Covid e sacramenti/1: L’iniziazione

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Il tempo della pandemia costringe a ripensare anche alla pratica dei sacramenti. La pandemia, infatti, ne ha svelato, allo stesso tempo, criticità e opportunità. Don Antonio Torresin, parroco a San Vito al Giambellino (Milano) e collaboratore di SettimanaNews, ci guiderà in questa rilettura.

Che ne è del dispositivo di iniziazione alla fede, nel corso di questa prova che la pandemia ha imposto alle nostre comunità? Vorrei porre l’attenzione soprattutto al catechismo dei fanciulli e alle celebrazioni della prima comunione e della cresima, in questo frangente che vede l’altalenarsi di chiusure e ricominciamenti.

Molti lo hanno notato: al primo lockdown il catechismo è stato semplicemente “sospeso a data da destinarsi”. La capacità inventiva delle comunità e delle catechiste (una schiera davvero considerevole ed encomiabile per la generosità, ma anche composta in genere sostanzialmente di donne avanti con l’età) per mantenere un contatto con i ragazzi chiusi in casa è stata molto, molto scarsa. Vuoi per le poche competenze tecnologiche delle catechiste, vuoi per un effetto di rigetto da parte dei ragazzi nel vivere tutto solo in modalità remota.

Nei primi mesi dopo l’estate abbiamo avuto qualche timida ripresa: sia del catechismo sia per le celebrazioni delle prime comunioni e delle cresime. In alcune diocesi l’indicazione è stata di celebrare i sacramenti per evitare un’eccessiva concentrazione nell’anno successivo. Che cosa è successo? Possiamo trarre considerazioni contrastanti.

Comunioni e cresime

Nella mia parrocchia abbiamo celebrato in più turni, e con la presenza contingentata, sia le prime comunioni che le cresime. Ho avuto anche l’occasione di amministrare la cresima in altre parrocchie, sempre con la cura dei distanziamenti, seguendo le norme indicate dalla CEI (particolarmente mortificanti nel caso dell’unzione crismale) e di una presenza contingentata.

Certamente la celebrazione ne ha guadagnato in compostezza: non si sono viste le abituali scene da mercato che troppo spesso animavano questi momenti celebrativi. Certo, pur con tutte le cautele messe in atto, non si può negare che, nel prima e nel dopo le celebrazioni, si siano verificati assembramenti non certo all’insegna della prudenza. Ma come era possibile celebrare e fare festa senza un abbraccio?

D’altra parte, la percezione era quella di celebrare un congedo, di mettere un “punto a capo”, finché si era in tempo. Quella “prima” comunione era, oggi più ancora di ieri, destinata ad essere anche l’ultima per un lungo tempo. Di fatto, alla riapertura delle chiese, chi più di tutti sono mancati sono i ragazzi e le loro famiglie.

Già prima vivevamo la contraddizione di introdurre a una pratica che non viene vissuta, ora questo è del tutto conclamato; è come insegnare a mangiare con un corso di cucina senza mai assaggiare il cibo: del tutto inutile.

Anche la cresima sembra segnare la fine di un percorso più che l’inizio, e già prima qualcuno lo chiamava il “sacramento del congedo”. Inoltre – come anche qualche altro amico prete ha notato – l’impressione (sarà per le mascherine, sarà per una presenza impacciata e goffa di ragazzi e adulti del tutto disabituati a celebrare) che si poteva percepire era un clima velato da una certa tristezza, una fede timida e incerta, come una fiammella che si spegne. Più in generale, la percezione di vivere un congedo, non solo da una partecipazione a momenti comunitari, ma il congedo da un dispositivo di iniziazione che ormai è tramontato.

Anche la ripresa, peraltro incerta e ostacolata da norme proibitive, ha dato la stessa indicazione. Molte parrocchie hanno cercato di ricominciare il catechismo (ma non tutte ci sono riuscite), alcuni riprendendo il ritmo settimanale (poche) oppure con un ritmo più blando, mensile, per via delle norme di distanziamento.

Ora nelle cosiddette zone rosse tutto è di nuovo sospeso. Ma l’impressione è che all’incerta ripresa sia corrisposta una ancor più incerta partecipazione delle famiglie. Non poche non si sono presentate. Il messaggio che sembra arrivare è di questo tipo: “nei momenti di difficoltà, quando si deve tagliare il superfluo, il catechismo è una delle cose che si possono eliminare”. Appartiene alle cose superflue: viene dopo la scuola, lo sport, e molto altro. Semplicemente perché non lascia un segno nella vita dei ragazzi e delle loro famiglie.

Fine di un modello

Può sembrare un’analisi ingenerosa, ma credo che sia semplicemente l’indicazione della fine di un modello. Quel dispositivo di iniziazione che procedeva in parallelo con l’appartenenza scolastica e come un rito di socializzazione di massa è alla fine. Questo modello, che per certi versi resiste, perché ancora – in tempi normali – le famiglie lo richiedono, è però un dispositivo insignificante, nel senso che non lascia un segno, non incide realmente nella vita. E quando si vive un momento di emergenza, “emerge” appunto il fatto che se ne può fare a meno.

Non è così per tutti, certo: le famiglie che hanno una sensibilità viva della fede e che vivono una pratica comunitaria, che pregano insieme e che partecipano ad una comunità, continuano a farlo, anche in tempi di lockdown. In questi casi si continua a vivere in contesti domestici, un momento di trasmissione della fede, ma che rimane tentativo di singoli e non ancora un modello condiviso e sostenuto.

La fine di un modello è qui, per certi versi, drammatica perché non si vede un modello alternativo che ne prenda il posto.

La sua inconsistenza è dovuta al fatto che sembra ancora impostata prevalentemente come passaggio di contenuti e non come luogo di esperienza vitale. È più l’offerta di un servizio che la condivisione di momenti che toccano l’esistenza.

Ma c’è una domanda ancora più radicale, in questa percezione di aver celebrato un congedo. Forse non è solo il dispositivo del catechismo a non incrociare la vita lasciando un segno, ma un modello di parrocchia e di comunità cristiana.

Un’indagine fatta a livello europeo sulle Chiese nel tempo della pandemia ha messo in evidenza due figure di parrocchia che sembrano emergere: «C’è la Chiesa della partecipazione, di seguaci di Gesù decisi e ben connessi, che rende buoni servizi alle persone povere e sole e pratica una grande ospitalità. E c’è la Chiesa dei servizi, che fa offerte qualitativamente di grande valore: ora virtualmente e non solo, come prima, attraverso i riti di passaggio, che sono diminuiti durante la pandemia. Una Chiesa della partecipazione dei soli inclusi si riduce a lungo andare a una setta. Una Chiesa di soli servizi probabilmente alla fine sarà rapidamente esausta. Ma la combinazione di entrambe potrebbe dare una forma di Chiesa capace di futuro» (Paul M. Zulehner, Il Regno Attualità, 18/2020).

Di certo, il modello del catechismo nel tempo della pandemia segnala la crisi di una Chiesa dei servizi e non sembra ancora esserci quella virtuosa interazione con una Chiesa della partecipazione.

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3 Commenti

  1. Romano Mantovi 26 novembre 2020
  2. Maria Grazia Rasia 25 novembre 2020
  3. Lino Zatelli 24 novembre 2020

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