Pensieri di un abate austriaco

di: Johannes Jung

Molti i temi toccati in questa intervista nella quale l’abate Johannes Jung risponde alle domande di Lorenzo Prezzi; pastorale parrocchiale, ruolo dei monaci, seminari, preti stranieri, “Noi siamo Chiesa”, “viri probati”, ruolo delle donne nella Chiesa… una panoramica a tutto campo alla ricerca delle soluzioni migliori.

Abate Jung, perché in Austria i monasteri sono direttamente coinvolti nell’opera pastorale?

La spiegazione dell’attività delle comunità religiose austriache nella pastorale parrocchiale è complessa e dipende dallo sviluppo storico. Gli attuali monasteri “più antichi” furono fondati nel Medioevo e hanno ricevuto, secondo la legge tedesca, come base materiale delle proprietà terriere con l’obbligo anche della cura pastorale, e quindi anche di scegliere e pagare il prete il quale non era necessariamente un membro del monastero.

In due fasi storiche questi preti “secolari” furono sostituiti da sacerdoti degli ordini religiosi: al tempo della Riforma e della Controriforma (16° e 17° secolo) a causa del passaggio di molti parroci alla confessione evangelica (l’Austria nella seconda metà del secolo 16° era per il 90% protestante) e, più tardi, in seguito alle riforme giuseppine (sec. 18°) in cui numerose fondazioni parrocchiali per ordine dell’imperatore furono occupate da sacerdoti religiosi.

Ciò ebbe come conseguenza il fatto che oggi nelle maggiori diocesi orientali dell’Austria, in particolare nella provincia della Chiesa viennese, circa la metà sono parroci religiosi (appartenenti agli “ordini antichi”, ma anche a fondazioni del sec. 19°) così che, scherzosamente, non si parlava di benedettini, cistercensi, canonici, francescani ecc., ma di un “ordine globale integrato austriaco”).

L’orientamento carismatico di fondazione delle singole comunità è avvenuto in seguito al concilio Vaticano II (in misura diversa), tuttavia la pastorale parrocchiale costituisce sempre un campo notevole di impegno della comunità religiose che, negli istituti clericali, è molto bene accolto, ma impedisce lo sviluppo autonomo delle singole comunità, soprattutto se queste dispongono di scarse risorse, per poter operare in maniera più efficace come centro pastorale sul luogo.

Monastero benedettino

Per formare i preti sono ancora necessari i seminari? Vi sono altre vie?

Ai numerosi vantaggi dei seminari (vita spirituale comune, esperienza di una comunità presbiterale, esperienza di diversi percorsi vocazionali e del loro riconoscimento, vantaggi pratici per lo studio sul luogo, aiuti reciproci nell’organizzazione dello studio scientifico) si contrappongono dei pericoli strutturali: la formazione di una “società speciale” con dei riflessi sull’immagine della Chiesa, la diffusione virale di discutibili “modalità” di reclutamento clericale, la possibilità del sorgere o diffondersi di personalità malate o per lo meno problematiche.

A questi rischi, a mio parere, cercano di fare attenzione i responsabili, soprattutto i superiori e i direttori spirituali, e io so di non pochi candidati che sono stati respinti per queste ragioni o hanno dovuto lasciare il seminario.

Per quanto mi consta, gli studenti vengono anche incoraggiati a studiare per un certo tempo in altre università e a vivere in case parrocchiali o in alloggi in comune. Inoltre, nell’ultima fase prima dell’ordinazione al diaconato, vengono invitati a trascorrere un anno di praticantato in una comunità parrocchiale (mezza settimana in questa parrocchia, l’altra metà in seminario), in modo che non si possa dire che i candidati al sacerdozio non hanno alcuna esperienza della realtà pastorale, cosa tanto più importante in quanto molti studenti non hanno alcuna “esperienza parrocchiale”, ma hanno trovato la loro vocazione al sacerdozio attraverso diversi movimenti o comunità.

Una lacuna significativa nello sviluppo personale dei seminaristi a me sembra il fatto che – a parte l’una o l’altra accompagnatrice spirituale – le “autorità” in seminario sono esclusivamente uomini. Un’importante partecipazione di donne, integrate nella vita quotidiana del seminario, potrebbe, da un lato, offrire importanti indicazioni circa l’idoneità di uno studente, ma anche al fatto che, nelle comunità e nella Chiesa in generale, anche le donne possiedono una piena autorità di leadership e di competenza spirituale e che non è una vergogna accettarlo.

Occorre aggiungere che il 50% dei membri del clero occupati nella pastorale non sono normalmente formati nei seminari, è ciò sta a indicare che anche in altri contesti è possibile trovare una via al ministero sacerdotale.

La formazione scientifica di norma avviene nelle facoltà teologiche statali o nell’università cattolica privata di Linz. Un’eccezione è rappresentata dalla scuola superiore filosofica-teologica dell’abazia cistercense di Heiligenkreuz.

– Il ricorso sistematico a preti stranieri è saggio?

