Le elezioni britanniche viste da un vescovo scozzese

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Comincio citando una definizione risalente al secolo XV, antica ma tutt’ora esatta: «La Scozia è la parte settentrionale dell’isola in cui è situata l’Inghilterra».

Le circoscrizioni elettorali della Gran Bretagna sono 650, di cui 59 sono in Scozia.

Un voto per quattro decisioni

L’elezione britannica del 12 dicembre 2019 offriva a ciascun votante un solo voto per prendere in realtà non una ma quattro decisioni:

1. La scelta di un deputato al parlamento britannico, cioè a Westminster

2. La scelta fra due candidati al ruolo di Primo Ministro del Regno Unito, cioè Boris Johnson (Conservatori) o Jeremy Corbyn (Laburisti)

3. La scelta fra due programmi politici

4. La scelta di uscire dall’UE o di rimanerne membri.

Con quali conseguenze?

1. Chi sceglie un deputato sceglie anche un partito politico

2. Chi vota sceglie anche effettivamente il Primo Ministro:

o Johnson, precedentemente sindaco di Londra, di carattere carismatico ma impulsivo, troppo ottimista, che ha spesso promesso senza attuare, e che, sotto certi aspetti, somiglia a Donald Trump…

oppure Corbyn, socialista radicale, che dichiara apertamente le sue opinioni senza cambiare, opponendosi al capitalismo (per esempio, vuole la nazionalizzazione di molti servizi)…

3. Scegliendo un partito politico, l’elettore sceglie anche il programma politico, no? Soprattutto questa volta la scelta si rivelava molto complicata anche se è sempre possibile il cosiddetto tactical vote, cioè scelgo X solo per escludere Y.

4. Il referendum sull’Europa si riassumeva in un’unica domanda: rimanere membri dell’UE (Restare) o uscire dall’UE (Uscire); il risultato per tutta la Gran Bretagna fu “Restare” 48%, “Uscire” 52%. Nonostante l’esiguità di quello scarto, Boris Johnson parla della «volontà della nazione» e ripete spesso “Let’s get Brexit done!” («Portiamo finalmente a termine la Brexit!»).

Il risultato dell’elezione del 12 dicembre può sembrare chiarissimo: sulle 650 circoscrizioni, il partito “Conservatore” (Tory) ha ottenuto 365 deputati; il partito “Laburista” 203, il “Partito Nazionale Scozzese” (SNP) 48,  i “Liberaldemocratici” solo 11, l’insieme di vari altri movimenti 23. Quindi, il governo gode di ben 80 deputati oltre la maggioranza richiesta.

Visto dalla Scozia, però, il risultato sembra molto meno scontato.

In Scozia l’esito dell’elezione del 12 dicembre distribuisce i collegi a sua disposizione (59) nel seguente ordine: 6 al partito “Conservatore”, 1 al partito Laburista, 4 ai Liberaldemocratici e 48 al “Partito Nazionale Scozzese” (SNP).

Si vede subito com’è diverso il paesaggio politico scozzese. Bisogna anche ricordare il risultato del referendum “Uscire/Restare” del 2016 quando gli abitanti della Scozia hanno votato in questo modo: Uscire  (dall’UE) il 38%; Restare (membri dell’UE) il 62%.

La mia reazione e le mie aspirazioni

Come reagisco personalmente di fronte a questo risultato?

Sono insoddisfatto e persino ansioso. Il signor Johnson è riuscito a prevalere, come mi aspettavo, senza il freno di un’opposizione effettiva che potesse moderare i suoi impulsi. Speravo in  una maggioranza molto più debole, lasciando al Partito Nazionale Scozzese un ruolo di equilibrio del potere. Ho il sospetto che molti elettori “Laburisti” abbiano votato “Conservatori” per escludere Corbyn.

Come molti britannici, continuo a sperare che la “Brexit” verrà o accantonata o almeno differita in attesa di una più chiara e completa comprensione di quelle molteplici difficoltà che i suoi sostenitori non avevano messo in conto. Abbiamo sciupato più di tre anni (spendendo milioni, se non miliardi, per pagare i salari e le spese di viaggio dei pubblici funzionari impiegati sul negoziato per la “Brexit”) senza arrivare a quella uscita facile dall’UE che ci era stata promessa. E molte decisioni (interne) urgenti venivano differite o messe da parte.

Sappiamo che i politici dell’UE rischiano di perdere la pazienza, e io la stessa impazienza la leggo nel motto “Let’s get Brexit done!” («Portiamo finalmente a termine la Brexit!»). Ma rimangono insoluti molti punti.

Dico francamente che mi sento non solo scozzese ma anche europeo; in parte perché sono dichiaratamente cattolico e ancor  più perché, per nove anni, ho rappresentato la Conferenza episcopale di Scozia presso la COMECE (Commission des Épiscopats de la Communauté Européenne); inoltre, appartengo alla percentuale del 62% degli scozzesi che, nel 2016, votarono “Restare” (nella UE). Ammetto, nello stesso tempo, che non rappresento e neanche conosco le opinioni dei miei colleghi vescovi su questo punto.

Il signor Johnson, venerdì scorso, ha dichiarato che vuole tenere unita la nazione e porre fine alle divisioni, ma alcuni commentatori ritengono che egli non farà altro che aumentarle.

Certo, nel precedente referendum gli abitanti della Scozia votarono per il 55% contro e per il 45% per l’indipendenza, ma è vero che oggi si ripropone la questione di un’eventuale indipendenza della Scozia. La sua popolazione di 5,5 milioni è già il doppio dell’Estonia, della Lettonia o della Slovenia, ed eguaglia l’Irlanda, la Nuova Zelanda e la Norvegia, quindi non è impensabile ipotizzare la sua indipendenza.

E se fosse proprio l’indipendenza l’unico modo per rimanere membro dell’UE? Chissà!

* Peter A. Moran è vescovo emerito di Aberdeen

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