Macron, cattolicesimo e laicità

di: Cécile Chambraud

Philippe Portier, sociologo, è docente alla École pratique des Hautes études e direttore del Groupe sociétés, religions, laïcités, analizza le novità del discorso di Emmanuel Macron su cattolicesimo e la laicità pronunciato davanti ai vescovi nel discorso al Collège des Bernardins lo scorso lunedì 9 aprile.

Macron

– Emmanuel Macron attribuisce un posto particolare al cattolicesimo rispetto alle altre religioni?

Emmanuel Macron presenta lo Stato e la Chiesa come enti che devono essere in situazione di alleanza. È un discorso tradizionale nel linguaggio cattolico. Due elementi delle sue affermazioni rinviano a un linguaggio di Chiesa, dove si afferma la specificità del cattolicesimo nella società francese. Il primo elemento è che parla della Chiesa come un ente, accanto allo Stato, depositario di un ordine che ha la propria giurisdizione. La Chiesa e lo Stato sono due società autonome che hanno ciascuna un ordine di giurisdizione specifica. Non ha usato questo linguaggio con gli ebrei, i musulmani o i protestanti. Questo rinvia all’autocomprensione della Chiesa che non si ritiene una comunità di credenza come le altre, ma come la depositaria della parola di Cristo e che ha, nei confronti dello Stato, un ordine di giurisdizione specifico. Il secondo elemento, che non si ritrova nei discorsi alle altre comunità di fede, è l’associazione costante tra nazione e religione cattolica. Ha parlato delle radici cristiane della Francia come di una sorta di evidenza storica. Questo discorso segna molto bene la centralità del cattolicesimo nella costituzione della nazione francese.

– Questa particolarità accordata al cattolicesimo ha delle ripercussioni per gli altri culti?

Sicuramente. Per Emmanuel Macron, tutte le religioni partecipano alla concertazione nazionale. Ma continua a mettere in evidenza il fatto che il cattolicesimo ha una natura teologica e storica particolare. E che ha saputo, nonostante la sua intransigenza originale, inserirsi nella République e accettare i principi della democrazia costituzionale. È la grande differenza rispetto all’islam al quale domanda, in diversi dei suoi discorsi, di fare uno sforzo di acclimatazione e di istituzionalizzazione, come hanno fatto gli altri culti. In questo è molto francese, e anche cattolico: concepisce il religioso in una dialettica tra il soggetto e l’istituzione. Nel suo modo di rivolgersi al cattolicesimo, la presenza del nunzio – il rappresentante della Santa Sede in Francia –  presenta la Chiesa come un’istituzione internazionale. In tale presenza si esprime una logica concordataria.

– Il discorso di Macron segna una rottura nella concezione della nostra laicità?

Sì e no. Ci sono state, nelle presidenze precedenti, delle pratiche di dialogo, di mobilitazione del religioso a servizio del bene comune. Ma con Emmanuel Macron, questo diventa molto più formalizzato ed è oggetto di discorso esplicito. A partire dagli anni 60-70 del secolo scorso, man mano che lo Stato si riteneva meno in grado di risolvere da solo i problemi sociali, è stata attuata, nei confronti dei culti, una politica di riconoscimento. C’è stata l’idea che lo Stato non può fare tutto e che ha bisogno di appoggiarsi su forze esterne. È una linea già tenuta da François Mitterrand nel 1983, quando inaugurava il Comitato nazionale di etica, e diceva che avevamo bisogno delle saggezze delle forze religiose e portatrici di convinzioni. Ritroviamo la stessa cosa con Emmanuel Macron. La differenza, è che ciò che appariva fuggevolmente nei discorsi dell’uno o dell’altro presidente, con lui questo assume l’importanza di una dottrina molto formale.

– In qualche modo, questo atteggiamento arriverebbe a completare un’evoluzione?

Arriva a completare ed esplicitare un’evoluzione all’opera già dagli anni 60 e 70. Man mano che lo Stato si trovava scosso nella sua capacità di azione sulla realtà da forze che non padroneggiava – l’individualizzazione della società, la globalizzazione -, ha cercato di farvi fronte con le forze della società civile. È stata progressivamente attuata una politica di riconoscimento: i culti sono stati maggiormente invitati a partecipare alla riflessione, sono stati finanziati di più, sono state delegate loro maggiori competenze… Negli anni 1993-1994, quando era ministro dell’interno, Charles Pasqua diceva già che, nelle banlieues, avevamo bisogno dell’impegno dei cristiani. Emmanuel Macron ha ripreso questa idea che il welfare state  non arriva a fare tutto. Ciò che nei discorsi dei governanti precedenti semplicemente affiorava, in Emmanuel Macron lo si ritrova con un linguaggio molto particolare.

– Non mantiene in questo modo una certa ambiguità tra, da un lato, i rapporti della Chiesa e dello Stato, e dall’altro, i rapporti dei cattolici con la République?

In lui coesistono due tendenze. La prima è molto da «cattolico aperto». Rinvia all’idea che è a partire dagli impegni della base che il cattolicesimo può realizzarsi ed irrigare la società con i suoi valori. Lunedì, ha molto insistito sull’impegno sociale dei cattolici. Durante la campagna presidenziale, ha visitato il Secours catholique. È un cattolicesimo segnato da Emmanuel Mounier. Al contempo, ed è il suo lato più tradizionale, fa sempre riferimento all’istituzione, cosa che si ritroverebbe con difficoltà nei cattolici liberal. C’è una sorta di comprensione dialettica del cattolicesimo come un impegno dei cristiani sostenuto da una istituzione a sua volta inserita nella storia. Nella campagna presidenziale, dopo aver visitato il Secours catholique, si è recato alla basilica di Saint Denis. Non credo che quelle affermazioni siano solo strategiche, destinate, per gli uni, ai cattolici di sinistra, per gli altri ai cattolici identitari. Esiste tra i due una cooperazione dialettica.

– Come interpreta la sua frase sul “rapporto” guastato tra la Chiesa e lo Stato? Parla di queste istituzioni o dei cattolici e della comunità politica?

C’è una ambiguità. Fa allusione alla storia, ad una laicità di lotta che avrebbe lasciato poco spazio alla Chiesa? In questo caso si tratterebbe di rivedere la filosofia di separazione netta per cercare di sostituirla con una laicità di riconoscimento. Di far intervenire una laicità di fiducia al posto di una laicità di diffidenza. Oppure, seconda ipotesi, si tratta di prendere atto che, dagli anni 1990-2000, i cattolici sono sempre più diffidenti nei confronti della République e dei governanti, che i cattolici si isolano in un atteggiamento comunitarista, identitario, che li allontana dalla comunità nazionale. Bisognerebbe allora por fine a questa evoluzione e permettere loro di reinserirsi nel dialogo pubblico.

L’intervista concessa da Philippe Portier a Cécile Chambraud, apparsa su Le Monde il 12 aprile 2018, la riprendiamo nella traduzione del sito Fine Settimana (www.finesettimana.org).

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