Lettera ai “miei” presbiteri per il Giovedì santo

di: Vincenzo Bertolone

Olio, benedizione della natura, profumo della speranza, simbolo e memoria del sacerdozio regale

Lettera ai “miei” presbiteri per il Giovedì santo 2019

1. L’olio di oliva, un grosso miracolo. «Olio con sapiente arte spremu­to / Dal puro frutto degli annosi olivi, / Che cantan – pace! – in lor linguaggio muto / Degli umbri colli pei silenti clivi, / Chiaro assai più liquido cristallo, / Fragrante quale oriental unguento, / Puro come la fé che nel metallo / Concavo t’arde sull’altar d’argento…». Questi versi, dedicati da Gabriele d’Annunzio alle antiche tecniche di pre­mitura delle olive, ci ricordano che l’olio veniva separato dalla pasta per espulsione e si avviava a diventare liquido chiaro, fragrante e pro­fumato, ottimo non soltanto per l’alimentazione, ma anche per la ritualità religiosa, simbolo[1] della fede, una volta collocato sull’altare, segno della presenza eucaristica. Simbolo e qualità espresse anche da Trilussa, nel Dialogo fra il taglialegna e l’olivo, nel quale l’olivo, nono­stante le insistenze del taglialegna perché si lasci abbattere, pensando a che cosa potrà diventare nelle mani di un artista, obietta che il vero miracolo non consiste tanto in ciò che l’artista saprà ricavare dall’al­bero abbattuto, bensì dal carico di olive che, quasi come per mira­colo, abbellisce la sua chioma: «“Invece” j’arispose er Tajalegna “Un celebre scurtore de cartello, che lavora de sgurbia e de scarpello, te prepara una fine assai più degna. // Fra poco verrai messo su l’artare, te porteranno in giro in processione, insomma sarai santo e a l’oc­casione farai quanti miracoli te pare”. L’arbero disse: “Te ringrazzio tanto: ma er carico d’olive che ciò addosso nun te pare un miracolo più grosso de tutti quelli che farei da santo?”».[2]

2. Ave, sanctum oleum. Di fronte ai santi oli, che la messa crismale oggi ci fa consacrare (olio degli infermi, olio dei catecumeni ed olio misto a balsamo o Crisma), prorompe forte e gioiosa dal no­stro animo la lode al Creatore: Ave, sancta olea! Una lode gioiosa all’olio, che una volta consacrato, assumerà forza liturgicamente simbolica, che sarà “versata” in questo frutto dell’opera umana: Ave sanctum oleum, ave sanctum chrisma! Davvero, come ci viene ricordato anche dall’enciclica Laudato si’, «l’acqua, l’olio, il fuoco e i colori sono assunti con tutta la loro forza simbolica e si incor­porano nella lode».[3] Del resto, la liturgia, convocata e presieduta da Cristo stesso, non è che la trasfigurazione e la ri-significazione dell’intero cosmo, con tutte le sue creature, visibili ed invisibili, affinché da ogni angolo della terra si elevi la gloria, la lode e l’ono­re: «Amen! Lode, gloria, sapienza, azione di grazie, onore, potenza e forza al nostro Dio nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 7,12). In particolare, l’eucaristia assume un carattere universale e, per così dire, cosmico, perché «anche quando viene celebrata sul piccolo altare di una chiesa di campagna, l’eucaristia è sempre celebrata, in certo senso, sullaltare del mondo. Essa unisce il cielo e la terra. Comprende e pervade tutto il creato».[4] E questa è un’ulteriore fonte di gioia. Del resto, «Gesù ci lascia l’eucaristia come memoria quotidiana della Chiesa, che ci introduce sempre più nella Pasqua (cf. Lc 22,19). La gioia evangelizzatrice brilla sempre sullo sfondo della memoria grata: è una grazia che abbiamo bisogno di chiedere. Gli apostoli mai dimenticarono il momento in cui Gesù toccò loro il cuore: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39). Insieme a Gesù, la memoria ci fa presente una vera «moltitudine di testi­moni» (Eb 12,1). Tra loro, si distinguono alcune persone che hanno inciso in modo speciale per far germogliare la nostra gioia credente: «Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la Parola di Dio» (Eb 13,7). A volte sono persone semplici quelle che ci han­no iniziato alla vita della fede: «Mi ricordo della tua schietta fede, che ebbero anche tua nonna Lòide e tua madre Eunìce» (2Tm 1,5). «Il credente è fondamentalmente “uno che fa memoria”».[5] Per questo, ogni celebrazione liturgica ci dà gioia e rallegra il nostro cuore. In particolare, la Confessione-Riconciliazione va vissuta con serenità e gioia. Perfino la penitenza, la purificazione e l’espiazione, diventano aperture ad un rinnovamento gioioso della mente.

