Un nuovo modello per la cresima?

di: Björn Odendahl

l’età dei cresimandi

Il vescovo Stefan Oster di Passau, almeno per i prossimi quattro anni, non intende amministrare nessuna cresima. Durante questo periodo dovrebbe essere preparato per la diocesi un nuovo modello di catechesi che preveda in futuro per la cresima agli adolescenti l’età di 16 anni. Attualmente nella maggioranza delle parrocchie della diocesi il sacramento viene amministrato a ragazzi e ragazze che frequentano la sesta classe, ossia all’età di 11 o 12 anni. Alla base di questo cambiamento c’è la convinzione che gli adolescenti, giunti ai 16 anni, sono più maturi per prendere una decisione. Le prime esperienze compiute in alcune parrocchie selezionate mostrano che questo cambiamento può avere successo e che anche il numero di coloro che ricevono il sacramento «non è diminuito in maniera significativa». Per contestualizzare questa proposta, il sito web della chiesa tedesca katholisch.de suggerisce di leggere un’intervista, rilasciata un paio di anni fa da Georg Langenhorst e raccolta da Björn Odendahl per la rivista Herder Korrespondenz. Georg Langenhorst è dal 2006 professore di didattica della religione cattolica e insegnante di religione presso l’università di Augsburg. Tra i suoi libri recenti figura “Kinder brauchen Religion. Orientierung für Erziehung und Bildung” (“I bambini hanno bisogno della religione. Orientamento per l’educazione e la formazione”. Qui di seguito il testo dell’intervista.

– In un contributo alla rivista “Herder Korrespondenz” sulla cresima, lei ha parlato di un sacramento dato in dono. Cosa intende dire?

L’espressione ha un duplice significato. Da un lato, Dio dona se stesso, la sua forza e il suo spirito ai bambini e agli adolescenti che ricevono la cresima; dall’altro, è anche l’indicazione di una crisi. Infatti, «sacramento dato in dono» significa anche che il modo con cui oggi noi amministriamo la cresima non è ottimale. La ragione sta nel fatto che la maggioranza dei bambini e adolescenti non vengono modellati in maniera significativa dal sacramento. In una parola, esso non opera niente in loro.

– Dove sta secondo lei la causa di questo problema?

Anzitutto occorre dire che la cresima come sacramento ha un fondamento teologico quanto mai incerto. Si tratta di una conferma e di un suggello del battesimo. Ciò dimostra che non avviene niente di sostanzialmente proprio. I bambini e gli adolescenti hanno già la capacità di partecipare pienamente alla vita della comunità. Si pone quindi in linea generale il problema di sapere se c’è bisogno di un’occasione indipendente. Se sì, allora occorre riflettere sul momento più opportuno.

– E quando sarebbe?

In Germania ci sono diversi modelli in cui l’età dei cresimandi varia dei 12 ai 18 anni. L’età giusta dipende, in definitiva, da ciò che realmente s’intende ottenere. Anche questo non è molto chiaro. Il concetto pedagogico centrale che si è affermato, a partire dagli anni ’70, è quello della maturità. Per la ragione che si è giunti a pensare che gli adolescenti adesso devono essere loro stessi a confermare ciò che i genitori hanno deciso a loro nome nel battesimo. Dal punto di vista teologico, tuttavia, ciò è discutibile poiché la cresima alle origini non è mai stata un sacramento della maturità.

 – Da noi in Germania il sacramento viene amministrato in gran parte durante la pubertà, ossia tra i 12 e i 16 anni. Lo ritiene ragionevole?

No. Da parte degli incaricati della catechesi della cresima, a tempo pieno oppure a titolo volontario, viene certo fatto molto. La catechesi tuttavia rimane in fin dei conti una proposta che assomiglia alla scuola. Gli adolescenti hanno l’impressione che le forme di insegnamento impartite dalla scuola si prolunghino nel loro tempo libero. Alla scuola non possono opporre un rifiuto, qui invece sì. Inoltre, in Germania, si riscontra in molti adolescenti una certa indifferenza. Se già a questa età non manifestano interesse per la scuola o per le singole materie, certamente non ne hanno per la cresima e per un loro impegno nella comunità ecclesiale. Nel migliore dei casi, ricevono il sacramento come qualcosa di marginale. Dubito però che con questo esprimano una scelta di maturità.

– E che cosa pensa del fatto di amministrare la cresima ai giovani adulti?

Se volessimo porre l’accento sulla coerenza della decisione responsabile, sarebbe certo una cosa significativa. Ma dovremmo accettare come conseguenza una drastica diminuzione del numero delle cresime. Attualmente circa il 70% di tutti i bambini della prima comunione vengono anche cresimati. Probabilmente sarebbero allora soltanto il 10%.