Questa domanda va considerata in maniera differenziata a partire dall’esperienza pratica. Nel nostro Paese ci sono non pochi sacerdoti stranieri che servono bene le comunità, sono attenti alla mentalità della gente, hanno acquisito una buona conoscenza della lingua e sono realmente dei buoni pastori.

Ad essi si contrappone un (maggiore?) numero di preti che sono privi di una o più delle suddette qualità: trasmettono un’immagine di Chiesa e di sacerdozio del loro paese di provenienza, imparano in maniera insufficiente la lingua, limitano la loro attività ai sacramenti o ai sacramentali e rimangono estranei al loro gregge… Di alcuni si dice che siano avidi di denaro, ed effettivamente conosco degli esempi del genere.

Purtroppo, questi pastori non solo costituiscono un grave peso per le singole comunità pastorali, ma anche per la Chiesa in generale. Cosa devo pensare di un parroco che in occasione di una cresima, dopo la comunione, mi dice all’orecchio che purtroppo deve andare perché ha un battesimo in un’altra chiesa? Quale impressione hanno i cresimati, i loro padrini e i genitori: non siamo forse benvenuti?

Nel nostro paese ci sono esperienze di preti di altre regioni già dai tempi della monarchia, prima del 1918. Il loro numero tuttavia era molto minore di oggi – venivano da un ambiente culturale più o meno uniforme e possedevano la lingua tedesca in maniera eccellente. Generalmente, dei preti che operano oggi nel paese questo non lo si può dire. Ciò non significa essere sciovinisti! Anche i preti locali a volte non danno una buona immagine – tuttavia, per quanto riguarda i preti che non sono di origine austriaca, ciò costituisce “un problema nel sistema”.

Che aspetto può avere una comunità in cui per anni e persino per decenni il Vangelo viene annunciato in questo modo? Temo che la fede si inaridisca, che i giovani cerchino altre persone e non possano svilupparsi sane vocazioni a servizio del popolo di Dio. Questa sarebbe tuttavia la strada giusta per costruire delle comunità con la loro caratteristica missionaria.

– Come organizzerebbe oggi una parrocchia? Con quali priorità e strutture?

Molte comunità oggi non sono in grado di assolvere a tutti i compiti relativi all’immagine di una struttura “completa”. Per questa ragione devono tenere presenti i compiti fondamentali delle comunità cristiane: liturgia, diaconia, annuncio, e verificare quali servizi possono (e dovrebbero) compiere da sole e quali hanno bisogno della collaborazione di altre comunità. Dai servizi risulta l’immagine concreta di una parrocchia così orientata.

Parrocchia austriaca

Per riuscirvi, occorre la sinodalità: in senso orizzontale, nella cerchia dei battezzati del luogo per avere una concreta visione della situazione della gente, senza trascurare i “bisognosi”, e allacciare una specie di rete sociale; in senso verticale, per quegli ambiti in cui i singoli parroci sarebbero sovraccarichi (o anche occupati in cose per cui non c’è più alcun bisogno). Occorre distinguere tra la guida di una comunità (parrocchia), che ha molto lavoro organizzativo da compiere, scoprire e promuovere i carismi, e il compito originario del sacerdozio, che è di aver cura di celebrare l’eucaristia, il servizio della riconciliazione ecc.

C’è stata una religiosità di popolo in Austria. Si va verso una spiritualità di diaspora?

La differenza tra la città e la campagna è notevole. Qui c’è ancora la congruenza tra società borghese e società ecclesiale: la feste religiose, che sono anche manifestazioni per la società civile, e una cornice religiosa delle feste pubbliche mediante le parrocchie; là – nelle città – vi è una giustapposizione di raggruppamenti di cui fa parte anche la Chiesa, e in certo grado dove esiste anche una competizione tra questi gruppi.

Circa 25 anni fa, per esempio, la popolazione di una piccola comunità cittadina (civile) proibiva l’apertura delle discoteche il venerdì santo, oggi non mi aspetto più una simile protesta. Tuttavia, nelle città i cristiani trovano più facilmente della comunità attraenti dove stare insieme e hanno imparato che, per la vita di una comunità, non è necessario il sostegno delle autorità civili, anzi che bisogna stare attenti a queste promozioni per il pericolo di essere abbindolati.

Il cristianesimo decisivo si trova sicuramente in una “situazione di diaspora”. Tuttavia, in un’analisi del genere, non bisogna basarsi unicamente sui numeri. È vero che nel 2017 circa un terzo della popolazione di Vienna era senza una confessione religiosa (non battezzati o usciti dalla Chiesa), ma c’è anche un numero considerevole di cattolici che frequentano la messa domenicale e che hanno lasciato la Chiesa per ragioni diverse dalla perdita della fede.

– La grande tradizione cattolica è chiamata a un futuro semplicemente cristiano? Soprattutto davanti all’islam?

La separazione delle Chiese cristiane oggi è percepita spesso come uno scandalo. Anche solo per questo il dialogo ecumenico è indispensabile. È deplorevole che la ricerca teologica, le sue dichiarazioni di convergenza, nel dialogo tra le Chiese trovino troppo poca risonanza. Cristiani e cristiane nel loro ambiente già da lungo hanno trovato una convivenza del genere, soprattutto gli sposi di diversa confessione.