3. Il buon profumo di Cristo. Conosco un prete che ogni Giovedì santo non ricorda null’altro della sua ordinazione sacra, se non la fragranza dell’olio misto a profumo nel crisma, con il quale fu unto, cioè consacrato in Spirito Santo e potenza per la santifica­zione del popolo di Dio e per l’offerta del sacrificio. Infatti, per esprimere con un segno sensibile l’alta dignità del crisma, la tra­dizione apostolica vuole che il vescovo vi unisca del balsamo, che rappresenta ciò che l’apostolo chiama «il buon odore di Cristo» (2Cor 2,15). Dove ci sei tu sacerdote, bisogna sentire il profumo di Dio. I Canoni d’Ippolito (III secolo) ci mostrano questa cerimonia in tutte le messe pontificali dell’epoca. Sul punto di terminare il canone della messa, il vescovo benediceva i frutti o i legumi che gli venivano offerti e consacrava pure l’olio per i malati, sia nel sacramento dell’ultima unzione, sia per privata devozione, di cui è anche scritto «che correremo all’odore dei suoi profumi» (Ct 1,3). È bello il ricordo della percezione olfattiva di quel prete, che così conserva memoria della sua sacra ordinazione, che gli richiama il buon profumo di Cristo e lo invita ad essere gioioso, odoro­so e profumato in mezzo alla gente affidata alle sue cure. Tutto ciò mi dà l’occasione per sottolineare alcuni aspetti impliciti in quel buon profumo del crisma, che oggi richiedono grande attenzione da parte nostra, particolarmente in alcuni risvolti della nostra vita personale e pastorale. Gli effetti del dono dello Spirito, che trasfor­mò ognuno di noi ordinati e ci rese personalmente sacramento di Gesù pastore, furono esplicitati in quel segno odoroso dell’unzione crismale sulle nostre mani.[6] Per esso fummo assimilati a Cristo pa­store e si accesero in noi (come per le lampade e per la pelle alla luce del sole) la speranza e la gioia, che soltanto la genuina fede in Dio dona. Il ricordo di quel profumo rende chiara alla nostra coscienza l’urgenza della continua operosità della nostra consa­crazione alla causa della fede e della lode al Creatore. In sintesi, nel rito della sacra Ordinazione, l’olio assume in sé la simbologia della provvidenza divina, che dona in abbondanza all’umanità tutto ciò che è necessario per condurre una vita serena e risanare e trasfor­mare con l’operosità stessa delle nostre mani (risanate dal divino medicamento), i fratelli dagli errori e dalle colpe e assimilare il pane ed il vino eucaristico alla persona stessa di Gesù Cristo, real­mente presente in mezzo a noi. All’unzione come dono dall’alto, l’uomo risponde lasciandosi sanare, entrando in una vera relazione rinnovata con Dio, con gli altri e con il creato.

