Scandali, sessualità e Chiesa

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Non entro nel dibattito nato dalla pubblicazione di qualche libro che raccoglie dati già noti o nella cronaca giudiziaria di sacerdoti incontinenti. Ma il fatto che, nella comunicazione pubblica, il tema sia così ostinatamente rimbalzato mi costringe, come credente, a non sfuggire ad alcune domande e riflessioni.

Se, da una parte, occorre ritrarsi da una curiosità morbosa che insegue lo scandalo (quasi alla ricerca di un’auto-giustificazione: “sono tutti marci, io non sono così”), dall’altra, non voglio che la Chiesa appaia sulla difensiva, arroccata come chi si sente presa in assedio, sospetta di complotti e restia a fare delle domande su di sé. Forse il detto evangelico di togliere prima la trave dal proprio occhio vale al caso nostro. Possiamo interloquire con il mondo, anche con il coraggio profetico che serve, solo se prima non ci sottraiamo a guardare dentro di noi, a fare pulizia in casa nostra.

Il paradosso: una sessualità più esposta e poi meno difesa

D’altra parte, colpisce il paradosso che si evidenzia in questi scandali di natura sessuale. Viviamo in una società che ha sdoganato il sesso cercando – inutilmente – di togliere ogni tabù, e poi ci ritroviamo vittime di una sessualità selvaggia. Salvo poi scandalizzarsi, in modo quasi puritano, degli esiti di questo clima senza regole, sempre pronti a cercare nell’altro i mali che non vediamo in casa nostra. Permettiamo ai giovani un’esposizione alla sessualità senza protezione, lasciamo che i corpi dei nostri figli siano messi in mostra in modo impudico (dal vestito a internet) e poi ci scopriamo incapaci di difenderli dalla violenza che usa i loro stessi corpi per soddisfare piaceri compulsivi, istinti che hanno perso ogni freno inibitorio.

Non ci accorgiamo che una certa liberalizzazione ha lasciato indifesi i piccoli. Si vuole abbassare il limite dell’età per avere rapporti consenzienti, dimenticando che, senza un contenimento del godimento, si spegne ogni forma autentica di desiderio; cresce la ricerca compulsiva della soddisfazione e il corpo rimane più esposto ad essere il terreno di ogni forma di abuso (sessuale, alimentare, mediatico ecc.).

Viviamo in un tempo nel quale il bambino è oggetto di una sorta di centralità al limite dell’esagerazione[1] e, contemporaneamente, non sappiamo più trovare un minimo di regole educative che incanalino le pulsioni e sappiano forgiare il desiderio umanizzandolo.

Il caso ecclesiale e quello familiare

La Chiesa non vive questi paradossi dall’esterno – non vive su Marte – e condivide la scompostezza con cui gli uomini e le donne di oggi vivono la sessualità.

Il caso degli abusi sui minori è emblematico. Si tratta di una pratica antica e da sempre presente nella vita degli affetti umani. Presente nelle famiglie, dove avviene il numero maggiore dei casi di abuso, e nelle istituzioni educative. Oggi, giustamente, siamo diventati più sensibili, ma non per questo più saggi. Consiglio di leggere per intero il capitolo di Caterine Ternyck intitolato: Pedofilia… di che amore amiamo il bambino? che esordisce con questo esergo: «Il bambino è l’incantatore, la deliziosa vulnerabilità, la parte di sacro senza la quale la vita è solo un po’ di sabbia tra le dita. È proprio questo che lo espone e lo mette in pericolo. Il sacro invita sempre al sacrilegio…. Poveri cristi, bruti ottusi, si sono fatti carico del compito. Uomini così li segniamo a dito. Li puniamo, lo meritano. Ma resta la domanda: di che amore amiamo il bambino?».