L’islam, da parte sua, dovrebbe trovare nel suo stesso interesse e descrivere con più precisione quali comportamenti teologici, sociali e politici sono “islamici” e quali invece “pseudo-islamici”. Più l’islam in Europa è colpito dalla secolarizzazione, alla stessa maniera delle Chiese cristiane, tanto più radicali diventano i gruppi “islamici” anche contro le proprie file.

Questo però non dice niente contro l’eredità cattolica; rettamente inteso, non è nemmeno un ostacolo ma un arricchimento per il dialogo ecumenico.

La stagione delle proteste cattoliche popolari come “Noi siamo Chiesa” ha prodotto frutti?

L’effetto più significativo mi sembra il fatto che le diverse posizioni dei “movimenti di protesta” hanno trovato l’accesso nelle comunità. A questo riguardo, è fondamentale osservare che i loro principali desideri erano di natura pastorale: riguardavano i divorziati risposati, l’ospitalità ecumenica, la responsabilità verso il creato e cose del genere. Molti membri di questi gruppi si sono defilati, delusi perché vedevano che le loro richieste erano troppo poco accolte, non pochi tuttavia collaborano nelle comunità, e mettono ancora i loro accenti su questi argomenti e li sostengono.

pastoraleSi può anche dire che vescovi perspicaci capiscono che i rappresentanti dei “gruppi di protesta” fanno emergere ciò che nelle comunità cristiane realmente agita molti fedeli. Ad eccezione degli ambiti ecclesiastici giuridicamente determinati (per es., l’ammissione al sacramento dell’ordine), tutti questi problemi dei battezzati sono spesso ampiamente ripresi.

Un ruolo speciale è esercitato dall’associazione “Pfarreriniative”; ad essa fanno capo non pochi pastori d’anime, che svolgono un lavoro straordinario.

Nel loro impegno per creare comunità vivaci e un orientamento ben chiaro (quindi non “grandi parrocchie”) sono in contrasto con le “tendenze” strutturali, ma in realtà sono preziosi per i vescovi perché li spingono al dialogo. Anche la sua alquanto spettacolare “chiamata alla resistenza” del 2011 mi sembra pastoralmente motivata.

Grandi speranze sono riposte da questi gruppi, ma non solo da loro, in papa Francesco. Hanno fiducia in lui, ma si aspettano anche dei passi riformatori che rendano possibili alle comunità dinamiche di valorizzate i cosiddetti laici, ma anche il cambiamento delle condizioni per l’ammissione al ministero sacerdotale. Gli scritti papali degli ultimi anni sono considerati incoraggianti in molti ambiti, ma di portata ancora poco ampia.

Come rispondere alle domande sui “viri probati”, le donne diacono, le donne preti?

La lettera apostolica di papa Giovanni Paolo II, Ordinatio sacerdotalis, del 1994, stabilisce che la prassi finora in uso della Chiesa cattolica di ordinare sacerdoti solo uomini è immutabile, e la Congregazione per la dottrina della fede ha sottolineato il carattere definitivo di questo insegnamento. Questa formale dichiarazione, 15 anni dopo la Ordinatio sacerdotalis lascia oggi contenti molto pochi. Più ancora, ciò vale per altre restrizioni di ammissione al sacerdozio ordinato. Molto attuali sono le ricerche per l’accesso delle donne al diaconato e l’ordinazione degli uomini sposati (viri probati) in cui gli ostacoli sono molto minori. A questo riguardo si ripongono delle speranze nelle competenze più volte ricordate da papa Francesco delle Chiese locali (o delle conferenze episcopali), per esempio nell’ambito del “Sinodo per l’Amazzonia”, in ottobre 2019.

Per quanto riguarda l’accesso al servizio diaconale e presbiterale, ormai da tempo il problema non riguarda più il fatto di “provvedere alle singole comunità”, ma l’interrogativo è considerato nel contesto della valorizzazione della donna nella Chiesa, i cui servizi sono ben visti.

Oggi ci sono donne di alta competenza teologica, spirituale e umana – non solo nelle comunità religiose – che hanno dimostrato la loro idoneità spesso senza alcun “incarico ministeriale” e inoltre nell’accettazione sociale delle donne in posti di leadership, cosa che non esisteva ancora fino ai tempi recenti.

È una cosa saggia lasciare queste fonti inutilizzate? Un gran numero di teologi afferma che il dato biblico non può giustificare l’esclusione delle donne dai ministeri. Se un tempo si discuteva dei problemi teologici sui mercati delle città, oggi questo argomento è diventato di dominio pubblico. Il primo argomento ce lo fornisce papa Francesco che ha attribuito ufficialmente a Maria Maddalena il titolo di Apostola apostolorum inserendolo nella liturgia. I cristiani vivono in base a un messaggio di una donna, perché non pensarci anche oggi?

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