Regno di Dio e mondo secolare: compagnia e profezia

di: Andrea Lebra

«Bisogna dirlo con franchezza: ci sono state e ci sono troppe caricature di Dio, troppe immagini sbagliate, parziali, severe e poco umane di lui, troppi volti di Dio costruiti sulla misura dei bisogni e degli egoismi umani o sul metro delle intenzioni clericali, troppi idoli scambiati per Dio e che altro non sono se non una sua deformazione. Se non riusciamo a disfarcene, sarà impossibile evangelizzare, cioè rendere presente nel nostro tempo secolare il Regno di Dio, che coincide in sostanza con la persona di Gesù Cristo e il suo messaggio di salvezza».

Ne è più che mai convinto Francesco Cosentino, docente di teologia fondamentale alla Pontificia Università Gregoriana, autore di numerose pubblicazioni di grande interesse, specializzato sul tema dell’ateismo e del dialogo con i non credenti.

Stimato teologo, che alla chiarezza del linguaggio unisce la profondità del pensiero, Cosentino sa sintonizzarsi con le fatiche, le domande, i dubbi e gli interrogativi che i cristiani del contemporaneo mondo secolarizzato avvertono quando si tratta di accogliere e testimoniare l’Evangelo di Gesù in maniera coinvolgente e calda. Ha recentemente animato, presso la casa di spiritualità di Certosa di Pesio (CN), un’intensa e proficua giornata di riflessione e di preghiera organizzata dai Missionari della Consolata e da La Tenda dell’Incontro Giovanni Giorgis, un’associazione costituita da persone che vengono da luoghi ed esperienze diverse aiutandosi vicendevolmente ad essere, o forse meglio, a diventare cristiani oggi.

Certosa di Pesio

Corposa e ricca di stimolanti spunti la sua relazione sul tema La profezia del Regno di Dio nel tempo secolare, che a me è sembrata straordinariamente in sintonia con il magistero di papa Francesco.

Partecipato e di grande levatura il dialogo che ne è seguito, con le coinvolgenti risposte del relatore alle numerose e pertinenti domande dei partecipanti.

L’“oltre” del Regno di Dio

Secondo la testimonianza dei Vangeli, del Regno di Dio Gesù parla in continuazione. Non ne dà mai, però, una definizione. A chi gli domanda «quando verrà il Regno di Dio» risponde che esso, pur essendo in mezzo a noi o dentro di noi, non si può collocare «qui» oppure «là» (Lc 17,20-21).

In effetti, il Regno di Dio – afferma Cosentino – «sta sempre oltre il dove tu sei in questo momento». È una realtà in divenire. Rappresenta il desiderio grande che abbiamo nel nostro cuore e che Gesù viene a realizzare. Ci mette in cammino. Ci costringe ad uscire dalle nostre «certezze». Ci fa andare dove noi immaginiamo di non dover andare. Non coincide con nessun porto raggiunto.

Il Regno di Dio è una realtà essenzialmente dinamica. Ci dà appuntamento in un posto, ma si fa trovare in un altro. È qui, ma è sempre altrove.

La sua caratteristica è quella di spostare continuamente i confini del credere e non permettere chiusure identitarie o stabilizzazioni mondane.

I problemi dei cristiani con il Regno di Dio

Bisogna prendere atto che i cristiani hanno avuto e continuano ad «avere dei problemi» con il Regno di Dio. Almeno due.

Il primo problema, forse quello più grave, consiste nel separare incautamente il Regno di Dio dalla storia che viviamo, oppure nello spostarlo così in avanti fino a farlo coincidere con qualcosa che riguarda solo l’aldilà della vita eterna. Non c’è tradimento più grande del cristianesimo, se è vero che il cristianesimo è fede nell’incarnazione. Diversità e alterità del Regno di Dio rispetto alla storia non possono diventare sinonimo di separazione. Il cristianesimo è incarnazione.

È nella carne del Figlio che il Regno di Dio è in mezzo a noi e dentro di noi, anche se rimane ancora da compiersi. Distinguere senza separare, dunque. La relazione con Dio e con il suo Regno deve trasformare la storia e il mondo in cui viviamo. Tra Regno di Dio e mondo c’è correlazione. Se interpreta il Regno di Dio solo come una realtà esclusivamente trascendente, il cristianesimo rischia di essere mutilato e di generare, come direbbe papa Francesco, «una spiritualità senza carne».

