Orsini: la Russia ha vinto, serve un compromesso

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Le variabili legate alla guerra in Ucraina sono molte, complesse e contraddittorie: la resistenza all’invasione Russa c’è per salvare Zelensky e la democrazia, non solo quella che lo ha portato alla carica di presidente dell’Ucraina, ma anche la stessa idea di democrazia come eredità maggiore della recente storia europea. In questo momento l’Ucraina rappresenta ben più di se stessa: abbandonarla al suo destino significherebbe gettare nel caos tutta l’area baltica con le sue nazioni e popolazioni. Cedere alla globalizzazione come sistema normativo sovrano, significherebbe consegnarsi alle mani della Cina. Resta difficile declinare insieme saggezza geopolitica e cura umanitaria; ogni possibile soluzione ha i suoi elementi di forza e debolezza.

«L’Ucraina, fondamentalmente, è persa. (…) Se il nostro obiettivo è salvare vite umane dobbiamo essere molto chiari: la Russia ha vinto (…). E questo rende molto urgente una trattativa con la Russia». Domenica 27 febbraio, in un’intervista concessa al radiogiornale della rete nazionale della Svizzera italiana (RSI), il direttore dell’Osservatorio sulla sicurezza internazionale dell’Università LUISS di Roma, il prof. Alessandro Orsini (qui la sua pagina personale), ha fatto il punto sull’invasione militare russa ai danni dell’Ucraina, esprimendo con le sue posizioni una lettura della situazione piuttosto diversa da quella più diffusa reperibile sui media mainstream europei e occidentali.

Al prof. Orsini questa narrazione appare segnata da una «gravissima sottovalutazione» della realtà:

«Non abbiamo colto il punto fondamentale: il fatto che la Russia ha continuità territoriale con l’Ucraina. Il che significa che se Putin manda 10 mila soldati in Ucraina e questi incredibilmente vengono respinti, ne invierà altri 10 mila, poi 30 mila, poi 50 mila, poi 100 mila, poi 180 mila… quindi l’Ucraina, fondamentalmente, è persa. L’idea che stiamo cercando di alimentare in queste ore è totalmente priva di fondamento nella realtà: il fatto che Kiev da sola, senza un intervento militare degli Stati Uniti, della Francia, della Germania, possa resistere è semplicemente da escludersi. Qui non stiamo parlando di uno sbarco anfibio americano a Okinawa durante la Seconda guerra mondiale. Qui la Russia attacca l’Ucraina avendo continuità territoriale e non incontrando nessun ostacolo nel trasferimento di truppe dal confine nazionale all’Ucraina. Per spostare soldati dalla Russia a Kiev, Putin non deve fronteggiare né soldati americani, né soldati inglesi, né soldati francesi (…). Questa situazione rende molto urgente una trattativa con la Russia».

Cosa vogliamo ottenere

«Il punto fondamentale è che cosa noi europei vogliamo ottenere». Secondo il sociologo della LUISS, se Europa e Stati Uniti alimenteranno e spingeranno avanti questo conflitto (attraverso l’invio di armamenti e altri mezzi all’esercito ucraino), ciò che si configura per il futuro sarà non solo nell’immediato il «massacro» degli abitanti di Kiev (e di altre città dell’Ucraina), ma anche il rischio di creare una situazione simile a quella siriana nel cuore dell’Europa. L’Ucraina non può diventare – sostiene Orsini – una cavia nel braccio di ferro tra Occidente e Russia.

«Il punto fondamentale è che cosa noi europei vogliamo ottenere. (…) Se l’obiettivo è salvare vite umane – e questa è la mia posizione personale – dobbiamo essere molto chiari: la Russia ha vinto. Ha vinto sugli Stati Uniti, sull’Italia, sull’UE e sulla NATO. Se noi portiamo avanti questa guerra, gli abitanti di Kiev saranno massacrati. Se pensiamo di “sirianizzare” il conflitto in Ucraina – come l’Inghilterra sta facendo – vendendo missili anticarro, bombe, fucili, armamenti per fronteggiare l’esercito russo, quello che faremo è creare un’altra Siria nel cuore dell’Europa. La ragione per cui il conflitto in Siria è durato così tanti anni è perché non si è verificato il fenomeno dell’esaurimento delle risorse che generalmente porta fine alle guerre. Vuol dire che non ci sono più proiettili, non ci sono più munizioni, non c’è più benzina, e quindi i paesi cercano di fare la pace. In Siria l’Occidente ha tragicamente alimentato il conflitto, vendendo una quantità spropositata di armi – come d’altro canto ha fatto l’Arabia Saudita e altri paesi – e sostenendo la guerriglia interna. Ragione per cui le manifestazioni di esultanza di queste ore, secondo le quali “L’UE sta reagendo, sta aiutando l’Ucraina a fronteggiare i russi”, dal mio punto di vista – che è umanitario e non politico – sono un delirio collettivo. (…) Rischiamo di utilizzare l’Ucraina come una sorta di cavia in questo braccio di ferro tra l’Occidente e la Russia».

