Lo stile sinodale nella Chiesa

di: Michele Giulio Masciarelli

Parola-chiave di questo pontificato

La diffusione dell’idea di sinodalità – parola-chiave del pontificato di papa Francesco – passa e passerà sempre di più attraverso lo stile che i vari soggetti ecclesiali assumeranno nel loro essere, nel loro relazionarsi, nel loro servire la causa del Regno e della Chiesa. Anche per i cristiani è questione di stile, anzi per il cristianesimo è questione di stile (cf. Ch. Theobald, Lo stile della vita cristiana, Qiqajon, Magnano [BI] 2015. Ancora di lui, cf. Il cristianesimo come stile. Un modo di fare teologia nella postmodernità, voll. 1-2, Dehoniane, Bologna 2009).

In particolare, dello stile sinodale ci sono significativi tratteggi nella Scrittura; basti far memoria dell’intramontabile regola di comportamento ecclesiale nel prendere decisioni: «È parso bene allo Spirito Santo e a noi» (At 15,28). Lo troviamo anche nel dire e nell’agire di Gesù, maestro di umanità e di vangelo (cf. Ch. Schönborn, Gesù Maestro. Scuola di vita, ESD, Bologna 2014), ma è soprattutto nell’arte educativa che egli mostra con i discepoli: li interroga, discute con loro, li riprende quando non li può approvare. In proposito, non ha perso d’importanza un classico di pedagogia-didattica di Gesualdo Nosengo, che è stato fra le mani e sotto gli occhi preoccupati di tanti educatori cristiani, che sentivano – era  appena finita la seconda guerra mondiale – la responsabilità di risollevare l’animo degli italiano col farmaco dell’educazione usato dal Maestro della sua vita pubblica (cf. La pedagogia di Gesù. Saggi di commenti pedagogici al Vangelo, AVE, Roma 1947).

Lo stile sinodale, come ogni altro stile, non è costituito da procedure regolate da applicare nei vari contesti ecclesiali: in diocesi, nelle parrocchie e nelle diverse comunità ecclesiali eucaristiche o meno. Esso è, invece, un qualcosa di culturale, di spirituale, di teologico: è una disposizione comportamentale che deve tendere a farsi permanente, in grado di portare a vivere e a operare insieme a tutti gli altri nello spirito del vangelo, della fraternità battesimale, della comunione eucaristica, della collaborazione caritativa generosa, della corresponsabilità seria, saggia e tenace. Non esiste una formula infallibile della sinodalità, mentre quel che serve è il senso della Chiesa, che la ispira, la regge e le dà vita.

Lo stile della sinodalità non è un semplice ideale, un insieme di desideri che potrebbero facilmente diventare retorici; esso consiste, piuttosto, nell’assumere congrui atteggiamenti dialogali e nell’avviare precisi processi collaborativi. Inoltre, l’insieme dei tratti formali che individuano un qualsiasi stile non sono mai fissi (la cosa vale anche per lo stile sinodale): neppure questo possiamo ridurre a un prontuario di regole da seguire, a elenchi di procedure da mandare a memoria. Lo stile, anche quello sinodale, è un modo di essere che si coniuga sempre con l’originalità.

Tre forme di stile sinodale per tutti

1. Lo stile dell’accoglienza. Lo stile accogliente chiede d’esercitare l’amore nell’atto d’accettare l’altro, di riconoscerlo per tutto quello che è; comporta di rispettarlo, di riceverlo nella propria vita, prima che nel tempio e nella propria casa, con ospitalità piena e delicata. Ciò implica la capacità d’ascolto, la tolleranza, il senso sacro della persona umana, la discrezione.

La diocesi, la parrocchia, le curie, gli istituti di formazione e gli altri luoghi ecclesiali, nel loro insieme, sono chiamati a praticare rispetto, tolleranza, apertura piena della mente e del cuore, le due porte dell’anima. In concreto, le Chiese locali, nate al fonte battesimale, trasportano all’ambone e nel suo spazio vitale della testimonianza e della missione l’insegnamento e il tirocinio educativo dell’accoglienza.

