Penitenza: tra sacramento della misericordia e dispositivo di controllo

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A partire dal dibattito sulla terza forma del sacramento della penitenza, vorrei riflettere su tre punti: 1. la partecipazione-osservazione al rito della confessione comunitaria di Pasqua; 2. l’improbabilità della comunicazione nella confessione individuale oggi; 3. la percezione del “dispositivo di controllo” nella relazione del rito individuale.

La terza forma della penitenza

Ho partecipato come fedele laico alla celebrazione del rito comunitario della penitenza in parrocchia. Un’esperienza molto bella, giudizio condiviso da ogni persona che usciva e sorrideva, la chiesa – ferme le distanze di sicurezza – era piena, e anche il giovane parroco molto contento. Anzi, contemporaneamente ho sperato che anche lui che celebrava fosse e si sentisse dentro (e non sopra) la comunità, ma non so se la forma del rito lo preveda.

L’esperienza a detta di tutte/i è stata forte: tutti insieme come ad incoraggiarsi, e pur ciascuno con tutto se stesso, disarmato, trasparente. Si è percepito che lì non c’era un giudice a interrogare e dare una penitenza: il Padre buono stava accogliendo subito ciascuno e tutta quella comunità, mentre ognuno si sforzava di pensare a tutte le manchevolezze di cui sentiva il peso, sapendo però nell’intimo che Lui le sa già, sempre.

Si sentiva la differenza tra l’essere interiormente e tutti insieme con Dio e non singolarmente davanti ad un prete, che, per quanto buono, non può non portarsi l’immagine di un giudice che decide della salvezza della tua anima, vissuta da molti come penosa, tollerabile con fatica (se non intollerabile, e infatti molti la abbandonano). Una paura nascosta, forse solo per i più anziani.

Il peccato tra rappresentazione sociale e relazione sacramentale

Se uno ha l’abitudine professionale all’’osservazione partecipante e all’analisi delle situazioni sociali concrete, subito dopo tale esperienza non può non riflettere sulle radici di quelle sensazioni e di quel contrasto profondissimo. Uno dei problemi è dato dalla dinamica di comunicazione e di relazione interpersonale (e di rapporto tra ruoli) che si attiva in quell’incontro tra due persone che portano due ruoli radicalmente diversi.

La comunicazione nella confessione cattolica è una condivisione di messaggi in ambiti che di per sé hanno una sequenza rituale data per scontata: problema è che ogni scambio di messaggi, anche quelli nel confessionale, ha bisogno di una condivisione dei “codici simbolici”, cioè di quei modi di intendere le cose che danno normalmente senso alle azioni e al linguaggio utilizzato. Questi codici, che adoperiamo quotidianamente, riguardano gli ambiti-chiave del vivere sociale: verità, denaro-economia, potere-diritto, amore-eros, arte, fede-religione, solidarietà.

Una volta questi codici erano sostanzialmente condivisi e nei nostri paesi erano le istituzioni religiose cattoliche a dare il senso della verità e della moralità dei rapporti sociali (e molto in quelli sessuali-riproduttivi): oggi non è più così, e i mutamenti tecnologici di fine ’900 tuttora in evoluzione, marcando una individualizzazione forte della vita, hanno fatto come implodere quei codici (basti considerare le azioni e il linguaggio dei no-Vax rispetto alla scienza, all’autorità politica e al diritto alla salute, nel flusso pur estremo della pandemia). Ma, pensando anche alla carente maturazione post-conciliare di questo e di altri sacramenti, è cambiata la percezione che molti hanno di Dio, assai meno della Chiesa: Dio è sentito diffusamente come buono, misericordioso, ma non la Chiesa, percepita come severa, giudicante, istitutrice più che “madre e maestra”.

È cambiata la percezione del matrimonio e della sessualità, temi cardine nell’immaginario dei peccati: molti tra gli stessi fedeli ritengono ipotizzabile una rottura del matrimonio, e molti ritengono accettabile la sessualità prematrimoniale. Si pensi, in aggiunta, a modi correntemente contrapposti di intendere la solidarietà (prima i poveri o prima i nostri) e la stessa religione (fede radicata nel Vangelo o tradizione dottrinale e identitaria): si capisce che questa frammentazione confusa e conflittuale dei codici rende in sé abbastanza improbabile, comunque problematica, la pretesa di condivisione che si attiva nel confessionale: un tipo di interazione che non ha uguali nel clima socio-culturale di oggi in occidente (gli scandagli psicoterapeutici, nati storicamente anche in reazione alla confessione, non hanno certo una cornice di giudizio, ma di cura).