4. Unzione regale e profetica: il prete è unto non per dominare, ma per imitare colui che serve e vuole annunziare la gioia al mondo. Davide, trovato dall’Altissimo come degno servo, viene regalmen­te unto e così consacrato re del popolo di Dio. Davide, re di Giuda e di Israele, è una delle figure più importanti dell’Antico Testa­mento, dove il suo regno è presentato come il modello utopico di un regno d’Israele perfetto e unitario (2Re 7,1-17) L’unzione regale e l’unzione profetica sono come dei segni di “privilegio” in mezzo al popolo eletto: coloro che sono unti rappresentano, in­fatti, in mezzo al popolo, Dio. Quando, a partire dai Merovingi, si vorrà dare una coloritura religiosa all’unzione politica del re e dell’imperatore, si farà sempre riferimento all’unzione di Davide e a tale simbolo ricorrerà Federico II. Tuttavia, non soltanto alcuni eletti sono degli unti nel popolo santo di Dio, ma tutti gli appar­tenenti a un popolo sacerdotale sono ben presto segnati con l’un­zione, come sottolineano i riti battesimali, allorché il battezzando viene unto con l’olio dei catecumeni. Per questo sant’Ambrogio scrive: «Tutti i figli della Chiesa sono sacerdoti; siamo infatti unti con l’olio della letizia in un sacerdozio santo, per offrire noi stessi a Dio come vittima spirituale».[7] È il mistero del sacerdozio comune di tutti i fedeli (il cui fondamento neotestamentario è in 1Pt 2,5.9 e in Ap 1,6). Ecco perché i Padri della Chiesa affermano che l’un­zione battesimale converte tutti in sacerdoti che offrono il sacrificio spirituale sull’altare della vita. Il popolo che Dio si è acquistato è de­stinato a proclamare le opere meravigliose di lui, che lo ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa (1Pt 2,9). Origene, nelle sue omelie sul Levitico, si domanda come accedere all’altare di Dio: «O non sai che anche a te, cioè a tutta la Chiesa di Dio e al popolo dei credenti, è stato conferito il sacerdozio? Tu dunque hai il sacerdozio perché sei stirpe sacerdotale, e perciò devi offrire a Dio il sacrificio della lode, sacrificio di orazioni, sacrifici di misericordia, di purez­za, di giustizia, di santità… Ma perché tu possa offrire degnamente queste cose… ti sono necessari degli indumenti… il fuoco divino, la purezza e l’onestà della vita… la fede e la scienza delle Scritture».[8] All’unzione battesimale-crismale, il presbitero aggiunge l’unzione del sacerdozio ordinato, che fa di tutta la sua esistenza non un’occa­sione di potere, bensì di servizio agli ultimi e disagiati, e soprattutto di annuncio profetico costante della parola di Dio.

5. La nostra unzione messianica. È stata l’unzione dello Spirito Santo a consacrare l’unico Figlio di Dio, Gesù Cristo. L’evangelista Luca interpreta in senso messianico la discendenza davidica: l’avvento di Gesù, che come Davide è il Cristo del Signore, rappresenta il compimento delle profezie di Natan e di Isaia. Dall’unzione pneumatologica del Cristo, l’Unto per eccellenza, è stato consa­crato anche l’olio, misto a profumo, col quale sono state unte le palme delle nostre mani il giorno dell’Ordinazione. Quale grande mistero, carissimi: i segni della natura vegetale si trasformano a nostro vantaggio, in simboli delle realtà spirituali, di cui oggi la messa crismale fa come il memoriale d’amore liturgico. Per questo insieme acclamiamo: Ave sanctum oleum. Ave sanctum Chrisma! A queste creature del cosmo vegetale – piante di olivo da cui si ricava l’olio di letizia, profumi tratti dalle piante aromatiche – noi c’inchiniamo nella messa crismale, salutando: Ave! È questo il giorno per eccellenza della memoria annuale del giorno santo in cui Cristo Signore comunicò agli apostoli e a noi il suo sacerdozio ed unse con l’olio di letizia vari segni dell’ambiente naturale, rendendoli altrettanti simboli delle realtà soprannaturali. Il Signore, soprattutto attraverso i segni sacramentali, continua a sostenere la vita dei credenti, specialmente di chi, come noi presbiteri, ha accolto il carisma del celibato per il Regno dei cieli: «Con il bat­tesimo-cresima ci inserisce nel suo Corpo donandoci di vivere la vera vita; con l’eucaristia alimenta la sua vita in noi e ci trasforma sempre di più, tra di noi e con lui, in un solo corpo e in un solo spirito; con la riconciliazione egli restaura il nostro spirito qualo­ra fosse ferito con il peccato: l’unzione è il segno della guarigione, del suo essere medico divino, della nostra dimensione unitaria di corpo e anima, quando la malattia viene a visitarci… ».[9] Come nel cibo, è Cristo l’olio che dona sapore, gusto alla nostra vita.