Quello che accade negli scandali di pedofilia all’interno della Chiesa non è diverso da ciò che accade tra le mura indifese degli affetti umani, nelle famiglie. Esiste una specularità che dovrebbe interrogarci. Il fenomeno degli abusi sui minori è qualcosa di nascosto, di indicibile. Se una madre scopre che “l’orco” è qualcuno che appartiene alla propria cerchia familiare (il padre, lo zio, l’amico di sempre), non si capacita che sia successo, fino a rimuoverne l’evidenza; perché non si dà pace del fatto di non aver protetto la vita dei suoi figli, di non essersi accorta o di non aver saputo evitare che accadesse. La stessa rimozione scatta nelle istituzioni educative, e che accada anche nella Chiesa, non dovrebbe trovarci così sorpresi. Né la famiglia, né la Chiesa possono da sole trovare il coraggio per guardare in faccia il mostro cha abita dentro le proprie mura. Allora dobbiamo assistere impotenti ad un silenzio omertoso, oppure istillare un sospetto preventivo che mina la credibilità di legami e affetti? No, semplicemente non dobbiamo lasciare sole le persone: serve una rete protettiva che sia più ampia dei circoli familiari o di quelli clericali; serve ritessere la forza di legami sociali che vigilano sui piccoli come un bene comune. Il ripetersi di scandali come questi, l’esplodere devastante della violenza nelle famiglie e degli istinti più nascosti anche nelle persone più spirituali, ha a che vedere con un isolamento pericoloso nel quale qualcuno è stato lasciato solo (sia la vittima che il carnefice).

Dalla Chiesa ci si aspetta un compito profetico sapienziale

Certo, dalla Chiesa ci si aspetta di più. Anche un di più di umiltà. Quel legame di fiducia che nella comunità dei credenti prende forma nel nome di Dio, quando viene tradito diventa un sacrilegio, ferisce la credibilità stessa di Dio. Per questa ragione la Chiesa non può sottrarsi nel cercare di contrastare il male che nasce nelle sue stesse file. Proprio nella condivisione della stessa prova con tutti gli uomini e le donne di cui è compagna di strada, la Chiesa, senza chiedere privilegi e senza pensarsi esente dalle contraddizioni che segnano il vissuto sessuale degli uomini d’oggi, deve trovare, nel suo stesso patrimonio di fede, risorse che possano essere poi un segno di speranza per tutti. Il male può essere combattuto anzitutto confessandolo, mettendolo alla luce della grazia, dove si possa invocare misericordia.

Provo a indicare almeno tre elementi, nel patrimonio di fede della Chiesa, che possono dare risorse per una cura di fronte al male che affligge oggi il vissuto legato alla sessualità.

La centralità del corpo come tempio dello Spirito. È paradossale che una tradizione di fede, che ha nel corpo il suo centro (incarnazione, eucaristia e risurrezione dei corpi sono i misteri centrali della nostra fede), abbia ceduto a un pregiudizio neoplatonico coltivando così spesso una spiritualità “disincarnata” e sospettosa della sessualità. Eppure, così è stato, dobbiamo riconoscerlo. Certo lo Spirito ha custodito la nostra fede non lasciando mai che il tema del corpo potesse essere del tutto sradicato, e negli ultimi decenni la riflessione teologica e il magistero pastorale hanno fatto passi in avanti (basti pensare al magistero di Giovanni Paolo II sulla sessualità nel matrimonio). Succede però che, forse per contrasto alle derive moderne di una sessualità selvaggia, sembri permanere un tabù sui temi della sessualità, anche tra i credenti. Coltivare una spiritualità che rimette al centro il corpo, con tutte le sue fragilità, potrebbe essere un primo antidoto da condividere poi con tutti gli uomini e le donne. Non un corpo idealizzato ma un corpo reale con tutte le sue contraddizioni, come lo canta il poeta:

«Lui che mi dette con la vita il corpo,
questo campo robusto che assicura
l’anima, in cui alligna e matura la grazia,
Lui non ha avuto paura che mi guastassi» (Carlo Betocchi).

Mettere al centro i piccoli, custodire le fragilità. Dei corpi si è preso cura il Signore, anche e proprio di quelli feriti e “guasti”. Il Vangelo passa da qui: dalla cura del corpo (dalla nascita alla morte, dal nutrimento alla malattia) senza esaltazioni estetizzanti e senza imbarazzi o falsi pudori. E dalla cura dei piccoli, da mettere al centro, come insegna Gesù, come antidoto a quel desiderio di supremazia e di possesso che sono le dinamiche che minano le relazioni, fuori e dentro la Chiesa.

