Nella Chiesa che cambia / 3

di: Piotr Zygulski
Chiesa e coronavirus report
«Dove prendere i sacramenti?». O del digiuno eucaristico e della penitenza

A fronte della sospensione delle liturgie pubbliche, alcune parrocchie sono state tassative nella decisione di non distribuire l’eucaristia alle singole persone per provare un vero digiuno eucaristico – vivendo questa “fame” come espiazione per le volte in cui ci si è accostati con superficialità – e per non pensare di essere a posto per il solo fatto di aver fatto la comunione in modo privato.

Eucaristia e digiuno eucaristico

Altri però hanno deciso diversamente, e sono diventate mete di pellegrinaggio da parte di quei fedeli che chiedono di ricevere i sacramenti ad ogni costo. Le parole del papa – dicevo nella prima puntata – sembravano quasi incentivare tali richieste; qualche giorno dopo il pontefice ha comunque proposto una formula per la comunione spirituale, meno nota rispetto a quella di sant’Alfonso Maria de’ Liguori, e in grado di sottolineare che quella “spirituale” non è meno reale della comunione sacramentale.

Su questo pesa anche «l’eccessiva sacramentalizzazione della vita della fede», che secondo Cosentino si traduce nell’«eccessivo sbilanciamento dell’azione pastorale che riduce l’essere Chiesa a “una fabbrica di Messe” (celebrate per ogni occasione, a ogni ora, più volte al giorno) e la spiritualità cristiana al semplice – talvolta abitudinario e convenzionale – “andare a messa”. O la messa o il nulla».

Ma, come sottolinea il gesuita p. Paolo Gamberini, «il corpo di Cristo da riconoscere è la presenza del Risorto “presente” nella comunità. Il rito e gli elementi che esplicitano nella confessione di fede questa Presenza non “duplicano” la presenza. […] La luna riflette solamente la luce del sole, così come pane e vino rendono presenti la luce del sole. Come la luna non illumina di luce propria, così il sacramento dell’eucarestia non è la presenza di Cristo, ma “fa vedere” o “rende presente” quella presenza».

Vaticano II, ieri e oggi

Rileggendo la Dei Verbum 21, don Duilio Albarello precisa che «il pane della vita è dispensato sia dalla mensa della Parola che dalla mensa del Corpo», perciò «attraverso l’ascolto delle Scritture si realizza una comunione dialogale con Gesù Cristo, che è analoga a quella che si verifica attraverso la comunione rituale al pane e al vino consacrati», con la differenza che quella della Parola è precondizione indispensabile per la liturgia eucaristica, ma non viceversa.

Ci viene in aiuto anche l’arcivescovo padre Franco Moscone: «“Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Il pane è tante cose, ma è soprattutto l’eucaristia. Per questa esperienza, nel cuore mi sembrava di ascoltare un’affermazione che sembrava quasi bestemmia: “Non di sola eucaristia vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. […] Credo che sia vera nella realtà storica della Chiesa.

Report Chiesa coronavirus

Quante comunità cattoliche come noi vivono l’eucaristia come una rarità, perché non viene data questa opportunità, ma mai mancano della parola di Dio! L’esperienza che ci è chiesta di vivere forse ci può far sentire vicini alle tante chiese dove l’eucaristia come sacramento viene celebrata raramente ma dove la Parola e la comunione non mancano di sicuro, dove la fede è forte e la speranza si sviluppa».

Abituati alla «bulimia eucaristica e anoressia della Parola» – come l’ha definita Marco Casadei – questo momento potrebbe essere provvidenziale per ribaltare le cose. Così anche il vescovo Daniele Libanori, che ha avvisato come la protesta contro i provvedimenti dell’autorità legittimata a tutelare la nostra salute e l’insofferenza al digiuno eucaristico possano essere segno di una «religiosità da purificare» e di una «fede immatura» che porta a stimare più i doni di Dio che non lui stesso. Infatti, commenta il vescovo, «il Signore è realmente presente con il suo Spirito tra coloro che sono riuniti nel suo Nome; è presente nella Parola e continua realmente a “nutrire” chi la legge e la medita; il Signore vivo si fa prossimo nel povero e nei bisognosi. Il Signore è nel desiderio stesso dei sacramenti. Ma soprattutto ha la sua dimora in colui che osserva i suoi comandamenti e condivide i suoi sentimenti, senza i quali neppure la comunione frequente può portare frutti di vita eterna».