6. Il dono messianico del celibato casto. Ma c’è una misteriosa fe­condità che è data a chi sceglie la verginità o la castità consacrata, o a chi promette di dedicare tutto sé stesso agli altri nel celibato casto: ci viene chiesto di imitare una dimensione importante, scel­ta e vissuta gioiosamente dallo stesso Signore Gesù. Coltiviamo quotidianamente il senso messianico del nostro essere preti, cioè mostriamo, con ogni aspetto della nostra esistenza ordinata (an­che con il nostro corretto orientamento sessuale e la nostra vita casta), che è stato inaugurato il Regno di Dio sulla terra? Il Messia non deve ancora venire, ma è venuto, quindi ci ha annunciato, e continua ad annunciare servendosi di noi, ogni cosa (cf. Gv 4,25). Abbiamo ascoltato l’invito di Cristo ad andare e vedere, quin­di abbiamo incontrato il Messia (cf. Gv 1,41): riusciamo a farlo incontrare anche alle persone affidate alle nostre cure pastorali, paterne e materne? La Chiesa contemporanea è particolarmen­te scossa dai tanti tradimenti di membri del clero che, forti del loro ruolo, hanno abusato di adulti vulnerabili e di minori inermi. È chiaro che il loro olio santo è stato adulterato! Ci si chiede, per­ciò, di formulare codici di condotta obbligatori per tutti i chierici, i religiosi, il personale di servizio e i volontari, per fissare limiti appropriati nelle relazioni interpersonali. Noi non siamo contrari ad ogni tipo di attenzione in questo ambito e certamente studie­remo un vademecum pratico che conterà specificatamente i passi da compiere a cura dell’autorità in tutti i momenti chiave dell’e­mergenza di un caso. Per questo saremo sempre accanto agli abu­sati e agli abusanti, per prevenire, correggere, invitare a pratiche penitenziali e risarcitorie, avviare processi di guarigione. Ma tut­to questo per noi resta degenerazione, rispetto alla linea maestra del dono messianico del nostro celibato presbiterale: oltre all’imi­tazione e all’obbedienza verso la scelta di vita di Gesù, infatti, il celibato sacerdotale permette al prete di essere unito, con cuore indiviso, a Gesù Cristo, sommo ed eterno sacerdote. Questo dono dell’intimità divina è il primo frutto del celibato. Di conseguenza, il sacerdote è maggiormente in grado di donare sé stesso in una vita di servizio alla Chiesa attraverso la carità pastorale.[10] Giacché è unito a Cristo, il sacerdote non vive lo stato del celibato come una rinuncia, ma come possibilità di fare dono di sé agli altri in un amore gratuito e generoso. La sua condizione non è una fuga dal mondo, bensì un abbraccio alla fraternità e all’amicizia (spe­cialmente con i confratelli). Questa totale donazione di sé, soprat­tutto, non sarà mai pretesto per riprendersi, diversamente, ciò che ha offerto al Signore: si può essere casti e celibi ed al contempo egoisti, superbi, chiusi, attaccati al denaro, affascinati dal potere. Re­stiamo uniti a Cristo, allora, e orientiamo a lui la nostra vita sempre. Solo così, umilmente, doniamo quel poco che siamo, nella “perfetta letizia” di appartenergli per sempre.

