La fede: Dio dentro la vita

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Il tema sembra ovvio. Si sente così tanto parlare di fede che non si riesce quasi più a descriverla. Eppure, è importante per la vita singola e per quella collettiva.

La fede è il modo di concepire la vita. Tutti, anche quanti negano di aver fede, in realtà vivono con una guida che ispira le loro azioni. Al di là delle contraddizioni e delle dimenticanze, qualsiasi adulto ha di fronte a sé una strada che segue. A volte chiara, a volte a chiazze, a volte contraddittoria.

È il frutto dell’educazione ricevuta, ma anche delle verifiche che ciascuno fa nella vita. Ne scaturiscono convinzioni, indicazioni, modi che accompagnano l’esistenza: possono essere corretti, anche cambiati o, nel tempo, rifiutati.

Per il passato la fede ricevuta era più solida e – potremmo dire – meno personalizzata, oggi ciascuno “aggiusta” il suo modo di pensare e di procedere e assume indicazioni da varie fonti, facendone una sintesi e adattandole alla propria storia.

Se la personalizzazione offre maggiore responsabilità, non sempre le conclusioni sono in linea con quanto altri (autorità) stabiliscono per la convivenza.

Oggi è prevalente il rispetto della legge civile sulle indicazioni della coscienza: non tutto ciò che è legale, è però morale. Di fatto, l’attenzione maggiore viene posta sul legale. Per fortuna, un po’ di sensi di colpa ancora rimangono. Qualcuno li vorrebbe aboliti: in verità sono di aiuto – quando non diventano ossessivi – per vivere bene.

La fede cristiana

Sostieni SettimanaNews.itOgni religiosità pone al proprio centro la visione del Dio al quale si crede. Un Dio – attenzione – che occorre “costruirsi”. Nel senso di arrivare ad una intimità con lui, così da ascoltarlo nei suggerimenti che offre. Siamo più abituati alle norme che a una vita condivisa con Dio. Eppure, scoprire il suo volto, dialogare con lui, nei momenti belli e brutti, è di una compagnia e consolazione che fa vedere le cose con uno sguardo diverso dalla percezione umana.

Sembra difficile; in realtà, si tratta di intraprendere una strada di ricerca. Nessuno è in grado di vivere la divinità in tutta la sua completezza. È meglio individuarla secondo la propria storia: può essere un Dio misericordioso, oppure maestro, giudice, amico. Tutto dipende dalla propria storia che orienta, con tutto se stesso, verso il desiderio e la consapevolezza delle sembianze divine.

Possono essere d’aiuto le molte letture, omelie, occasioni nelle quali si parla di Dio. Lentamente, il desiderio diventa ricerca e, infine, i contorni del volto di Dio si fanno sempre più nitidi fino ad arrivare ad una vicinanza che permette di dialogare in libertà: senza riserve e senza paure.

In quel momento il dialogo si fa costante. Non occorre aspettare i momenti privilegiati del silenzio, del culto e della meditazione.

Gli ambienti, le persone, la vita reale diventano motivi di preghiera: prima di tutto di ringraziamento. Le bellezze del creato sono infinite nella natura e nelle persone. È sufficiente essere attenti e “godere” di quanto Dio ha concesso. È importante memorizzare la grazia ricevuta, altrimenti Dio è invocato solo nel momento del bisogno.

Il mio Dio

Ciascuno fonda la sua fede su degli assi portanti: i miei sono tre.

Il primo è dettato dal Libro della sapienza: «Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutto per l’esistenza; le creature del mondo sono sane, in esse non c’è veleno di morte, né gli inferi regnano sulla terra, perché la giustizia è immortale» (Sap 1,13-15). È di grande consolazione pensare a un Dio positivo, orientato alla vita, creatore e curatore dell’universo. Ogni forma di vita diventa così sua opera: non solo in termini ideali, ma pratici. Questa visione spinge a vivere con grande impegno e gioiosamente quanto Dio ha concesso. A partire dalla natura, senza dimenticare le piante, gli animali e, soprattutto, le creature umane. Di fronte dunque alle vicende terrene il nostro Dio insegna la positività di ciò che esiste, accettando, curando, godendo di ciò che esiste, compresa la fatica e la quotidianità.

Il salmo 24 – seconda colonna – suggerisce: «Del Signore è la terra e quanto contiene, l’universo e i suoi abitanti. È lui che l’ha fondata sui mari, e sui fiumi l’ha stabilita. Chi salirà il monte del Signore, chi starà nel suo luogo santo? Chi ha mani innocenti e cuore puro, chi non pronunzia menzogna, chi non giura a danno del suo prossimo». C’è dunque un impegno concreto che spinge a creare un mondo vivibile, perché tutto il mondo è di Dio. Non c’è materia, luogo, persona, incontro che possa sottrarsi alla visione del Dio creatore. Questa convinzione spinge a vivere con dignità la vita, attenti a renderla come Dio l’ha progettata e sognata.

Il terzo riferimento è tratto dal Vangelo di Luca: riferisce del miracolo alla vedova di Nain. «Quando fu vicino alla porta della città, ecco che veniva portato al sepolcro un morto, figlio unico di madre vedova; e molta gente della città era con lei. Vedendola, il Signore ne ebbe compassione e le disse: “Non piangere!”. E accostatosi toccò la bara, mentre i portatori si fermarono. Poi disse: “Giovinetto, dico a te, alzati!”. Il morto si levò a sedere e incominciò a parlare. Ed egli lo diede alla madre» (Lc 7,11-13).

Quel “non piangere” è l’impegno di tutti verso tutti. Significa organizzare e gestire la vita, così che sia godibile da ognuno, soprattutto per quanti sono in difficoltà. Non è possibile per noi operare il miracolo, ma è alla portata di chiunque aiutare a superare la sofferenza.

La fede, dunque, aiuta nella vita concreta. Non c’è – o almeno non dovrebbe esserci – il distacco tra la realtà trascendente e la vita umana. Dio è vivo se influisce nell’esistenza, se offre una dimensione “utile” a vivere secondo le sue indicazioni. Solo così è possibile scoprirlo, dialogare con lui e, magari, avere il dono e la capacità di incontrarlo in momenti più utili e personali.

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