Il secondo problema consiste nel leggere la secolarizzazione come una realtà che si oppone irrimediabilmente al Regno di Dio. Chi della secolarizzazione ha questa concezione rischia di cadere nella trappola dell’ideologia e nelle maglie di un cristianesimo polemico, agguerrito e fondamentalista che ai ponti preferisce i muri. La missione della Chiesa e del popolo di Dio è quella non di condannare il mondo, ma di incontrarlo, cercarlo, radunarlo e condurlo all’incontro con Dio. E di fare questo nel solo modo che è stato indicato da Gesù: evangelizzando. Cioè, come direbbe ancora papa Francesco, rendendo presente nel mondo il Regno di Dio.

Modernità secolarizzata: un kàiros, non una tragedia

Capita spesso, ancora oggi, di sentir parlare di “secolarizzazione” in termini negativi. Come se fosse qualcosa di incompatibile con il cristianesimo. Come se nel mondo secolarizzato lo Spirito di Dio fosse assente. Un mondo estraneo, nemico, da cui difendersi, magari rimpiangendo i bei tempi antichi.

Il prof. Cosentino ha, allora, affrontato con appassionata lucidità il contrasto fra il processo di secolarizzazione, che ha valorizzato l’uomo, con la sua ragione e la sua capacità di agire e di trasformare il mondo, e il cristianesimo, che porta in sé i valori contenuti nella secolarizzazione, di cui è in realtà ispiratore e da cui ha ricevuto una salutare spinta verso una maggiore autenticità.

Secular Age

A ben vedere, l’istanza di fondo della secolarizzazione è generata dal cristianesimo stesso. È la visione biblica dell’essere umano e del mondo che fonda la secolarizzazione, in quanto essa ci testimonia che Dio ha pensato, all’inizio della creazione, l’uomo e la donna come soggetti liberi e responsabili ai quali è stata affidata la cura del «giardino» del mondo.

Probabilmente, senza l’ottusità di entrambe le parti, la secolarizzazione si sarebbe affermata in continuità con la fede cristiana invece che in contrapposizione.

La modernità secolarizzata costituisce un kàiros che potrebbe essere promettente per la stessa fede cristiana, per la sua purificazione e la sua riflessione sulle possibili forme storiche ed ecclesiali.

Non si può non essere d’accordo con chi – come il filosofo canadese Charles Taylor – invita a passare da una lettura meramente sociologica del fenomeno della secolarizzazione (perdita della fede, riduzione dello spazio pubblico della Chiesa ecc.) ad una lettura più profonda che ce lo presenta come un «momento favorevole» per imparare a porsi delle domande su quale tipo di fede sia richiesta ai credenti del nostro tempo secolare che continua ad essere abitato dalla grazia di Dio.

Dialettica tra Regno di Dio e mondo secolare

Il Regno di Dio ha segni evidenti di presenza in questo mondo secolare. Al contempo, però, ne è contestazione profetica delle strutture, delle visioni e delle ideologie.

Per definizione – ha insistito Cosentino – il Regno di Dio è un pungolo, una provocazione critica per la storia, specialmente per quelle situazioni in cui appare visibile il degrado dell’essere umano e del mondo.

L’insieme dei credenti che costituisce la Chiesa deve essere consapevole che essa non vive per se stessa, ma a servizio di quel Regno di Dio di cui, come afferma la Lumen gentiun, «costituisce in terra il germe e l’inizio» e con il quale non può essere identificata.

Una Chiesa a servizio del Regno di Dio è sempre una Chiesa in cammino e mai una Chiesa che si accomoda sui propri consolidamenti.

Tre le urgenze pastorali suggerite dal docente della Gregoriana perché i cristiani possano empaticamente e dialetticamente coinvolgersi nella pasta del mondo secolare, portandovi il levito del Regno di Dio: ritornare a Gesù di Nazareth, riscoprire una nuova immagine di Dio, promuovere un cristianesimo critico-profetico.

