Genova: L’eucaristia tra mare e carruggi

di: Bruno Scapin

Data 1923 l’ultimo congresso eucaristico nazionale celebrato Genova. Dopo 93 anni, il capoluogo ligure torna ad ospitare, dal 15 al 18 settembre prossimi, il congresso eucaristico nazionale della Chiesa italiana, il 26° della serie.

Il documento teologico, pubblicato a cura del Comitato per i congressi eucaristici nazionali, porta il titolo “L’eucaristia sorgente della missione”. Ma molto significativo, per la consonanza con l’anno giubilare, è il sottotitolo: “Nella tua misericordia a tutti sei venuto incontro”, tratto dalla preghiera eucaristica IV. In questa preghiera «Dio viene cantato come luce d’amore… che si irradia sull’uomo e sull’universo intero nell’incarnazione del Figlio di Dio che salva il mondo» e viene narrata «la storia dell’appassionata ricerca dell’uomo da parte di Dio» (dal 1° capitolo).

Il 2° capitolo si apre con questa affermazione: «Una più profonda comprensione della santità misericordiosa di Dio, che è all’origine del dono eucaristico, può orientare meglio la nostra vita liturgica». La vita liturgica, infatti, se non ben compresa, è esposta alla superficialità, ai personalismi e alla spettacolarità. Il documento richiama con forza un principio basilare: «La liturgia non appartiene a noi, ma alla Chiesa, è tesoro della Chiesa», perché «il vero protagonista è Cristo, non noi, neppure il celebrante».

Altra preoccupazione manifestata in questo capitolo è verificare il legame che vi è tra l’azione liturgica e la vita di fede. Il rischio è di ridurre il rito solo ad «un aspetto ornamentale della vita», rifugiandosi in un rapporto individualistico e intimo con Dio, riducendo l’esperienza religiosa a «una sorta di religione “psicologica”», ad un «“sentirsi bene” individuale»; in ultima analisi, ad «un “cristianesimo senza Gesù”». Per evitare questo pericolo, «occorre riscoprire la centralità insostituibile della celebrazione dell’eucaristia», perché, partecipando alla messa, «noi ritroviamo la bussola e la forza per il nostro cammino». La domenica va considerata «come un giorno santo, che dà orientamento a tutta la settimana» e non come una «tra le tante cose della settimana, come se fosse uno degli appuntamenti in agenda».

Il capitolo 3° approfondisce il rapporto tra eucaristia e missione. Si parte da una precisa convinzione: «L’incontro eucaristico… non può che indurre le nostre comunità a realizzare quella “trasformazione missionaria” a cui, con premurosa insistenza, papa Francesco ci esorta (cf. EG 20-49)».

In che consiste questo anelito missionario? Non certo «in un aumento delle attività da svolgere, ma piuttosto nello stile di testimonianza di cui siamo debitori ai fratelli», vivendo «le cose quotidiane con spirito missionario». L’attivismo delle opere è una tentazione ricorrente: «Troppe volte – si legge nel documento – l’azione pastorale rischia di suggerire l’idea che la Chiesa è alimentata più dal moltiplicarsi dei progetti e delle opere che dal Pane del cielo offerto da Dio», mentre «l’eucaristia… mette in risalto che la missione non è anzitutto un’attività nostra, da moltiplicare a dismisura, per diffondere certe idee o valori, ma è il realizzarsi in noi del movimento con cui Dio viene incontro ad ogni uomo in Cristo e nello Spirito Santo».

Tre sono sottolineature del testo riguardanti la missionarietà che nasce dalla celebrazione eucaristica.

Innanzitutto, il primato del kerigma, ricordando che «Gesù non è semplicemente un “contenuto” che noi dobbiamo annunciare, ma è il soggetto permanente della missione». Lo sguardo fisso su di lui e la comunione intima con lui «è la prima condizione per un’evangelizzazione autentica». Scrive mons. Marco Doldi, vicario generale dell’arcidiocesi di Genova, nel suo approfondimento teologico del documento: «Nel sacramento dell’eucaristia egli ci assimila a sé, così da unirci nell’opera di annuncio: con lui siamo inviati, con lui annunciamo, con lui testimoniamo. Questa è la forza trasformante dell’eucaristia, che sempre opera in coloro che la celebrano, al punto che, senza eucaristia, non c’è né evangelizzazione, né missione».

Viene poi la dimensione comunitaria della missione, perché «la missione è un evento che ha sempre carattere comunitario». Nessuno è missionario da solo e per conto proprio, anzi, «se vogliamo che l’eucaristia imprima alle nostre comunità un vero slancio missionario, è importante correggere l’individualismo religioso che ci insidia». Logica e perentoria la conclusione: «Dove non c’è comunione, non c’è evangelizzazione».

La terza sottolineatura riguarda l’apertura alla mondialità, cioè indirizzarsi verso ogni uomo senza escludere qualcuno. «Questa – si legge nel testo – è probabilmente la sfida più grande per le nostre comunità, poiché implica un vero cambio di mentalità e di prassi». Nell’incarnazione e nell’eucaristia Dio esce da sé per venire incontro ad ogni uomo. Noi non possiamo essere destinatari di questo amore divino, se non ci coinvolgiamo in questo stesso movimento di uscita verso l’altro. «La comunità che si lascia generare dall’eucaristia sa sempre trovare le strade giuste per la vera condivisione: quella che raggiunge tutti e moltiplica la gioia».

Vengono suggeriti – nel 4° capitolo – tre ambiti in cui declinare l’impegno pastorale che trae forza dall’eucaristia.

  1. La famiglia, perché «tra l’eucaristia, sacramento della nuova alleanza in Cristo, e la famiglia esiste un legame molto profondo» e perché «nell’eucaristia gli sposi trovano il fondamento ultimo della loro unione indissolubile».
  2. L’educazione, perché «alla luce del mistero eucaristico, l’educazione porta in sé un’intrinseca matrice religiosa». È necessario chiederci «se siamo ancora davvero convinti che l’incontro sacramentale con Cristo costituisca il cardine intorno a cui costruire i nostri percorsi educativi, perché non si riducano a essere vie di socializzazione o forme di istruzione religiosa».
  3. L’ambiente, perché – come scrive papa Francesco nella Laudato si’ – «nell’eucaristia il creato trova la sua maggiore elevazione (n. 236)». Bella l’espressione del documento: «Realmente l’eucaristia sa di cielo e di grano».

Al termine di ogni capitolo una griglia di domande aiuta ad approfondire comunitariamente i contenuti del testo.

Genova, quindi, tra un mese e mezzo ospiterà il 26° congresso eucaristico. La sua conformazione di città-porto – si legge nella conclusione – «è quasi icona di ciò che la comunità cristiana è chiamata ad essere in forza dell’eucaristia». Una comunità dalle braccia aperte.

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