Fare comunità e tessere legami trasparenti. In questa direzione occorre rompere l’isolamento che è il terreno preferito dal male per propagarsi. Non lasciare solo nessuno: i preti nel loro ministero, le famiglie nella loro vita quotidiana, i bambini nella loro crescita. Tessere legami capaci di quella trasparenza che impedisce le zone oscure dove il male trova casa: doppia vita, tempi e luoghi non custoditi da nessuno, zone d’ombra che ciascuno fatica a illuminare con uno sguardo benevolente, immaturità nei processi di maturazione dell’identità ecc.

Una Chiesa che voglia essere credibile di fronte agli scandali sessuali non basta che faccia proclami di “tolleranza zero”, serve di più: è un lavoro umile e quotidiano di umanizzazione delle relazioni, la costruzione di luoghi fraterni veri, la fatica di fare la verità senza paura del male che abita in noi. Allora potremo anche dire qualche parola controcorrente alla cultura in cui viviamo. Perché tolleriamo un’esibizione pornografica dei corpi così indegna? Perché non ci scandalizziamo con altrettanta forza del turismo sessuale che molti fingono di non vedere? Perché scartiamo i corpi dei più deboli (dalla piaga dell’aborto all’emarginazione dei vecchi)?

La ricerca di buone pratiche

Questo lavoro di umanizzazione del corpo (e quindi della sessualità) non può certo arrestarsi alle condizioni preliminari senza entrare nel vivo di una ricerca di buone pratiche che difendano dallo scandalo preciso della pedofilia nella Chiesa. Provo ad indicare qualche pista che potrebbe essere percorribile e in parte già lo è.

Riconoscere e confessare il male. La Chiesa francese e quella svizzera hanno indetto delle confessioni pubbliche per chiedere perdono per il male commesso nei confronti dei piccoli da parte dei suoi membri. Non è solo una moda del momento, è ben di più. Il male va anzitutto confessato, portato alla luce, riconosciuto in spirito penitente. E forse non si deve aspettare che siano le circostanze esterne a spingere in questa direzione: è lo spirito del Vangelo che ce lo insegna. «Non c’è nulla di nascosto che non debba essere manifestato, nulla di segreto che non debba essere messo in luce» (Mc 4,22); «Perché chiunque fa cose malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché le sue opere non siano scoperte; ma chi mette in pratica la verità viene alla luce» (Gv 3,20-21).

Raccogliere e facilitare le denunce. In questa stessa direzione potrebbe essere un segno utile l’istituzione di uno “sportello”, in ogni Chiesa locale, che accolga le denunce, faccia un primo discernimento, e permetta di prendere in esame le situazioni sospette. Il messaggio che ne verrebbe è che non si vuole tenere nascosto nulla, ma favorire un discernimento. Con una precisazione. C’è un compito che spetta alla Chiesa nel suo interno, ma anche un necessario riferimento alle istituzioni preposte a fare i necessari accertamenti.

Fino ad ora i vescovi hanno scelto la linea di avocare a sé i casi e di cercare verifiche che si fermino al circolo interno della Chiesa, senza l’obbligo di una denuncia alle pubbliche autorità. Da una parte, si comprende il senso di questa cautela per chi, essendo una figura “paterna” nei confronti dei suoi preti, teme che un obbligo di questo tipo mini la fiducia necessaria tra il vescovo e i suoi sacerdoti. Ma quest’approccio ha i suoi limiti evidenti.

La Chiesa, il più delle volte, non ha i mezzi per i necessari accertamenti e molte questioni, anche una volta denunciate, rimangono sospese. Almeno dovrebbe diventare una prassi comune quella di aiutare, chi sottopone alla verifica una situazione di scandalo, a fare il passo di una denuncia alle pubbliche autorità. Perché, senza un intervento esterno, il più delle volte non si arriva a fare verità.

È la stessa dinamiche che accade nelle famiglie: per timore di perdere un proprio membro, si diventa titubanti, ci si ferma in attesa e nella speranza che i soggetti in questione chiedano aiuto. Ma proprio qui sta il problema difficile della pedofilia: un prete pedofilo non lo riconoscerà mai di esserlo. È impossibile per lui guardare il mostro in faccia, se non vi si trova costretto. Il passaggio da un “terzo” esterno, da un’autorità pubblica è il più delle volte l’unica possibilità perché sia possibile mettere in atto forme di aiuto.

