Mariano Crociata: Favorire un islam italiano

di: Lorenzo Prezzi

Mariano Crociata è stato nominato vescovo di Noto nel 2007 da papa Ratzinger. L’anno successivo viene chiamato a ricoprire la carica di segretario generale della Conferenza episcopale italiana. Nel novembre del 2013 papa Francesco lo nomina vescovo di Latina-Terracina-Sezze-Priverno. Gli abbiamo sottoposto alcune domande sul tema delicato del rapporto tra cristianesimo e islam. Queste le sue risposte, da leggere a completamento e arricchimento dell’articolo di Alessandro Ferrari sul “Patto nazionale per un islam italiano”.

Mariano Crociata

– Mons. Crociata, quali sono, a livello diocesano e locale, i punti di maggior contatto e di tensione con i musulmani presenti?

Al 2016, gli immigrati nella provincia di Latina risultano superare i 48 mila su oltre 570 mila abitanti. Di questi, sono di religione musulmana circa il 10%. Nel corso dello stesso anno, il Centro culturale islamico di Latina ha indicato in circa 13 mila i singoli ingressi, non solo dalla città ma anche dal territorio. Le associazioni musulmane presenti hanno cercato e incrementato nel tempo rapporti con le istituzioni locali, anche religiose.

Sul versante ecclesiale va segnalato un gruppo di incontro interreligioso che da tempo si raccoglie nella parrocchia di San Luca. Non sono mancate occasioni di incontro e di scambio di saluti, segno della ricerca di contatti e di relazioni. Non si registrano punti di tensione determinati da ragioni religiose. Il carattere prevalentemente economico delle cause e delle motivazioni che hanno portato a fermarsi in questa provincia tante persone di religione musulmana, conferisce alla convivenza un’impronta pragmatica di ricerca di relazioni mossa dalla cura dei rispettivi interessi. Il risultato predominante è lo stabilirsi di rapporti di vicinato e di buona convivenza nella vita quotidiana, che affida ai tempi lunghi l’apprendimento della possibilità di entrare reciprocamente in confidenza e di costruire uno stare bene insieme.

L’islamofobia

– La Chiesa (sia a livello universale che episcopale) costituisce oggi una resistenza all’islamofobia. Quali resistenza trova al suo interno? La scelta del dialogo può essere ridiscussa?

Allargando lo sguardo oltre i confini del territorio diocesano, mi sembra corretto dire che la Chiesa è un ambito di resistenza alla islamofobia. Le forme di ostilità che, al contrario, in essa si possono riscontrare sono analoghe, in proporzione, a quelle che si osservano nella collettività in generale. Esse segnalano la permeabilità dell’“opinione pubblica ecclesiale” ai luoghi comuni e agli slogan che imperversano nei mezzi di comunicazione, dalla stampa fino ai social, alimentando allarmi e paure per ragioni ideologiche e politiche, oltre che a motivo di preoccupazioni di carattere economico. Tali fenomeni segnalano l’esigenza di una maggiore consapevolezza e autonomia critica da parte di tanti nostri credenti, che faccia cogliere, per esempio, il valore di arricchimento, non solo economico, che gli immigrati procurano alla collettività nel suo insieme. Quando si passa dai proclami generali di carattere ideologico ai rapporti concreti di buon vicinato negli ambienti di vita e di lavoro, appare che la convivenza è un dato irreversibile. Il dialogo, almeno quello della vita e dello stare insieme nei ritmi ordinari dell’esistenza, è da considerare anch’esso irreversibile, se non altro come processo in atto e sempre più intenso.

Gli approcci possibili

– Le indicazioni pastorali prevalenti puntano sul dialogo della carità, sulle iniziative comuni verso i poveri. C’è, a suo parere, spazio per un confronto anche teologico? L’approccio storico-critico ai testi, il tema del monoteismo, i santi nomi di Dio ecc., possono essere messi a confronto?