In un’educazione motivata alla sinodalità esse ricordino a ogni loro figlio e a ogni loro figlia che non è possibile dimenticare ciò che è accaduto all’inizio della loro esistenza cristiana: vi è stato il gesto d’accoglienza della Chiesa madre nella loro casa… Quel gesto deve ora caratterizzare la loro esperienza dei discepoli di Cristo e dei membri di una Chiesa che si propone di suscitare, dovunque e fra tutti, solidarietà, recupero, pace, in una parola: comunione sinodale.

2. Lo stile della convivialità. Il cristianesimo è religione conviviale: pertanto, ai cristiani s’addice lo stile sinodale del pensare, decidere e progettare insieme. Siamo molti per una sola missione. Questo sentire di fede dispone alla mutua accettazione, allo spirito collaborativo, alla volontà della condivi­sione. Fra l’altro, anche la sapienza umana lo consiglia: è meglio sbagliare insieme che indovina­re da soli.

I cristiani di questo nuovo post-concilio sono chiamati a vivere sinodalmente nella storia, perciò anche con lo stile della convivialità eucaristica: «La convivialità, come tendenza della cultura, deve farsi commensalità, come esperienza tra le culture. Per cambiare il mondo al segno della giustizia, occorre cambiare la vita al segno dell’amore» (S. Palumbieri, L’uomo e il futuro, II, Dehoniane, Roma 1993, p. 30). Questo amore papa Francesco lo interpreta come «tenerezza» (M.G. Masciarelli, Il papa vicino. Francesco e l’odore delle pecore, il popolo e l’odore del pastore, Tau Editrice, Todi [PG] 2013, pp. 60-65).

La cultura o la «civiltà della tenerezza», come ama esprimersi Giuliana Martirani, s’irradia a raggiera: è tenerezza verso se stessi, verso il prossimo, verso il creato, verso i popoli (La civiltà della tenerezza. Nuovi stili di vita per il terzo millennio, Paoline, Milano 1997, pp. 51-149). Si tratta, in modo particolare, d’impegnarsi a creare una cultura della convivialità che realizzi la fecondazione reciproca delle differenze.

3. Lo stile del dialogo. Senza dialogo, la comunione non esiste e la missione è com­promessa. Il dialogo fra i cristiani, per capire quello che si vive dentro la Chiesa, dev’essere rispettoso, umile, intessuto dello spirito della parresìa costruttivo ed ecclesialmente condotto. Le Chiese locali e tutti gli organismi della Chiesa universale sono naturali luoghi per fare esercitare nello stile del dialogo, ossia per esercitare coralmente, il giudizio sulle cose da dire e da fare, alla luce dell’unico giudizio sul mondo che Dio ha pronunciato nella vicenda del Crocifisso. Questo giudizio ispira un triplice convincimento: le cose di Dio si giudicano con i criteri di Dio; il Regno viene per le vie umili e con i mezzi deboli; le cose di Chiesa si trattano solo sinodalmente.

Questo stile del dialogo va praticato in modo particolare negli spazi educativi (università, istituzioni formative di ogni genere, conventi e seminari, aggregazioni ecclesiali, associazioni sportive, cenacoli artistici…). Queste realtà ecclesiali hanno modo di praticare in tanti modi lo stile del dialogo con l’attivazione rigorosa, paziente, ed evangelicamente vissuta, saggiamente condotta degli organismi di partecipazione, sia di quelli giuridicamente imposti sia attivando altre modalità comunionali per agire in modo sinodale che la creatività pastorale sa sempre trovare.

