci pare. Dall’altra, il digitale induce a ritenere che, piuttosto di essere in balìa di quella cosa strana che si chiama amore, convenga affidarsi all’algoritmo, al computer, per arrivare a individuare il compagno o la compagna della vita. Affidandoci all’algoritmo pensiamo di poter risolvere il dubbio radicale di credere a un’altra persona, di affidarci a un’altra persona, di amare. Questa generazione, per la prima volta è tentata di fare un passo indietro rispetto all’amore e di affidarsi a una macchina, alle app, per giungere all’ideale affettivo che maggiormente può rendere soddisfatti. Un esito infausto di tutta questa elaborazione sarà la sottrazione delle esperienze affettive, consegnati alla massima probabilità statistica anziché affidati al luogo del dono di sé nell’amore. Questo capovolgimento dell’amore nell’epoca digitale è un grave rischio rispetto al quale dobbiamo preparare le nuove generazioni, per evitare di creare narcisisti che, nella relazione affettiva, vedono la persona altra da sé semplicemente quale oggetto funzionale a sé.

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  • Ma il digitale può essere più “efficiente” dell’umano?

Certamente, ma non è affatto detto che l’efficienza del digitale sia un’efficienza nel verso del bene umano. Certamente la bomba atomica è stata molto più efficiente della pistola, ma non nel senso del bene. Una macchina è più efficiente di un’altra se utilizza meno benzina per portare dal punto A al punto B. Ma qual è il mio punto di partenza e qual è la mia meta? Che cosa rimane in mano all’uomo? Io sono chiamato ad essere il nocchiero della mia parte, pioniere della mia parte. Ecco, a questa domanda sui fini, anzi sul fine, non potrà mai rispondere nessuna macchina che possa sostituire l’umano. Confondere la domanda sul fine con la domanda sull’efficienza è sbagliare il bersaglio dell’umano: significa non guardare con occhi umani a ciò che sta davanti a noi.

  • Ci faccia altri esempi: ci dica qualcosa, in tempi di pandemia, dell’impatto del digitale sulle cure sanitarie.

Ovviamente anche la cura della salute, in questa epoca, è sottoposta grandemente alla lettura digitale. La novità è che la macchina, in alcuni casi, può, già ora, surrogare il medico nel fare una serie di diagnosi. E qui viene da sé la domanda: l’intelligenza artificiale potrà mai prendere completamente il posto di un medico? L’impiego dell’intelligenza artificiale può determinare, ad esempio, l’estinzione del radiologo? Se noi diciamo di sì, diciamo che non c’è assolutamente nessuna differenza tra la macchina e l’uomo. La prima radicale domanda che ci pone l’intelligenza artificiale è dunque qual è la differenza tra l’uomo e la macchina. Cos’è che fa di un uomo realmente un uomo rispetto alla maggiore efficienza della macchina? E perché da sempre, in ogni cultura, quella persona che impegna tutta la sua vita per prendersi cura del prossimo – il medico – è visto come una persona speciale? La risposta a questa domanda è la risposta che siamo chiamati a dare per poter dire come da umani vogliamo vivere il rapporto con le macchine. Per la prima volta nella storia, l’umanità ha prodotto delle macchine che effettivamente appaiono come una nuova specie sapiens. Dobbiamo assolutamente evitare che si arrivi ad un conflitto a cui sopravviva solo il più forte: homo sapiens versus macchina sapiens. Siamo chiamati a chiederci come avvalerci della macchina perché l’umano sia sempre più umano, perché la cura del prossimo, soprattutto dell’ultimo, del fragile e del debole, avvenga nella maniera migliore possibile e perché il bene, ricercato con libera determinazione, sia vero.

  • Altre domande vengono dalla politica: che dire?

Viviamo in una società in cui sostanzialmente abitano nuovi soggetti politici che producono e usano algoritmi. Questi soggetti politici sono sostanzialmente costituiti dagli stessi algoritmi che si relazionano e mediano “da sé” le interazioni sociali nelle piattaforme digitali. La politica intesa come capacità di individuare soluzioni a problemi complessi, oggi è fatta (anche) con algoritmi. L’algoritmo ha il potere di far cambiare parere a molte persone. È chiaro che questo nuovo fattore delle relazioni – in ciò che sino ad ora abbiamo definito politica o società civile – è in grado di apportare significative alterazioni. Questo induce a chiederci come possiamo proteggere la democrazia, ossia il modo di essere insieme, di essere una nazione e uno stato, nell’era digitale. Anche in questo caso la risposta non è affatto semplice, ma va assolutamente cercata.

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  • Il digitale, col suo vorticoso sviluppo è in mano alle grandi multinazionali: non è troppo pericoloso?

Le grandi aziende multinazionali del digitale oggi si rendono conto, per tanti versi, di surrogare il potere statale: danno l’accesso alla identità, offrono educazione, battono moneta (bitcoin) ecc.. L’enorme potere che hanno oggi le multinazionali digitali è un problema per la coesistenza civile, è un problema geopolitico, è un problema di sovranità degli stati e sta creando forti tensioni. Le stesse multinazionali si stanno ponendo questo problema, per evitare di implodere su sé stesse. Qualcuna di queste sta cercando tavoli e platee internazionali – ricorrendo alle istituzioni – per ragionare di intelligenza artificiale e di etica nell’era digitale. Certamente sono molte le domande e le complessità al riguardo.

  • Come pensare il futuro in piena era digitale?

Io penso che alla fine l’uomo non possa ignorare mai di essere uomo. Purtuttavia, prima che questo possa accadere con una certa pienezza, l’umano può arrecare ancora molto danno. Dobbiamo fare in modo che il danno sia contenuto. È già accaduto in passato. L’umano può affermarsi. Dipenderà da quale tipo di società civile, di coscienza civile, noi stiamo contribuendo ad accrescere con il nostro essere umani consapevoli di questo tempo. L’esito sarà sempre molto incerto. Io non sono né estremamente ottimista, né estremamente pessimista: col mio lavoro e col mio impegno intellettuale nella Chiesa cerco di richiamare il senso profondo di essere umani, di essere perciò soggetti etici, consapevoli del bene e del male, in grado di scegliere il bene.

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