Il dialogo più efficace e duraturo è quello che si sviluppa con naturalezza nel quadro di incontri ordinari e di relazioni maturate nel tempo nelle normali condizioni di vita. Esso deve essere incoraggiato e sostenuto. I contatti e i confronti istituzionali e accademici hanno una funzione indispensabile nel processo di apprendimento, approfondimento e diffusione della reciproca conoscenza, ma la loro efficacia sul vissuto sociale e religioso passa attraverso la mediazione delle forme e dei tempi dell’incontro e dello scambio nella convivenza ordinaria.

In questo senso la condizione fondamentale per favorire il dialogo sta nel creare spazi e condizioni di buone relazioni, lontano da ogni forma di ghettizzazione e di discriminazione. In questo quadro il confronto teologico presuppone e si colloca dentro un contesto di dialogo della vita, della collaborazione e della solidarietà. Esso ha una finalità eminentemente conoscitiva, essendo proprio l’ignoranza dell’altro una causa rilevante di fraintendimenti e ostilità. D’altra parte, tale confronto serve a capire le differenze e non certo alla loro cancellazione in vista di chissà quale irenistica unificazione. Conoscere l’altro nella sua distinta e peculiare diversità, senza rinunciare a cogliere le comunanze, le affinità e, nel caso dell’islam, le molte radici comuni: a questo mira il dialogo. Non bisogna perdere di vista, però, che le due tradizioni religiose, cristiana e islamica, anche se non sono chiuse ciascuna in se stessa, possiedono una coerente visione onnicomprensiva che tende ad abbracciare la totalità del reale. La prima condizione del loro rapporto dialogico è tenerlo presente e coltivare un atteggiamento di reciproco rispetto.

Una considerazione importante da aggiungere riguarda il carattere differenziato dell’islam (come del resto del cristianesimo). Pur nella comunanza di contenuti dottrinali e normativi e di pratiche comuni, non esiste un solo islam. Non si può ignorare l’impronta differenziante che geografia, storia e cultura conferiscono all’attuazione dell’islam nei diversi contesti continentali e regionali. Ci sono evoluzioni che stanno maturando sul piano dottrinale e legislativo in alcune parti del mondo musulmano, come ci sono irrigidimenti fondamentalistici in altre parti nelle quali si giunge fino all’estremismo e alla violenza.

Il fronte forse più sensibile della riflessione all’interno del mondo islamico è proprio il citato approccio storico-critico ai testi sacri, per le implicazioni che comporta in ambiti nevralgici come quello teologico, quello giuridico e quello politico. La sua recezione nell’ambito degli studi e della coscienza dell’islam è un processo che può avvenire solo dall’interno del mondo musulmano. Non c’è dubbio che questo processo risulta singolarmente favorito e stimolato nei credenti musulmani che vivono, lavorano e studiano nei Paesi occidentali, dove si può dire che comunque sta nascendo un islam occidentale, peraltro anch’esso multiforme e variegato. Non mancherebbe di esercitare un influsso rilevante la frequentazione, da parte di studiosi e studenti musulmani, degli studi storici e biblici dei nostri atenei laici ed ecclesiastici.

A fronte di tale questione generale, singoli temi importantissimi, come il monoteismo, sono suscettibili di essere esplorati in modo da comprenderne la rispettiva peculiarità – cristiana e islamica –, raccogliendone gli stimoli che reciprocamente procurano e vagliando gli sviluppi che l’elaborazione del tema conosce nei diversi ambiti religiosi. Su tutto questo si staglia la grande questione, che inquieta e provoca tutte le esperienze e le tradizioni religiose, e cioè quella che tocca il rapporto tra identità e storicità.

Persecuzioni e fondamentalismo

– Le persecuzioni sono tornate e il fondamentalismo islamico ne è spesso all’origine. Come combinare denuncia e dialogo?