Ritornare a Gesù Di Nazareth

Non c’è niente di più urgente e più necessario che un cristiano possa fare per rendere presente il Regno di Dio oggi, se è vero, come è vero, che il Regno di Dio è la persona stessa di Gesù.

È in grado di farlo solo una Chiesa formata da cristiani che si relazionano non con un’idea o con un modello morale a cui adeguarsi, ma con la persona viva di Gesù Cristo.

C’è, quindi, bisogno di una Chiesa segnata essenzialmente dall’esperienza e dal contatto con Gesù e nella quale la bellezza, lo stile e la libertà dell’Uomo di Nazareth brillino fino ad affascinare le persone.

È possibile che ciò richieda una decisa verifica, una coraggiosa autocritica e una radicale revisione della vita delle nostre comunità parrocchiali.

Riscoprire una nuova immagine di Dio

Come detto all’inizio, è necessario disfarsi delle immagini di Dio che altro non sono se non una sua deformazione.

Buon SamaritanoL’unica vera immagine di Dio che nel tempo secolare può scaldare il cuore dell’uomo e della donna è quella che ci viene proposta da Gesù: un Dio, onnipotente nella misericordia e nel perdono, al quale stanno a cuore la cura e la crescita dell’umano.

All’immagine di Dio il prof. Cosentino attribuisce fondamentale importanza, in quanto, alla base di ogni concezione ateistica o incredula o di ogni disaffezione alla fede cristiana, vi è, non di rado, una distorta immagine di Dio.

Proprio a questo riguardo, non si può non pensare a quanto era solito ripetere David Maria Turoldo: sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare, perché poi ci si sbaglia su tutto, sulla storia e sul mondo, sul bene e sul male, sulla vita e sulla morte.

Sull’importanza di «avere un’idea vera di Dio» anche papa Francesco ha parole illuminanti.

Promuovere un cristianesimo critico-profetico

Ma per rendere presente nel mondo il Regno di Dio, occorre un cristianesimo che abita il mondo esercitando un atteggiamento ospitale dell’umano e della storia (compagnia) e, contemporaneamente, capace di indicare l’oltre e l’altrove (profezia).

Occorre un cristianesimo di donne e uomini con gli occhi aperti. Per vedere il male presente nel mondo in tutte le sue forme personali e strutturali e contrastarlo con determinazione. Per vedere la sofferenza e il bisogno delle persone che si incontrano e, come il samaritano della parabola, farsene carico. Perché non si può credere in Dio e restare ciechi al dolore del mondo.

I cristiani sono «mistici con gli occhi aperti». La loro – come scrive un grande teologo contemporaneo ultranovantenne – è «una mistica che cerca il volto, che porta prima di tutto all’incontro con gli altri che soffrono, all’incontro con la faccia degli infelici e delle vittime».

La compagnia e la profezia, opponendosi tanto alla fuga dalla storia quanto all’acritica contaminazione in essa, permettono ai cristiani di vivere la tensione propria del Vangelo e della logica del Regno di Dio, di fuggire la tentazione della ghettizzazione in categorie religiose che riducono la fede e la Chiesa in cittadelle difensive rispetto alla vita reale.

Oggi i cristiani – ha concluso Francesco Cosentino – non possono limitarsi a restare fedeli al passato. Hanno il compito impegnativo di stare dentro il tempo secolare liberandosi di ogni moralismo negativo e animandosi, invece, di atteggiamenti propositivi di incontro, di dialogo e di annuncio. Certo, mettendo anche in discussione i propri linguaggi, l’organizzazione delle strutture ecclesiali e lo stesso modello parrocchiale, superando così ogni forma di rassegnazione o di pessimismo, abbracciando una visione audace e creativa. Soprattutto ai cristiani è chiesto di dare il loro contributo per vincere l’accidia pastorale che sembra serpeggiare nelle comunità e che, se non contrastata, mina come un male oscuro il compito fondamentale della Chiesa: testimoniare, in parole e opere, nel presente tempo secolare le potenzialità umanizzanti del Regno di Dio.

 

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Un commento

  1. Giovanni Aleccia 26 giugno 2019
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