Ma ci sono anche altre obiezioni. Infatti, in un tentativo compiuto nella diocesi di Treviri di cresimare giovani adulti tra i 18 e i 20 anni, si è visto che questi si trovano già in una fase di ricerca della carriera o di partenariato. La cresima è, nel migliore dei casi, una scelta di “seconda linea”.

Infine, questa soluzione potrebbe creare un cristianesimo a due classi sui cui effetti possiamo solo discutere. In definitiva, nei consigli parrocchiali ci potrebbe essere posto solo per i cristiani “realmente tali”, perché cresimati.

– Quali sarebbero le conseguenze? Lei ha una proposta di soluzione?

Io sostengo che dovremmo tornare a un modello corrispondente a quello della Chiesa antica. Allora l’ordine dei sacramenti dell’iniziazione era diverso. Prima il battesimo, poi la cresima e quindi la prima comunione. In effetti, con la prima comunione i cristiani hanno la piena partecipazione a tutto ciò che caratterizza la comunità. È la conclusione logica. Per gli adulti che optano per il cristianesimo si fa esattamente così.

– Ciò che rimane è la domanda circa l’età giusta…

A mio modo di vedere, la prima comunione è perfettamente collocata. Gli alunni della terza e quarta classe elementare sono già incredibilmente consapevoli dal punto di vista culturale e, nello stesso tempo, anche molto curiosi. Anche lo sviluppo psicologico è a questo punto adeguato. Ciò significa che la cresima dovrà essere anticipata. Negli ultimi vent’anni, l’iscrizione alla scuola diventata una festa centrale di famiglia. Si potrebbe cogliere questa occasione e accompagnare religiosamente questo importante avvenimento. È un tempo di transizione in cui i bambini con la cresima, mediante lo Spirito Santo, potrebbero iniziare rafforzati la nuova fase della loro vita. Ciò avrebbe un significato simbolico.

– Ciò significa che bisogna ripensare la teologia della cresima…

Certamente. Se cresimiamo i bambini più piccoli, allora tutto il pensiero della maturità vien meno. D’altronde, come già detto, ciò si è manifestato troppo tardi. Importante sarebbe anche in questo modello non lasciare senza accompagnamento religioso questo tempo giovanile. Attualmente, a mio parere, lo carichiamo di un significato sacramentale che per degli adolescenti soprattutto non ha alcun senso.

 – Perché non facciamo una scelta ancora più radicale e colleghiamo la cresima direttamente al battesimo dei bambini, dal momento che i due sacramenti sono legati tra loro?

Teoricamente anche questo sarebbe pensabile. Tuttavia ciò cancellerebbe quasi del tutto il carattere indipendente della cresima. Teologicamente ha un suo significato: “lo Spirito Santo ti rafforza per il seguente cammino difficile della vita”. Sarebbe un peccato legare questo messaggio al battesimo e poi separarlo de facto.

– Cosa pensa dell’altro estremo: battesimo, cresima ed eucaristia solo per gli adolescenti e gli adulti che ne fanno la scelta?

Penso che sia completamente sbagliato. Il carattere di un sacramento non è qualcosa che uno deve meritarsi, e che uno debba essere sufficientemente maturo e abbia a capirlo.

La meravigliosa persuasione del cristianesimo è che Dio nella vita di ciascuno mostra che l’iniziativa è sua. È un dono, un regalo, un favore. Non c’è niente di più bello per una giovane famiglia che, da una parte, è ricolma di gioia e, dall’altra, vive lo stress, quando Dio dice “sì” a questo nuovo nato. È una tradizione buona e piena di calore – indipendentemente da ogni teologia del peccato.

 – Se la cresima nella prassi suscita problemi e anche la questione del tempo è discutibile dal punto di vista teologico, perché non si cambia?

Il grande peso della “Tradizione” sviluppa rapidamente nella Chiesa la sua logica. È un fatto durato soltanto un paio di decenni. Se io sono in una fase avanzata della formazione, mi trovo in un momento in cui spesso non si sa che esisteva un altro ordine nella successione dei sacramenti che forse teologicamente è perfino più significativo. Naturalmente c’è dietro la paura di perdere i bambini e gli adolescenti, prima ancora di quanto avviene oggi se l’iniziazione è già terminata con la scuola elementare. Io propongo perciò, almeno nelle singole diocesi, di provare e di vedere se il modo come sono amministrati i sacramenti sta cambiando.

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Un commento

  1. Jean Paul 22 gennaio 2018

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