7. Unti con olio di gioia e di sapienza. Da sempre l’ulivo e l’olio d’o­liva sanno infondere in chi ci osserva un profondo senso del sa­cro. Non è un caso che essi abbiano un ruolo importante nelle tre religioni monoteistiche del Mediterraneo: ebraismo, cristiane­simo e islam. Nei riti religiosi ebraici l’olio è molto importante e vi viene richiamato il tema dell’unzione come consacrazione al Signore. Non a caso una serie di tabù alimentari ne hanno sottoli­neato l’importanza. Per esempio, la Torah, fulcro della tradizione religiosa ebraica, vieta il consumo della maggior parte dei grassi di origine animale ed in tal modo l’olio d’oliva è ingrediente prin­cipale della cucina ebraica. Nel Corano, il testo sacro dell’islam, l’olivo viene definito «l’albero benedetto». Il nome stesso di Cristo significa “unto”, traduzione in greco del termine ebraico mašíakh, utilizzato come aggettivo per designare la persona che veniva unta con olio nella cerimonia di consacrazione. Nella nostra religio­ne cristiana l’ulivo è connotato di notevole valenza simbolica; il ramoscello nel becco della colomba, ad esempio, segna la fine del diluvio, simboleggiando pace e rigenerazione (cf. Gen 8,8-9). L’olio, viene anche utilizzato in numerose liturgie sacramentali, quali il battesimo, la cresima, l’unzione degli infermi e l’ordina­zione sacerdotale. La sacra unzione ci rende ministri della verità. Mediante l’imposizione delle mani e la preghiera della Chiesa, lo Spirito Santo ci ha introdotto, quali ministri ordinati, nel sacerdo­zio di Gesù Cristo, ci ha “consacrato nella verità” (cf. Gv 17,19). Egli, come Maestro interiore, ci “guida alla verità tutta intera” (Gv 16,13). «L’unzione che avete ricevuto da lui – scrive l’apostolo Gio­vanni – rimane in voi e non avete bisogno che alcuno vi amma­estri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mente, così state saldi in lui, come essa vi insegna» (1Gv 2,27). Mediante il santo crisma, siamo conformati per sempre a Cristo per testimoniare che è proprio lui la verità, la sapienza, la gioia. Ci sentiamo davvero ministri di comunione e di consolazione, nella consapevolezza che l’olio è uno dei simboli del Paraclito, essendo lo Spirito Santo l’altro Parákletos (cf. Gv 14,16)?

8. Fraternità: affratellati dall’olio misto a profumo. Meditiamo il Salmo 133,1-2: «Ecco, com’è bello e com’è dolce / che i fratel­li vivano insieme! // È come olio prezioso versato sul capo, / che scende sulla barba, la barba di Aronne, / che scende sull’orlo del­la sua veste». Ecco la cerimonia della consacrazione sacerdotale, dell’unzione, a cui la Bibbia associa la bellezza e la dolcezza della fraternità: «Ecco quanto è buono e soave che i fratelli vivano insie­me» è l’apertura del medesimo Salmo; ed è solo questo che è tanto dolce come quell’olio che scende fin sull’orlo della veste di Aronne. Il profumo di quell’olio arriva, dunque, fino alla punta dei piedi ed ammanta l’intera persona, che se lo porta addosso e lascia una scia di buon odore. Il nostro stare assieme produce lo stesso buon profumo soave, anche se ci vuole parecchio sudore perché sia pos­sibile la convivenza e non ci si rinunci subito ed irrimediabilmen­te per sempre? Ma qual è il senso dello stare assieme dei preti, i quali non sono tenuti alla vita di una comunità come i religiosi e consacrati? Riscopriamo la collegialità presbiterale! Riscopria­mo la nostra fraternità, anche mediante forme di vita comunitaria presbiterale! In mezzo a noi c’è chi ha il compito di tener vivo il senso della fraternità, capace davvero di evocare, nello scacchiere di significati in cui viene utilizzata, scenari a volte contrapposti o antitetici. La fraternità è il frutto della Pasqua di Cristo, che – con la sua morte e risurrezione –, ha sconfitto il peccato che se­parava l’uomo da Dio, l’uomo da se stesso e dai suoi fratelli. Ma noi sappiamo che il peccato, come effetto di Colui che tenta ed è il diavolo (che si mette di traverso), sempre separa, sempre crea inimicizie. Gesù ha abbattuto il muro di divisione tra gli uomini e ha ristabilito la pace, cominciando a tessere la rete di una nuova fraternità. È tanto importante in questo nostro tempo riscoprire la fraternità, così come veniva vissuta nelle prime comunità cristia­ne. Decidere di dare per sempre spazio a Gesù che mai separa, ma sempre unisce. Non possono esistere vera comunione, impegno per il bene comune e la giustizia sociale senza fraternità e condi­visione! Se viene a mancare la condivisione fraterna come si può realizzare una comunità ecclesiale o civile al posto di un insieme di individui mossi o raggruppati dai propri interessi? La fraternità è una grazia dataci da Gesù. La Pasqua di resurrezione ha fatto esplodere nel mondo un’altra cosa: la novità del dialogo e della relazione, novità che per noi è diventata una grave responsabilità, giacché Gesù ha detto: «Da questo riconosceranno tutti che sie­te miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35). Che, tradotto in agire, vuol dire di non rinchiuderci nel nostro privato, nel nostro gruppo, ma occuparci del bene comune, pren­dendoci cura, in quanto ci è possibile, dei fratelli, specialmente dei più deboli e degli emarginati. Solo la fraternità può garantire una pace duratura, può sconfiggere le povertà, può spegnere tensioni e guerre, estirpare corruzione e criminalità.