Tre forme di stile sinodale per i pastori

Anche nella vita di Chiesa, nella missione, nella pastorale è questione di stile perché per esse occorre la qualità della comunione, realtà trinitaria partecipata alla Chiesa, che essa non finisce mai di meritare. Tuttavia, la Chiesa oggi ha una traccia comportamentale interessante per crescere nella comunione ecclesiale ed è quella di una grande esperienza di sinodalità. Questa deve diventare la forma più evidente della vita di Chiesa. Ma, perché questo accada, bisogna che si pratichino le virtù sinodali (accoglienza, ascolto, convivialità, perdono…). Queste, in parole brevi, tracciano lo stile del vangelo, lo stile della fede, in una parola… lo stile di Dio, assai diverso dallo stile degli uomini: i pensieri di Dio non sono sempre i nostri pensieri, le sue vie non sono sempre le nostre vie (cf. Is 55,8s). Lo stile sinodale si farà riconoscere per alcuni tratti particolari: disponibilità, corresponsabilità, volontà di prendersi cura…

1. Lo stile di Geremia. Il richiamo dei pastori alla conversione, ossia ad una riforma attenta e rigorosa, non dev’essere un atto di rigida accusa mishpat(giustizia) che porta al giudizio e alla condanna del colpevole, sebbene proporzionata alla colpa, ma deve configurarsi come un atto pedagogico, che rechi i tratti del rib, il procedimento contraddittorio che ha come scopo di fare prendere coscienza il colpevole del male fatto e di condurlo al ravvedimento e alla richiesta di perdono. È lo “stile di Geremia” che aiuta a entrare nella dinamica del rib.

Il pastore deve adottare questo stesso stile: rivolgersi direttamente al colpevole con un rimprovero volto alla sua conversione e al ristabilimento di una relazione di fedeltà con Dio e con la Chiesa. Questa cura pastorale è l’invito a cambiare i modi di atteggiarsi e di operare dentro la Chiesa determinando, così, una fattibile e concreta riforma sinodale.

2. Lo stile del Battista. I pastori debbono anche adottare lo “stile del Battista”; è lo stile della discrezione, quello di chi non si mette al posto di Cristo: «Io non sono il Cristo. […] Chi possiede la sposa è lo sposo; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è compiuta. Egli deve crescere e io diminuire» (Gv 3,29-30). Potremmo dire che, a queste parole del Battista, facciano severa eco i messaggi che discendono dal «soli Deo gloria» di Calvino, dall’«ad majorem Dei gloriam» di Gregorio Magno, fatto proprio da Ignazio di Lojola…

Anche i pastori debbono ricordare che «chi possiede la sposa [la Chiesa] è lo sposo [Cristo]» e che essi sono quelli mandati avanti a preparagli la strada, mentre sulla strada deve passare prima Cristo e, al seguito di lui, i discepoli, come dice sant’Agostino: «Transit Jesus ut clamemus» (s. Augustinus, Sermo 88, 10, 9). Questa è l’idea corretta della sinodalità: lasciar passare il Cristo mettendosi dietro le sue spalle e gridare di gioia al suo passaggio.

3. Lo stile di Maria di Nazaret. C’è un “testamento” della Vergine-Madre ed è la consegna da lei fatta ai servi durante le nozze di Cana: «Fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Maria insegna Cristo, nel senso proprio etimologico (in-segna): lo indica, lo addita perché, come madre, conosce l’accesso al suo cuore più di tutti. Maria porta a Cristo, chiede l’ubbidienza per il Cristo: suo incarico e suo gusto sono l’essere memoria di lui. La sua fede invita a ricordare la storia salvifica perché sia attualizzata, mentre desidera che anche i discepoli di Gesù di tutti i tempi siano memori di lui soprattutto nell’ora della prova (cf. A. Serra, Maria di Nazaret. Una fede in cammino, Paoline, Milano 1993, pp. 31-48). Maria è donna sinodale o del cammino perché, come discepola, testimonia la fedeltà a Gesù maestro e perché – come maestra – insegna a seguire il Cristo, pastore che guida al Regno.

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