La rappresentazione sociale del peccato nei fedeli attivi, prevalentemente adulti e anziani, forse è ancora legata a paure, rimorsi, scrupoli, ansie per la pressoché certa impossibilità di non ricadervi, ma nei giovani? D’altra parte, l’interpretazione di un’azione come peccato, mortale o veniale, atto o desiderio, ha alle spalle un imprinting, un percorso esplicito e implicito di formazione (o de-formazione) culturale ed emotiva delle/i fedeli che oggi difficilmente può corrispondere a una tabella esclusivamente oggettiva, perché si ha a che fare con la storia di ogni fedele e di ogni comunità religiosa, con la sensazione che questa sia ancora una storia “tridentina” che per secoli ha oscurato la familiarizzazione dei fedeli con la Bibbia, con il Vangelo.

La formazione dei presbiteri oggi li responsabilizza nel quadro di regole istituzionali di cui è difficile discutere, al massimo suggerendo un agire giudicante più misericordioso, sapendo però che ciascun ministro ha comunque la possibilità di irrigidire o allentare la “punteggiatura” della propria comunicazione. Cosa che individualmente dei presbiteri cercano davvero di fare ma sono esperienze che non emergono né sono oggetto di serie discussioni ecclesiali.

Confessione individuale e controllo della coscienza

Sappiamo che ogni dinamica di comunicazione è strettamente legata alla struttura della relazione concreta che c’è tra i comunicanti, perché è proprio la relazione a contenere e a manifestare il potere, l’influenza che un comunicante ha sull’altro: è il meta-messaggio che, anche in forma non-verbale, ordina il modo con cui vanno interpretati i messaggi scambiati.

La confessione individuale è un tipo di relazione per definizione disuguale, tra un fedele-persona che nel suo ruolo di penitente sa di essere scrutato nella sua intimità da un confessore portatore di un ruolo di autorità che agisce con un potere inappellabile, nel nostro caso il potere istituzionale forte di una tradizione secolare con una pesante rappresentazione sociale da “inquisizione”. Potere della Chiesa che assolve o condanna, consola o punisce, rispetto a Dio che resta come alle spalle del confessore.

Per chi conosce gli studi di J. Delumeau sulla paura come strumento di potere, di A. Prosperi sulla storia dei “tribunali della coscienza”, e soprattutto i lavori di storia del pensiero di M. Foucault, con gli occhi di questi tempi non si può non capire che nel rapporto religioso tra il confessore e chi si confessa è stato legittimato, e regolato con norme severe, un legame che singolarmente può essere anche umanamente buono, ma socialmente comprensibile solo dentro a quello che per secoli è stato un grande dispositivo di controllo delle persone-individui, costrette ad aprirsi e a ubbidire nel profondo delle loro coscienze, con minaccia di punizioni che una volta potevano essere anche fisiche e pubbliche.

La Chiesa, qualche secolo fa, ha ritenuto necessario dare una forma dettagliata e severa al sacramento, per reagire in modo intransigente alle scelte fatte dalla Riforma protestante e anche per mettere ordine ad arbitrii che comunque c’erano tra confessioni penitenze e indulgenze nelle proprie pratiche, in un’epoca in cui – bisogna ripeterlo – essa bandiva la Bibbia da qualsiasi rapporto personale e di quotidianità con i fedeli.

Con il cambiare delle culturem, gli storici della Chiesa riconoscono la vita travagliata di questo sacramento, ma è soprattutto in questi ultimi settant’anni che con il Concilio si è maturata, almeno in una parte del “popolo di Dio”, una visione diversa del senso dei rapporti di autorità e personali tra il fedele e Dio, la Chiesa-istituzione, il ministro-uomo che governa (o accompagna?) la sua vita di fede. In quell’area ecclesiale – contrastata da altri cattolici – si è aperta una visione misericordiosa di Dio, che nella parabola incentrata non a caso dalla tradizione sul “figliol prodigo” vede invece come protagonista il Padre buono, una visione della Chiesa che dialoga con il mondo, con le persone, con le loro coscienze di cui riconosce la centralità.

Ma è proprio negli eventuali cambiamenti in queste relazioni di potere che è già vivo e sta crescendo un conflitto alla radice della cattolicità nel mondo, in ogni continente con le proprie sfumature e le ruvidità delle sfide.

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