9. La Madonna dell’ulivo. L’apostolo Paolo ricorre alla metafora dell’albero buono e di quello cattivo, prendendo in considerazione i rami dell’olivastro e quelli dell’ulivo per determinare le relazioni tra israeliti increduli e gentili credenti: paragone un po’ strano, ma idoneo ad esprimere la capacità di Dio di realizzare l’impossibile, cioè l’integrazione dei pagani – ulivo selvatico – nella salvezza (Rm 11,16b-23), senza rinnegare che Israele è la radice che ci porta (v. 18), perché a lui sono state fatte le promesse di Dio che sono irrevocabili. Il simbolo dell’olivo come pace, fecondità, benedizione si riferisce anche a Gesù stesso. Accolto a Gerusalemme con rami di alberi (Mt 21) e di palma (Gv 12,13), prima di morire: «uscito, se ne andò, secondo il suo solito, al monte degli Ulivi» per pregare (Lc 22,39). La sua preghiera angosciata avviene nel Getsèmani, che significa frantoio dell’olio: «Gesù andò con loro in un podere, chia­mato Getsèmani» (cf. Mt 26,36; Mc 14,32). Lì egli sarà torchiato e spremuto, proprio come le olive. Egli è l’olivo verdeggiante donato da cui sgorga la pace, la riconciliazione, la risurrezione. È l’ulivo dal quale viene “tratto” l’olio che ci ha fatto preti. Restiamo fedeli a quest’unzione! Non dimentichiamo il profumo del crisma! In­vochiamo su di noi l’intercessione della Mamma celeste! Il san­tuario della Madonna dell’Olivo (Chiavari) racconta ancor oggi una storia antica di secoli. Correva l’anno 936 quando un signore del luogo, un tessitore, vide sopra un ulivo, un quadro raffigurante la Vergine Maria con Gesù bambino. Anche i contadini ebbero questa visione, nelle notti precedenti, di un bagliore tra gli uli­vi. Ed allora, per devozione, fu deciso di edificare un tempio con una cappella dove custodire e venerare la miracolosa immagine. Anche nella Pieve di Carpegna, dedicata a san Giovanni Battista, un affresco del XV secolo attesta la presenza in una confrater­nita di un fatto straordinario, avvenuto ad Assisi, il 2 luglio del 1399, allorché la Madonna apparve a un ragazzino, tutta vestita di bianco e con croci rosse, come i flagellanti, mentre alle sue spalle si scorgeva un grande ulivo: è la Madonna dell’ulivo e della pace. Oltre a simboleggiare la pace, quest’albero tanto caro, è segno di quell’olio divino, capace di purificare lo sguardo di quanti, acco­standosi all’eucaristia, riconoscono in essa la presenza del Signore Gesù. La pace che Cristo ci dona ogni giorno è frutto del suo sa­crificio redentore. Alla Vergine dell’Ulivo, chiediamo di interce­dere ed ottenere dal Dio umanato che ciascuno di noi sia sempre più segno di pace, di amore eucaristico, di presenza del Messia in mezzo al popolo, di esistenza casta e pura, di annuncio disinteressato. Carissimi fratelli presbiteri, sentiamoci, sempre, nelle mani di Dio. Mani che ci accolgono, ci sostengono e ci custodiscono. Esse siano: il nostro rifugio, la nostra forza, la nostra sicurezza, la nostra casa. Amen!