Il quarto sacramento

Discorso a parte per le confessioni, anche queste caldeggiate da alcuni pastori, nell’imbarazzo invece di altri che – soprattutto in assenza di opportuni presidi di protezione – temevano per la propria e altrui salute. Papa Francesco ha ricordato come, in una situazione emergenziale, secondo il Catechismo della Chiesa cattolica, per ottenere il perdono dei peccati sia sufficiente la contrizione, cioè il dolore per il peccato commesso e il proposito di non peccare più in futuro, oltre a quello di confessarsi sacramentalmente non appena sarà possibile.

Nel frattempo il vescovo di Arezzo ha impartito l’assoluzione generale dei malati di COVID-19 di fronte all’ospedale, canonicamente possibile in caso di pericolo di morte e grave necessità, condizioni riconosciute per questa emergenza anche da una nota della Penitenzieria Apostolica, congiuntamente a un decreto che ha concesso la speciale indulgenza plenaria per tutte le persone affette da coronavirus e per chi si prende cura di loro, anche semplicemente con la preghiera.

I vescovi Egidio Miragoli (Mondovì) e Pierantonio Tremolada (Brescia) hanno invitato il personale sanitario credente – poiché neppure ai cappellani ospedalieri è concesso farlo – a tracciare un segno di croce sulla fronte dei pazienti in fin di vita, perché siano raggiunti dalla benedizione sacramentale della Chiesa. In Perù Reinaldo Nann, con un decreto episcopale ritirato il giorno dopo a seguito della succitata nota della Penitenzieria, in nome del principio della salus animarum, oltre a sollecitare i suoi preti a celebrare le messe sul web, aveva persino concesso «il permesso ai sacerdoti di ascoltare le confessioni al telefono».

Il bergamasco don Luciano Locatelli si è autodenunciato: «Sto vivendo il sacramento della riconciliazione via whatsapp. […] Sono convinto che Gesù al suo tempo avrebbe fatto la stessa cosa… Non mi interessa chi vuole il sacramento per “mettersi a posto”, ma lo condivido con chi crede nella forza del perdono per costruire una umanità che sia degna di questo nome. Sono fuori dai canoni? Sono fuori dalle leggi? Va bene, prendo in carico e rispondo io. Punto».

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Il dialogo aperto tra Giovanni Marcotullio di Aleteia e Andrea Grillo su Munera ha aiutato a riflettere sulle modalità della “confessione” ai tempi della pandemia, nell’impraticabilità di un confessionale: se la segretezza – il cui difetto non la invalida, perché ci potrebbero essere interpreti chiamati a tradurla – può essere rispettata anche da una crittografia telematica, la presenza fisica ne è condizione indispensabile, e si possono semmai trovare accorgimenti tecnici (confessionali speciali igienizzati, dispositivi di protezione). Ma il requisito della corporeità per i sacramenti – che non possono essere dematerializzati – è appunto la ragione per cui la trasmissione di un’eucaristia su uno schermo non è eucaristia.

Il punto che sta più a cuore a Grillo è però il senso del “fare penitenza”. Per evitare una visione «troppo “amministrativa” del sacramento», la penitenza non può ridursi al desiderio di ricevere un sacramento né ad una decina di rosario, come certe “penitenze” distorte tradizionalmente comminate. A maggior ragione in un contesto di quarantena generalizzata – che ricorda le limitazioni del “regime penitenziale” cui erano sottoposti i penitenti nel primo millennio cristiano – la quaresima può essere vissuta come un percorso di «elaborazione del dolore e della libertà», cioè come una penitenza che è «già di per sé “perdono del peccato”».

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