I lineamenta delle Chiese e degli Istituti religiosi. Molte Chiese e Istituti religiosi in questi anni si sono dati delle procedure per affrontare i casi di scandali di natura sessuale e i casi di pedofilia in particolare. È un segno di responsabilità non da poco. Forse potrebbe essere utile rendere accessibili a tutti questi lineamenta (magari mettendoli online), perché questo sarebbe sia un segno di trasparenza, sia uno stimolo che permette di perfezionare una prassi che non è mai perfetta e chiede continue precisazioni. Sarebbe un segno anche per altre istituzioni pubbliche di carattere educativo (negli ambiti scolastici, sportivi ecc.) che, diciamolo pure, non hanno neppure iniziato una riflessione seria su questi temi.

Sulla formazione. Un ulteriore capitolo riguarda la formazione e in particolare i seminari. Senza nulla togliere alla genialità dell’invenzione tridentina del seminario come luogo per iniziare al ministero, è giunto il momento di farsi qualche domanda radicale sulla capacità che ha quello strumento, così come è nato, di essere realmente adeguato, oggi, al suo scopo. Anche a partire dal riconoscimento che, proprio sul tema dell’educazione alla sessualità e a riguardo di comportamenti nocivi nei confronti dei piccoli degli adolescenti e dei giovani, quel luogo non è certo esente da colpe e zone ampiamente oscure. D’altra parte, un clima educativo tendenzialmente artificiale, fatto di soli uomini, non è certo il posto più al riparo da possibili devianze.

Così pure una domanda va aperta circa i criteri di “reclutamento” (mi si passi la brutta parola) al ministero oggi. Sia per quanto riguarda il tema del celibato obbligatorio (aprendo quindi la questione dei viri probati), sia per quanto riguarda il coinvolgimento delle comunità di origine, e delle parrocchie in specie, che forse potrebbero rappresentare il luogo più proprio per una iniziazione al ministero.

Oggi il soggetto che accoglie e introduce al ministero è solo nominalmente la Chiesa ma poi è praticamente il seminario che, in modo spesso troppo autoreferenziale, diventa il soggetto reale della formazione. I tempi che viviamo chiedono altro e nuovi strumenti: è ora di iniziare una riflessione più libera e più coraggiosa. Se gli scandali che fanno così soffrire il corpo ecclesiale avessero come esito quello di favorire una nuova riflessione (e dei tentativi di nuove prassi) su come oggi si diventa preti, sarebbe già un modo di non lasciare che tutto questo accada invano.

Chi si prende cura dei pedofili? Un’ultima riflessione mi sembra necessaria. La paura di essere ritenuti titubanti di fronte agli scandali per i comportamenti pedofili, ha fatto nascere un clima che porta a espungere totalmente la loro presenza. Va bene la “tolleranza zero”, ma poi chi si prende cura dei preti pedofili? Sia per evitare che si ripetano comportamenti nocivi (che, se anche fossero ad opera di qualcuno non più appartenente alla Chiesa perché ridotto allo stato laicale, non per questo sono meno gravi!) sia per pensare i difficili cammini rieducativi. Anche in questo campo non siamo senza qualche strumento: ci sono case e luoghi che si dedicano a coloro che, pur colpevoli, non sono meno vittime. Il segnale che oggi sembra prevalere è quello di “prendere le distanze” da chi si macchia di una colpa tanto grave: certamente non basta. Non si tratta di prendere le distanze, ma di stare più vicini.


[1] Ho trovato estremamente istruttivi due studi di carattere sociologico e psicoanalitico: Marcel Gauchet, Il figlio del desiderio, Vita e Pensiero, Milano 2009 e Caterine Ternyck, L’uomo di sabbia. Individualismo e perdita di sé, Vita e Pensiero, Milano 2011.

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2 Commenti

  1. Patrizia Pane 25 gennaio 2017
  2. Stefano 24 gennaio 2017

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