Di gran cuore + vi benedico tutti, uno ad uno, chiedendovi la carità di pregare per me.

Buona Pasqua!

Catanzaro, 10 marzo 2019
Dodicesimo anniversario dell’elezione a Vescovo

+ P. Vincenzo Bertolone, s.d.p.
Arcivescovo di Catanzaro Squillace


[1] Fin dai tempi antichi, nel Mediterraneo, tra i vari oli quello prodotto in Calabria era giu­stamente ritenuto tra i migliori. Fin da allora, ovunque, questa preziosa sostanza vegetale viene usata per condire, cucinare, conservare gli alimenti. Come in alcune pratiche sportive gli atleti si cospargevano di olio per offrire una minore presa agli antagonisti, così Cristo è l’olio che ci sottrae dalla stretta del Maligno. Fino all’Ottocento, inoltre, l’olio era usato per illuminare. Infine, se uniamo il balsamo all’olio d’oliva otteniamo un fragrante profumo. Tu, cristiano, unto con il crisma, fa sentire il profumo di Dio.
[2] Trilussa, L’omo e l’arbero, 57.
[3] Francesco, Lettera enciclica Laudato si’ sulla cura della casa comune, n. 235 (Accesso del 25.2.2019).
[4] Giovanni Paolo II, Ecclesia de eucharistia, n. 8.
[5] Francesco, Esortazione apostolica Evangelii gaudium, sull’annuncio del Vangelo nel mon­do attuale (24.11.2013), n. 13 (Accesso del 23.2.2019).
[6] Carissimi presbiteri, guardiamo il palmo delle nostre mani e ritorniamo con la mente al giorno in cui il Vescovo le unse. Ripensate ai bimbi che queste mani hanno battezzato; pensate ai fanciulli ai quali queste mani hanno dato la prima Comunione e preparato alla Cresima; pensate alle centinaia di omelie che queste mani hanno scritto, parole scelte con cura che hanno formato tante vite; pensate alle innumerevoli volte che queste mani sono state alzate, benedicendo e perdonando nel sacramento della Riconciliazione; pensate alla prima Messa ed a tutte le altre, nelle quali avete preso il pane e il vino nelle vostre mani e li avete consacrati; pensate alle mani, alle nostre mani, nelle quali avete posto il prezioso Corpo ed il calice del Suo prezioso Sangue; pensate alle persone che queste mani hanno unito nel Sacramento del matrimonio; pensate agli ammalati che avete benedetto o a tutti quelli che sono venuti da voi in cerca di aiuto e se ne sono poi andati con una speranza viva nel loro cuore; pensate, infine, ai corpi morenti che queste mani hanno unto per il Paradiso. Tutto è davvero grazia divina!
[7] Ambrogio, Commento al Vangelo di Luca, 5.
[8] Origene, Omelie sul Levitico 9,1.
[9] G. Matarazzo SJ, Castità e vita della Chiesa oggi, “Rassegna di teologia” 59 (2018), 5333- 538, qui 535.
[10] G. Selyn, Priestly Celibacy: Theological Foundations, CUA Press 2016.

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