L’«arma» delle sanzioni

Quale dunque l’efficacia e quali gli effetti complessivi e le ricadute delle dure sanzioni imposte alla Russia dai paesi del blocco occidentale? Anche in questo caso, secondo il prof. Orsini, la lettura occidentale è distorta, perché – a motivo della stretta interdipendenza economica, commerciale ed energetica – la Russia mantiene il coltello dalla parte del manico. La cosiddetta «arma» delle sanzioni potrebbe dunque rivelarsi spuntata o addirittura, come diversi commentatori sostengono, un «boomerang» per i paesi europei:

«La rappresentazione delle sanzioni contro la Russia che stiamo dando in Europa è una rappresentazione distorta. Perché noi stiamo dicendo: “Adesso colpiremo la Russia e le faremo tanto male con queste sanzioni”. Bisogna tenere presente che l’interdipendenza economica, commerciale ed energetica tra Europa e Russia è talmente stretta che tutte le sanzioni che prenderemo si ripercuoteranno contro i paesi europei che le introducono. (…) Se davvero la Russia viene buttata fuori dal sistema SWIFT, l’Italia – ma anche altre nazioni, come la Germania – non potrà pagare il gas e la Russia non potrà fornirlo, perché non sarebbe possibile ottenere il pagamento. Se però si escludessero dalle sanzioni questi canali di pagamento per le forniture di gas, la Russia continuerebbe a ricattarci e a rimanere in una posizione dominante. Raccontarci che il manico del coltello starebbe dalla parte dell’Europa, a mio giudizio, è una grave distorsione dei fatti. In una prospettiva di medio-lungo periodo, il coltello dalla parte del manico lo tiene la Russia, non l’UE».

Una sola via di uscita

Il piano della diplomazia appare sempre più fragile, ma sembra rimanere uno spazio ancora aperto, nonostante Putin non dia tregua per il momento alle operazioni militari. Ma la possibilità di uscire da questa situazione – afferma con convinzione Orsini – è tecnicamente soltanto una: che l’Occidente acconsenta alla demilitarizzazione della Ucraina e si impegni a non annettere per il futuro il paese all’alleanza atlantica. Questo consentirebbe un compromesso con Putin, che potrebbe anche avvicinare l’Ucraina economicamente e politicamente all’UE.

«Esiste uno spazio reale per la diplomazia soltanto se Unione Europea e NATO accettano la richiesta di Putin di demilitarizzare l’Ucraina e di assicurare che l’Ucraina non entrerà mai a far parte della NATO. Ci tengo a precisare che io sono personalmente del tutto schierato dalla parte degli Stati Uniti e dalla parte del blocco occidentale, che condanno l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Ma, se mi si pone la domanda sui mezzi che dobbiamo utilizzare per uscire da questo incubo, non posso che rispondere come ho già detto: esiste un solo modo, accettare la richiesta di Putin che l’Ucraina venga demilitarizzata e che non entri mai a far parte della NATO. Da parte nostra, questa è la mia proposta, dovremmo chiedere che Putin consenta alla Ucraina di entrare nell’UE. Insomma, giungere a un compromesso, a un accordo con Putin che dica quanto segue: “Noi accettiamo la tua richiesta di demilitarizzare l’Ucraina e di mettere per iscritto che non entrerà mai nella NATO; tu Putin accetti la nostra richiesta che politicamente ed economicamente l’Ucraina possa entrare nella UE”. In questo modo si crea una sorta di “mondo di mezzo”, in nome della pace, accettando nel cuore dell’Europa l’esistenza di un paese iperpacifista e demilitarizzato. La soluzione sarebbe anche nell’interesse del sistema paese Italia, che – a differenza di altri paesi, come l’Inghilterra – non può guadagnare dalle guerre, avendo una legge (del 1990) che le impedisce di vendere armi a paesi in stato di conflitto armato».

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2 Commenti

  1. Pier Angelo Pozzato 4 marzo 2022
  2. Davide Gozio 3 marzo 2022

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