È esatto parlare di fondamentalismo islamico come si parlerebbe di una malattia rispetto ad un organismo normale. Tanto più che questo tipo di malattia colpisce anche altri organismi, è una sorta di patologia tipica di questa stagione storica. Lo confermano non solo le varie forme di fondamentalismo che intaccano diverse tradizioni religiose e culture, ma anche il coinvolgimento di giovani e meno giovani dell’Occidente (non sempre di estrazione musulmana) in derive terroristiche preferibilmente islamistiche (secondo una tendenza alla “islamizzazione del radicalismo”, come la definisce da O. Roy). È importante tenere distinto l’islam dalla malattia che lo affligge e in maniera tanto grave. Credo sia da contrastare ogni forma di collegamento strutturale tra loro, per quanto si possano trovare delle radici storiche e testuali che nondimeno vanno attentamente esaminate e contestualizzate. Se non altro, mostra tale distanza tra l’islam e il suo fondamentalismo l’affacciarsi del rifiuto di mettere a morte chi abbandona l’islam per un’altra religione. Sarebbe importante favorire la nascita, per noi, di un islam italiano, che parli italiano nella vita quotidiana e nelle moschee e centri culturali, e che si riconosca nel patrimonio di cultura e di valori condensato nella Costituzione repubblicana.

Un fatto incontestabile resta comunque la persecuzione vera e propria che viene praticata in modo particolare contro i cristiani, in misura spesso diffusa e sistematica. La denuncia su questo punto deve essere inequivocabile e instancabile; come pure la solidarietà verso le popolazioni e i gruppi oppressi da tale minaccia. Fa parte del cammino di costruzione di una convivenza pacifica e feconda la richiesta ai musulmani che vivono tra noi di condannare le persecuzioni, in nome, se non anche di motivi religiosi, almeno del comune senso dell’umano e della dignità intangibile di ogni persona con la sua coscienza e la sua libertà.

Accanto alla denuncia e alla condanna, è necessario adoperarsi per capire la radice, la genesi e l’esplosione del fenomeno nei diversi ambienti e circostanze in cui si manifesta. Troppi sono i motivi che si intrecciano attorno al dramma della persecuzione dei cristiani e troppo grande è la confusione tra l’odio ai cristiani e alla loro fede e le molteplici e complesse ragioni di tipo intraislamico, etnico, economico e politico che vi si mescolano. Questo sforzo obiettivo e completo di comprensione è la forma di dialogo che è possibile, ma anche necessario, intrattenere di fronte alle situazioni di conflitto con coinvolgimento di cristiani come vittime di persecuzione. A partire da tale sforzo di comprensione diventerà più chiaro come pensare e cominciare a costruire relazioni con chi attualmente si rende responsabile di una violenza che non è esagerato qualificare di una crudeltà bestiale.

Lo spazio pubblico delle religioni

– C’è una rinnovata dimensione pubblica delle fedi. Come potrebbe esprimersi a suo avviso?

Se faccio un confronto tra la situazione attuale e quella di qualche decennio fa, quantomeno in Italia, constato che uno degli effetti indiretti prodotti dall’immigrazione multireligiosa – accanto ad altri fattori di evoluzione interni alla nostra cultura – è la possibilità di parlare pubblicamente di religione senza suscitare reazioni scandalizzate o irritate. Non manca chi insiste ancora sul fatto che la religione debba essere relegata nell’ambito del privato, ma questa ha preso sempre di più la dimensione di una opinione tra le altre presenti nel dibattito pubblico. L’aver riguadagnato legittimità nello spazio pubblico, almeno in Occidente, dà alla religione uno strumento in più per contrastare la deriva fondamentalistica che l’affligge come un virus estremamente pericoloso.

Di fatto, sussiste una connessione, tra evoluzione della cultura occidentale e reazione fondamentalistica delle religioni, che andrebbe pensata più a fondo di quanto di solito non avvenga. L’insidia, infatti, si è insediata stabilmente all’interno del nostro mondo tecnicamente evoluto, culturalmente consumistico e spiritualmente nichilistico. Il discorso pubblico della e sulla religione deve riportare al centro dell’attenzione la questione del senso di ciò che siamo e facciamo, senza il quale lo strapotere del tecno-capitalismo e il proceduralismo della democrazia contemporanea finiranno per seppellire le possibilità di convivenza tra religioni e culture differenti. Il fondamentalismo è, in fondo, il sintomo di un malessere spirituale e sociale che disperatamente denuncia la minaccia che incombe sul futuro della cultura e della convivenza. Esso pone, in altri termini, la questione del rapporto tra laicità e religione nel nostro Paese e nell’Occidente; ma qui si apre un discorso che richiederebbe altri sviluppi.

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